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Orestiadi di Gibellina 2018. Un ricordo contemporaneo

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La 37° edizione delle Orestiadi di Gibellina segna un’edizione speciale, infatti sono passati 50 anni dal disastroso terremoto del Belice, anno 1968, che ha scardinato lo status quo di un’intera comunità che ancora oggi riporta le cicatrici.

Un’edizione speciale,  di fatto, sotto la direzione artistica di Alfio Scuderi che ha orchestrato per un mese, tra luglio e agosto, artisti tra i quali Alessandro Haber, Stefano Accorsi, Marco Baliani, Silvia Ajelli, Emilio Isgrò, Francesca Benedetti, Paolo Briguglia, Filippo Luna, Vincenzo Pirrotta, Claudio Gioè, Leo Gullotta, Igor Scalisi Palmintieri e Angelo Sicurella. 

Lo scorso fine settimana, l’8 luglio, si è inaugurata la lunga kermesse che ha visto uno splendido viaggio all’interno dei luoghi del Festival, una composizione comparata e trasversale degli artisti coinvolti: Alessandro Haber e Mario Bellavista, Gianni Gebbia e Giovanni Scarcella, Igor Scalisi Palminteri e Angelo Sicurella, la Compagnia Franco Scaldati. Un racconto dialetticamente intrecciato dal tramonto a notte incentrato sul contemporaneo, chiave di lettura di questo racconto forgiato da Scuderi per raccontare, inanellare, in qualche modo questi 50 anni di dolore e ricostruzione. Una suggestione dopo l’altra che ha visto l’incontro e l’abbracciarsi di pittura, musica in diverse sue forme, danza e teatro. Una serata ricca che ha aperto le porte ad un lungo festival  in uno dei posti più affascinanti della Sicilia che produce cultura ed esercita forse la più complessa delle ginnastiche: la memoria.

Per maggiori informazioni su tutto il programma potete visitare il sito internet della Fondazione Orestiadi QUI

foto © Francesco Anzelmo

Salvini chiude i porti d’Italia. Palermo e il sindaco Orlando rispondono: NO.

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Il nostro nuovissimo ministro degli interni, Matteo Salvini, ha dichiarato poche ore fa:

“Da oggi anche l’Italia comincia a dire NO al traffico di esseri umani, NO al business dell’immigrazione clandestina. Il mio obiettivo è garantire una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia”

Chiudendo conseguentemente i porti italiani all’approdo dei migranti e piazzando un NO pesante come un muro alla nave Acquarius  carica di 629 persone, con donne in cinta e molti bambini. Tralasciando la confusione di ruolo che Salvini avrà vissuto per esporsi in modo così netto sulla politica estera, come nuovo ministro degli interni, la gravità dell’affermazione e della presa di posizione, sancisce un orientamento ben preciso.

Afferma su Facebook Salvini:

Dalla Sicilia, da Palermo, città che di porti aperti ne sa qualcosa, arriva la voce del primo cittadino Leoluca Orlando che offre la città ai migranti:

Il sindaco Leoluca Orlando durante la sua calorosa dichiarazione in una piazzetta di Ballarò, mercato storico della città.

Giorno 2. Cronaca dal Vinitaly: la contraffazione.

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Superata la domenica istituzionale, nel ricordo delle infelici battute e delle dichiarazioni deliranti, riparte il tour fieristico.

La seconda giornata della fiera, con un affluenza superiore a quella di ieri, si apre alle 09:00 con un incontro organizzato da Coldiretti, presso lo stand nel Centro Servizi Arena.

Tema del giorno: le contraffazioni.

Un focus sulle pratiche bandite in Italia ma che all’estero sono invece permesse con evidente nocumento per la reputazione del buon vino ma soprattutto con una alterazione nella percezione del gusto da parte dei consumatori.

Lo zuccheraggio del vino è ad esempio è una piaga che ancora oggi è consentita nella maggior parte d’Europa, ad eccezione di Italia Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta e in alcune aree della Francia.

Si tratta di una fregatura in pieno stile, come quando da bambini la mamma ci faceva aprire la bocca con la pizza e per poi piazzare a tradimento un cucchiaione di semolino.

Lo afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che si tratta di “un danno per i produttori mediterranei e un inganno per i consumatori che non possono fare scelte consapevoli.

Se in Europa, si abbonda con lo zucchero, negli Stati Uniti, al contrario è consentita l’aggiunta di acqua al mosto per diminuire la percentuale di zuccheri, pratica che farebbe venire un colpo anche all’uomo più astemio d’Italia.

Ci sentiamo forti di una tradizione enologia aristocratica e d’eccellenza, ma nonostante ciò, l’Unione Europea ha dato il via libera al vino senza uva autorizzando la produzione e commercializzazioni di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti come lamponi e ribes molto diffusi nei Paesi dell’Est.

L’ultima frontiera della contraffazione, è la commercializzazione on line molto diffusa – dal Canada agli Stati Uniti fino ad alcuni Paesi dell’Unione Europea- di kit “fai da te” che grazie a polverine magiche, promettono di ottenere in casa il meglio della produzione enologica Made in Italy.

Insomma, Primitivo, Barolo e Amarone home made, un passatempo  stile “nozze di Cana” per giocare ad essere Gesù.

Secondo Coldiretti, la mancata protezione delle doc italiane nei diversi paesi favorisce l’arrivo su quei mercati di prodotti di imitazione realizzati altrove.

“ A rischio – precisa la Coldiretti – ci sono ben 5 miliardi di valore dell’export dei vini italiani a denominazione di origine ma anche l’immagine del Made in Italy e la reputazione conquistata con il lavoro di generazioni’’.

Mentre in fiera si discute di cose serissime e di tutela dell’identità nazionale, ecco che fa capolino il buon Paolo Gentiloni, l’omino dai candidi capelli che a quanto pare ricopre attualmente la carica di Capo del Governo.

Arriva in sordina, senza schiamazzi (secondo me un pò si vergogna dopo le tristi vicende di ieri) al punto che realizzi la sua presenza solamente quando un acuto operatore video -dopo averlo riconosciuto- ti taglia la strada per riprendere il passaggio di questa cometa.

Lo vedi e pensi: io questa faccia l’ho già vista…com’è che si chiama?

Anche Gentiloni alla fine ha qualcosa da dire: “I nostri prodotti vanno tutelati ma senza dazi […]Questa Italia ha bisogno di non sprecare il lavoro che è stato fatto finora, in un cammino che ci rende forti e competitivi nel mondo”.

Non è chiaro se il riferimento sia  solo al vino, oppure anche e sottilmente alla Carta Costituzione ed a tutti gli sforzi che tanti anni fa, qualcuno ha compiuto per consentirci di essere una repubblica.

Sinceramente, non ci interessa più di tanto ascoltare sempre le stesse frasi fatte; ci sono ancora troppi padiglioni da visitare.

Ad esempio il padiglione dedicato ai vini internazionali, quest’anno ancora più ricco e sfaccettato.

Focus sull’Australia e Nuova Zelanda, dove sono tutti belli, simpatici e con il tappo a vite.

Il sauvignon come sempre la fa da padrone, ma anche belle espressioni di shiraz e Cabernet sauvignon, dimostrano la crescente importanza che questi nuovi paesi del panorama vitivinicolo, assumono nel commercio internazionale.

Passaggio obbligato è l’Austria, dove approfondisco la conoscenza del Grüner Veltliner un vitigno capace di regalare vini molto diversi, beverini profumati e sottili oppure vini strutturati, complessi e profondi. Sembra un cugino del riesling, ma molto più sottile.

Anche la seconda parte della giornata vede un incontro dedicato alla lotta contro le contraffazioni: quello tra il consorzio del Prosecco Doc e della Sicilia Doc. I presidenti dei consorzi hanno infatti stipulato un patto per confermare e sviluppare insieme le attività di vigilanza e controllo di qualità delle due denominazioni nelle rispettive regioni.

Lo spirito comune è quello di far rete, per proteggere le denominazioni nel mondo e  tutelare i consumatori.

Nel frattempo il presidente della regione Veneto Luca Zaia, riceve il presidente di Confindustria Veneto Matteo Zoppas e l’inviato di Striscia e campione di Bike trial Vittorio Brumotti (?!!)

Con il primo ha discusso della candidatura di Cortina per le Olimpiadi invernali del 2026, e con Brumotti?

Probabilmente della possibilità di inserire il “pestaggio di Brumotti” quale disciplina olimpica (l’inviato si è infatti presentato con la faccia tumefatta e piena di lividi). 

Il campione di super bike è comunque uscito indenne dalla fiera ed anche noi in fondo, siamo stati più tranquilli.

Un timore però serpeggia in fondo ai nostri cuori: e se arrivasse anche Berlusconi?

Vinitaly 2018: guida pratica per enostoppisti

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Eccoci giunti alla cinquantaduesima edizione del Vinitaly, storica kermesse che si terrà a Verona dal 15 al 18 aprile.

La scelta delle date sarà indubbiamente un caso, ma 15-18 rievoca inevitabilmente un evento storico altrettanto famoso come il salone internazionale del vino, ma un po’ più drammatico.

Parliamoci chiaro, il Vinitaly non sarà una guerra, ma è di certo piuttosto impegnativo, soprattutto per chi in fiera ci va per lavoro.

V’invito ad osservare le facce dei produttori e degli addetti ai banchi d’assaggio il primo e l’ultimo giorno della fiera… roba che Terry Richardson se la sogna.

Per i neofiti che per la prima volta si recheranno a Verona per addentrarsi in questo fantastico mondo, ecco una breve guida pratica per non perdersi.

Le prenotazioni.

E’ sempre bene prenotare il volo e soprattutto l’alloggio con largo anticipo, non oltre dicembre.

Perché a Verona, nei giorni del Vinitaly, non solo è difficile trovare un posto decente in cui alloggiare, ma i costi sono triplicati rispetto agli altri giorni dell’anno.

A titolo esemplificativo un banalissimo hotel due stelle lontano dal centro, può arrivare ad un costo di €300 a notte. Potete sempre tentare con dei B&b, ma anche lì, i prezzi raddoppiano.

Quindi se non siete Roman Abramovich siate tempestivi. Se siete Abramovich, telefonatemi.

Arrivare in Fiera.

Si arriva all’aeroporto Valerio Catullo per scoprire che in Italia ci sono aeroporti della Lego pure al nord, che quelli piccoli non stanno tutti al meridione; in sostanza al confronto Punta Raisi ti sembra lo Charles De Gaulle di Parigi. 

Dopo la sosta all’unico bar, si profila il primo dubbio: navetta-fiera o taxi?

La navetta per il Vinitaly è un servizio speciale e gratuito attivo nei giorni della fiera, disponibile ogni 60 minuti a partire dalle 08:30 fino alle 18:00, tempo di percorrenza di circa 40 minuti.

Se avete fretta o comunque il trasporto pubblico non fa per voi, è ovviamente possibile prendere un taxi, al costo medio di € 20 e con tempo di percorrenza di 10 minuti.

Se arrivate in auto, non troverete mai un parcheggio gratuito nel raggio di dieci chilometri. 

L’ingresso al Vinitaly.

Qui scoprirete che se per qualche ragione non siete muniti di un pass speciale (stampa, buyers, espositori) ed avete acquistato un biglietto (alla modica cifra di €80 il giornaliero €145 per le quattro giornate) l’attesa per entrare dall’ingresso di Cangrande sarà piuttosto lunga.

Teoricamente, l’accesso è riservato agli operatori di settore, ma noterete che chiunque può entrare grazie sopratutto ai bagarini.

Non desta quindi stupore, intercettare in fiera orde di ubriaconi, ragazzini indiavolati e passeggini.

La sorpresa maggiore sarà comunque quella di scoprire che il Molise esiste, o comunque esiste il suo stand.

Dove mangiare (e fare pipì)

Per il pranzo, potrete rifocillarvi presso vari chioschi, tavole calde e ristoranti della fiera, normalmente presi d’assalto dalle 13:00 alle 14:30.

Vi consiglio caldamente di fare una sana e robusta colazione e saltare il pranzo.

In alternativa, recatevi presso il padiglione ENOLITECH (pad. F) e troverete una tavola calda piuttosto tranquilla. In questo padiglione non c’è mescita di vino e quindi l’affluenza –riservata ai tecnici del settore- è notevolmente contenuta.

Per usufruire dei servizi, il consiglio spassionato è quello di recarvi presso lo stand del Molise (che abbiamo scoperto esistere veramente), dove di norma le toilette hanno standard igienici decenti e soprattutto non troverete file interminabili.

La sera a Verona.

Passi tutto il giorno in fiera, percorrendo una quantità di chilometri che nemmeno per il cammino di Santiago… e la sera? Si torna agli alloggi per un sonno ristoratore e prepararsi al giorno successivo?

Se siete sfigati, si.

In caso contrario, si ritorna all’alloggio giusto il tempo di una breve sosta, per lavarsi i denti (normalissimamente neri a furia di assaggiare vino rosso), per fare una doccia e raggiungere il centro di Verona per continuare a bere e soprattutto mangiare.

Attenzione però all’orologio: siamo al nord e dopo le 22:30 è praticamente impossibile trovare una cucina aperta per un pasto decente. Al netto di McDonald’s, dovrete accontentarvi di olive e patatine.

La sera a Verona le vie si animano in un viavai continuo di persone, le vetrine sono tutte illuminate ed addobbate con bottiglie, i numerosi locali del centro sono tutti strapieni di gente che beve e che ride.

All’improvviso puoi trovare una festa all’interno di una loggia, entrare e cominciare a ballare.

Nonostante la stanchezza, uscire è comunque la scelta migliore. 

L’Antica bottega del vino è per esempio uno dei locali che merita di essere visitato.

La cantina è pazzesca, il cibo ottimo ma per la cena, le prenotazioni sono chiuse già da gennaio.

Non vi resta che farvi l’aperitivo o un dopo cena con la non trascurabile opportunità di trovare alla mescita vini sbalorditivi.

In alternativa, andate in Piazza delle Erbe e troverete il wine bar Al Canton, il posto giustamente movimentato per un buon aperitivo e strategicamente vicino ad un ristorante che amo molto: Maffei.

Per il resto, prendetevi tutto il tempo che vi resta e perdetevi, fate una passeggiata sul fiume Adige, date uno sguardo prolungato all’Arena illuminata di notte.

Capirete perché secoli fa tale William Shakespeare si è ispirato a questi luoghi.

Verona è la città del vino e dell’amore per eccellenza.

E questo, sicuramente, non è un caso.

LiveWine 2018. Tre giorni caldi a Milano.

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Soltanto un grande amore o una curiosità imperante, può spingerti a lasciare una caldissima Palermo carezzata dallo scirocco per raggiungere una nebbiosa ed innevata Milano.

Dal 3 al 5 marzo in occasione della quarta edizione del LiveWine, il Salone Internazionale dei Vini Artigianali, la mia dipendenza dal vino mi ha portato a sfidare neve e nebbia, trotterellare per via Corsica ed arrivare all’accredito stampa che nemmeno Omar Sharif nel Dottor ZivagoLa sala all’interno del Palazzo del ghiaccio non è grandissima ma è sufficiente per lo scopo; la location è luminosa, l’acustica rilassante ed il fascino architettonico della struttura fanno il resto.
Così, prendo un bicchiere (ovviamente portatomi a casa come souvenir) ed inizio il mio giro tra 165 espositori, forte del mio naso e della mia esperienza. All’improvviso però un dubbio mi attanaglia: cosa sono esattamente i vini artigianaliSoltanto dopo le prime dieci ore trascorse ad osservare, annusare, assaggiare e sputare come fossi un cammello, comincio a farmi un’idea. I vini artigianali, sono quei vini prodotti da vignaioli che non impongono la loro visione del vitigno attraverso pratiche agronomiche e processi di vinificazione trasfiguranti, ma lavorano in modo consapevole e sostenibile, lasciando che i vitigni si esprimano in assoluta franchezza. 

Vabbè, questa è ubriaca direte voi.

Invece -strano ma vero- nonostante tutti questi vini, sono sobria e  proverò a spiegarmi con un esempio.
Pensate all’atteggiamento di un padre verso il proprio figlio. Pensate ad un padre che sostiene il proprio figlio nella crescita e nello sviluppo, limitando la propria influenza ed assecondandone le inclinazioni ed il carattere; un papà come quello di Genitori in Blue jeansPensate poi ad un papà come quello di Gavino Ledda. Pensate ad un Padre padrone che costringe il figlio -con evidenti inclinazioni allo studio- a pascolare pecore in una rurale Sardegna, che lo trascina via dalle aule scolastiche per imporgli la propria verità assoluta: la pastorizia.

Ecco, i vini artigianali, ricadono nel primo esempio.

I vignaioli, infatti, lasciano che il vitigno esprima liberamente se stesso e l’ambiente da cui proviene con tutti i pregi ed i difetti, magari con un aspetto insolito ma con autentici -e spesso- sorprendenti profili aromatici e complessità.
Cerco di ambientarmi con un passaggio da casa che mi porta allo stand di Porta del vento, l’azienda a conduzione biodinamica di Marco Sferlazzo, sita in quel di Camporeale (PA). Qui, le storie raccontante dal catarrato, dal perricone e dal nero d’avola, sono così affascinanti che meritano un capitolo esclusivo, ma intanto rafforzano l’idea che i vini artigianali sono i figli liberi di un territorio; o li ami o li odi.  Con mia somma sorpresa, ne ho trovanti tanti di grande piacevolezza e bella beva.

Ma sono cinque quelli che ho amato. Eccoli.

1)Briccolina, Barolo Docg, Azienda Rivetto.

Rivetto storica azienda delle Langhe, volge lo sguardo al biologico e poi al biodinamico a partire dal 2009. Il Bricciolina 2012 nasce dalle vigne pioniere nell’approccio al biodinamico. Il colore è rosso rubino vibrante con accenni aranciati. Il naso preannuncia la sua complessità con profumi di viole, mora e note speziate. In bocca è freschissimo, dal tannino prominente e raffinato. Vino dal grande potenziale evolutivo che reclama ancora anni di bottiglia prima di raggiungere l’apice.

Un po’ come Leonardo Di Caprio in Buon compleanno Mr. Grape.

2) Abendrot, Souvigner gris, Thomas Niedermayr.

Thomas, subentrato al padre nella conduzione dell’azienda, ha una faccia così pulita che non potrebbe fare altro se non vini naturali. E va anche oltre. In quel di Appiano, nella provincia autonoma di Bolzano, coltiva vitigni PIWI capaci di resistere agli attacchi fungini che non richiedono l’uso fitofarmaci e fertilizzanti chimici. Nella sua tenuta, trovano dimora i vitigni Bronner, Solaris e Souvignier Gris. Ed è proprio quest’ultimo che mi rapisce.

Nato dall’incrocio tra Cabernet Sauvignon e Bronner, il Sauvinger gris di Niedermayr è incantevole. Ha un colore aranciato ed etereo, un naso armonioso di spezie, mandorla e fiori gialli. Il gusto è elegante, delicato e forte allo stesso tempo.

Un vino forte e lunare, come gli occhi di David Bowie.

3) Cirsium 2014, Cesanese di Olevano Romano DOC riserva, Damiano Ciolli

Viticoltore votato all’allevamento di un unico vitigno autoctono il Cesanese di Affile, Damiano Ciolli conferisce una nuova veste qualitativa alla viticoltura laziale. Sarà la coltivazione ad alberello, sarà che i grappoli sono attentamente selezionati, saranno i diciotto mesi nel rovere francese ed i due anni in bottiglia, ma il Cirsium è un cesanese di un’altra categoria. Il colore è un bel rosso profondo, il naso è speziato e dolce. In bocca ha una bella intensità, una trama tannica vibrante e ben bilanciata con le altre componenti del vino.

Un vino esemplare ma non supponente, come il buon Sandro Pertini ai tempi della vera Repubblica.

4)Il Torchio 2015, Vermentino Colli dei Luni DOC, Azienda Agricola Il Torchio

Per la serie: quando un’etichetta fa il suo dovere e richiama l’attenzione. I vini di Gilda ed Edoardo Musetti, viticoltori in Castelnuovo Magra (SP) hanno una veste grafica colorata e sognante, come i quadri di Marc Chagall. In questo caso, l’abito fa pure il monaco ed il loro vermentino è un bianco paglierino, dal naso accattivante con note di mela golden, maggiorana e glicine.

In bocca è freschissimo, pulito e sapido. Un vino soave, intrigante e sognante. Come la voce di Françoise Hardy.

5)Xinomavro Old roots 2013,  Xinomavro, Domaine Tatsis.

Dalla Macedonia con furore, questo rosso da uve Xinomavro è sorprendente per complessità e struttura. Al naso profumo di olive nere, mirtilli e chiodi di garofano, precedono un sorso di grande mineralità e struttura, tannini che quasi si fanno masticare e lasciano una scia gustativa lunghissima che richiama il cioccolato amaro. Un rosso senza compromessi, forte, strutturato e tagliente come Lungo Artiglio*.

Dopo centinaia di assaggi, mi porto a casa una nuova consapevolezza: non è sempre necessario intervenire per migliorare. Quando un vino è buono, è buono e basta. E quando bevi un vino buono, puoi sentire caldo anche a Milano mentre fiocca la neve.

 

 

*Lungo Artiglio: la spada donata a Jon Snow dal lord comandante Jeor Mormont.

Forza Nuova dopo l’aggressione a Ursino: “Bisogna cercare di capire la realtà e non demonizzarla”

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In via Dante, una delle strade più movimentate di Palermo, ieri sera Massimo Ursino,  responsabile provinciale di Forza Nuova, è stato accerchiato da almeno sei persone. I sei aggressori, vestiti di nero, hanno legato mani e piedi del leader di Forza Nuova con nastro adesivo da imballaggio per poi pestarlo a sangue. Secondo i testimoni , insieme ai sei c’era una ragazza intenta a riprendere il pestaggio con un cellulare. Un’ora dopo è approdato in rete il video dell’aggressione in cui insieme alle urla lancinanti della vittima una ragazza ride e commenta: << Non è successo niente, è uno scherzo…>>. Dopo una lunga notte, Ursino ha lasciato l’ospedale Civico di Palermo questa mattina. I medici gli hanno diagnosticato una prognosi di venti giorni.

“A Palermo non c’è spazio per il fascismo”

E subito dopo l’aggressione, insieme al video, era giunta in rete anche una nota anonima per rivendicare il raid.

“A pochi giorni dall’arrivo in città di Roberto Fiore, atteso in città per un comizio in conclusione della campagna elettorale Massimo Ursino, uomo di spicco e dirigente nazionale del partito Forza Nuova, è stato colpito in modo esemplare mentre passeggiava per le vie del centro. E’ stato bloccato, immobilizzato e legato con del nastro adesivo, poi lasciato a terra senza possibilita’ di fuggire”. “Chi afferma che esista una ‘minaccia fascista’, a Palermo come in tutta la Sicilia – prosegue la nota – dovrà ricredersi: questi uomini di poco conto appartenenti a formazioni neofasciste, che fanno di razzismo e discriminazioni il loro manifesto politico nonchè la costruzione della loro identità forte e battagliera, si sgretolano in men che non si dica sotto i colpi ben assestati dell’antifascismo. Infatti non sono in grado di difendere sè stessi, figuriamoci di attuare il loro programma politico. I fatti avvenuti oggi sono la dimostrazione del fatto che sul territorio palermitano esiste chi ripudia il fascismo e non ha timore di lottare per bloccarlo e schiacciarlo, a partire da questi protagonisti del forzanovismo, guerrieri a parole, violenti nelle immagini che evocano forse, ma incapaci di proteggere la propria incolumità e di conquistare qualsiasi forma di potere politico. Palermo è antifascista, nelle pratiche e nella quotidianità di chi la vive. A Palermo non c’è spazio per il fascismo”.

Provenzale, “Le azioni indicano la natura di una persona, di un gruppo politico, di un sodalizio. Reagire non è nel nostro stile”

All’indomani del pestaggio, la sede di via Villa Florio riapre le saracinesche. Il segretario regionale Giuseppe Provenzale commenta: “abbiamo reagito con il nostro solito modo di fare, cioè abbiamo ricominciato l’attività, che era stata interrotta a causa dell’aggressione e abbiamo ripreso il nostro lavoro“. E mentre sale la tensione, in attesa della visita del segretario nazionale Roberto Fiore di sabato 24 febbraio, Provenzale prosegue:

Rispetto all’incontro di sabato confermiamo tutto. Nessuna preoccupazione, è la nostra vita. È ovvio che in periodo di campagna elettorale il nostro candidato Presidente del Consiglio terrà un comizio a Palermo, che sarà assolutamente pacifico. Reagire non è nel nostro stile. Peraltro, non si può autorizzare una contro manifestazione. Come si fa a manifestare contro un comizio elettorale? Non ha nessuna logica e non è previsto dalla legge. Vedremo come si comporteranno le autorità. Siamo interessati a capire in concreto cosa accadrà adesso“.

Sulla nota diffusa ieri, il segretario regionale commenta sottolineando i problemi affrontati soprattutto negli ultimi mesi:

La nota ricorda il linguaggio e le modalità delle Brigate Rosse, oltreché un comportamento tipicamente mafioso. È gente che si qualifica da sé con i comportamenti che ha. Le azioni indicano di che natura è fatta una persona, un gruppo politico, un sodalizio. Noi facciamo tutt’altro. I cattivi diventano buoni, i buoni diventano cattivi. Bisogna cercare di comprendere la realtà e non demonizzarla, come è stato fatto da mesi e mesi

 

 

Un piano per il fiume Oreto: l’idea di Igor

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Il protagonista della storia che stiamo per raccontarvi è Igor D’India, trentatreenne palermitano, che ha postato un video che ha conquistato la rete in sole tre settimane. Igor di mestiere fa il videomaker e dal 2005 gira il mondo in cerca di storie. Ultimamente ha realizzato un reportage per raccontare le condizioni del fiume Oreto di Palermo che, come tutti i palermitani sanno, è stato a lungo abbandonato a se stesso e, pertanto, non versa in buone condizioni.

Oggi abbiamo raggiunto telefonicamente Igor, che ci ha raccontato le sue idee in merito. E non solo.

Al momento non esiste un progetto vero e proprio. Ho espresso la mia opinione tramite un video che è diventato virale e in tempi record ha coinvolto istituzioni e associazioni”, ci racconta con voce ancora sorpresa. Igor, infatti, non immaginava che quest’idea avrebbe avuto così tanto successo. “Il video era semplicemente uno dei contenuti che condivido sul mio blog e sui miei canali“.

DA COSA È NATO L’INTERESSE VERSO IL FIUME

Il giovane ci spiega che  negli ultimi anni ha avuto la possibilità di conoscere moltissime realtà fluviali grazie a “The Raftmakers“, progetto che uscirà in primavera. “Il mio piano di recupero del fiume Oreto prende spunto dai piani che ho visto attuare e che hanno avuto successo. In questo piano è prevista la collaborazione tra istituzioni e associazioni e sicuramente in un secondo momento anche di varie aziende”.

IL FUTURO E LA FORZA DELLE IDEE

Per discutere di questa idea, proprio qualche giorno fa  si è svolto a Palermo un incontro tra associazioni culturali e ambientali e istituzioni. “Ho visto tantissimo entusiasmoracconta Igor– e sorprendentemente tutti hanno guardato al futuro, senza soffermarsi su sterili polemiche  e accogliendo il mio appello. Sembra che sia stato messo il primissimo mattone per costruire questo ponte immaginario tra noi e il fiume”. E continuando a parlare di progetti futuri, non mancherebbero buoni propositi per ridar vita al fiume. Sarebbe previsto nei prossimi tre mesi un altro incontro tra la Regione e i comuni di Palermo, Altofonte e Monreale e proprio dopo questo atteso appuntamento potrebbero cambiare le sorti dell’Oreto.

Dobbiamo tener vivo il dibattito con nuove idee. Far circolare idee è essenziale ed efficace, soprattutto per mezzo dei video e di internet. Ma l’idea non basta. Bisogna attuare da principio un piano operativo, anche a piccoli passi

“DO WHAT YOU CAN’T”

Il videomaker a Febbraio lascerà l’Italia per una spedizione in Alaska fra i ghiacci dell’Artico e in mezzo agli indiani d’America. “Vado a scoprire come si vive oggi nei ghiacci del grande Nord“. “Non hai paura?” chiediamo.

Concludendo, risponde: “Dubbi mai, paura sempre. La mia paura è una paura buona, che mi mantiene attento. Una paura costruttiva che non mi paralizza. Non ho ancora fatto abbastanza e c’è davvero poco tempo. Fate quello che non potete, diceva Casey Neistat. È questo uno dei miei motti preferiti”.

 

La lunga battaglia di un ristoratore contro l’abusivismo

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Quasi un anno è ormai trascorso da quando vi avevamo raccontato la vicenda di un ristoratore palermitano, Francesco Capizzi, che da anni denunciava la presenza di attività abusive in una nota piazza nel cuore di Palermo. Lo scorso gennaio Capizzi riceveva una bottiglia incendiaria contro il proprio locale. Si era allora parlato di atto intimidatorio.

Lo abbiamo incontrato questa mattina e, a distanza di un anno, niente è cambiato. O quasi.

Vediamo cosa sta succedendo.

UNA DELIBERA POCO “CONOSCIUTA”

Francesco Capizzi ci ha accolti all’interno del proprio locale a Piazza Olivella. Ci racconta della battaglia che da anni porta avanti a favore della legalità. Spesso è stato definito “sbirro“, ma questo non ha mai rappresentato un problema per Capizzi, che dal 2013 denuncia situazioni di abusivismo all’interno della piazza. Insieme a lui gli abitanti del quartiere hanno dato vita a un’organizzazione, il “Comitato Olivella Monteleone“.

Infatti, come riferisce Capizzi,  per i malcapitati abitanti di questa zona riposare è diventato impossibile a causa di urla, schiamazzi e cori da stadio di passanti, spesso in preda ad alcol e droga.

Nel corso degli anni, Capizzi ha denunciato la presenza di molte irregolarità: pedane installate sopra i tombini, suolo pubblico che “si amplia” in base all’affluenza, ristoranti che si trasformano in discoteche.

Poi, ci parla di una delibera emanata a settembre 2014, la 252, che finalmente “elenca dopo tanti anni dei canoni specifici, ad esempio per ciò che concerne i gazebi“, che tuttavia ad oggi non mancano nella piazza in questione. Secondo questa delibera, dunque, tutti i ristoratori che avevano posto un gazebo innanzi alla propria attività avrebbero dovuto provvedere a smontarlo già nel lontano 2014.


 

Purtroppo, sembra che molti locali della piazza continuino a non attenersi alle regole.

Porto avanti una vera e propria battaglia perché se c’è un regolamento deve essere uguale per tutti

LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI?

L’attività di Francesco è andata avanti per anni, ma nell’ultimo periodo le cose sono notevolmente cambiate.

Ci siamo esposti molto per questa battaglia e non abbiamo ricevuto alcun sostegno, anzi siamo stati attaccati. Dopo i controlli di gennaio scorso abbiamo ricevuto una bottiglia incendiaria

Francesco racconta che, in seguito a un controllo eseguito recentemente soltanto presso il suo locale,  dovrà pagare una multa di 6666,67 euro per una birra somministrata dopo le tre e mezza.

Non ho nulla da ridire sul controllo effettuato, ma se la legge è uguale per tutti perché è stato attaccato soltanto il mio locale? Non sono l’unico ad aver somministrato una birra dopo le tre e mezza. Se presento un esposto, subisco un controllo

Per provare a recuperare la situazione, Capizzi ha organizzato una raccolta fondi.

Anche il SUAP, dopo una serie di pec senza risposta, aveva riscontrato tutti gli abusi che erano stati denunciati e richiesto un controllo da parte della Municipale.

Purtroppo, anche questo non ha cambiato la situazione.

 

Brunori Sas, ora vi racconto chi è Dario

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Brunori Sas a Moralizzatore.it <<È un mestiere, il mio, che induce a guardarsi  più allo specchio che intorno. Più che chiedermi “io chi sono”, di solito mi chiedo “io quanti sono” e allora posso dirti che io sono sempre io>>. Intervista al cantautore calabrese disco D’Oro e miglior artista Indipendente 2017.

A ridosso del Natale si sa, si è tutti più buoni. E noi di Moralizzatore.it svestiamo per un po’ i panni di predicanti e predicatori e, senza togliere il lavoro a nessuno, vogliamo farvi (e farmi) un grande regalo. Abbiamo intervistato per voi il cantautore dell’anno, premiato Miglior Artista Indipendente 2017.  Dario Brunori, leader e frontman dell’omonima band Brunori Sas, tra un’attenta analisi del presente e arguti pronostici per il futuro, racconta e si lascia raccontare con semplicità e ironia. L’intervista, a colpi di emoticon ed email, si è risolta in un’interessante chiacchierata con un ragazzone sagace, beffardo e davvero molto genuino. Caratteristiche queste, che con intensità e naturalezza è riuscito a trasmettere anche nei testi delle sue canzoni. “Non solo canzonette” per dirla con qualcuno…

<<Che tra il disilluso e l’illuso, io preferisco sempre il secondo>> . L’espressione, che potrebbe essere la perfetta frase da bacio perugina, è in realtà l’azzeccato commento che, da bravo paroliere, Brunori fornisce alla domanda “A quanti dicono che la Calabria non è un posto per giovani cosa rispondi?“.

Essere disillusi è molto semplice e al contempo è una forma di illusione, perché nega la possibilità di un cambiamento, che è una fesseria assoluta ed è la convinzione peggiore che possa attraversare un essere umano. Pensa a Martin Luther King, per dirne uno. È ovvio che questo non vuol dire essere dei “poveri illusi” e vivere la vita come fosse sempre una favola. Bisogna esser coscienti del fatto che le criticità sono tantissime, su livelli differenti, sia economici che culturali,  e che ci vorrà del tempo affinché si arrivi ad una condizione paragonabile ad altri luoghi della penisola. Insomma bisogna non cedere alla rassegnazione da un lato e dall’altro cercare di essere critici e anche pragmatici, alzarsi le manichelle insomma…

Secondo recenti statistiche la Calabria è tra le principali regioni col più alto tasso di “emigrati” e fuorisede. 350 mila sono i calabresi iscritti all’anagrafe residenti all’estero, senza contare quelli che vivono in altre regioni d’Italia. Allo stato attuale, credi si possa tentare di cambiare le cose?

Certo, anche perché le cose cambiano inevitabilmente, bisogna solo decidere in che modo partecipare a tale cambiamento e come direzionarlo. Io sono abbastanza new age in questo senso, parto sempre dal cercare di cambiare me stesso per poi di conseguenza esercitare  un’influenza su chi mi sta intorno. Di questo sono certo perché l’ho sperimentato, soprattutto da quando ho iniziato  a fare il mestiere canterino.

Su il Magazine de Il sole 24 ore hai dichiarato: <<Di pietra il mondo di mio nonno, di vento quello di mio figlio. E io, che galleggio sull’acqua destinato inesorabilmente a evaporare?>> Cosa ha significato per te evaporare?

Ho voluto usare quest’immagine rifacendomi alla visione di Zygmunt Bauman di una“società liquida”, intendendo descrivere l’epoca attuale come caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento solidi, rispetto al passato. In questo senso mi immaginavo che noi nati alla fine degli anni ‘70 siamo un po’ una generazione liquida destinata a evaporare, siamo gli ultimi che probabilmente si porranno il problema di punti di riferimento solidi. Insomma ancora non mi sento evaporato, ma ho come l’impressione che dovrò fare grandi sforzi di comprensione del mondo intorno a me per potermi adeguare al cambiamento senza per questo intaccare la mia natura essenziale.

In questo continuo evaporare, cosa porti con te della tua Calabria e cosa lasci?

Della Calabria porto con me lo sguardo, nel bene e nel male. La “calabresità” che mi piace predilige la sobrietà alla spettacolarizzazione, soprattutto dei sentimenti. Penso che la nostra sia una terra che educa a un pragmatismo molto spinto, in cui non c’è molto spazio per il volo. D’altro canto, se ben dosata, questa visione della vita torna utile anche a chi scrive canzoni come me (“canzoni che ti salvano la vita…” ndr), perché mi dà la misura del reale e forse bilancia un mestiere che spesso e volentieri tende a guardarsi più allo specchio che intorno.

Il tuo nuovo album si intitola “A casa tutto bene”. Qual è questa casa di cui parli e canti?

La casa di cui parlo non è solo quella delimitata dalle quattro mura materiali. La casa di cui parlo è soprattutto quella mentale, quella in cui spesso ci rifugiamo per paura di un mondo esterno che ci appare sempre più minaccioso e che però non ci permette di affrontare le nostre paure e di aprirci agli altri. La casa di cui parlo è una sorta di campana di vetro insomma, in cui si sta comodi ma come dire con poca soddisfazione. Ho scritto un disco totalmente fatto in casa, col desiderio che fossero le canzoni stesse a strapparmi fuori dalla porta e così è stato.

Chi è Dario? Il cantante-cabarettista che prende e si prende in giro sul palco, e che abbiamo abbondantemente imparato a conoscere seguendoti in tour e nei teatri, o il cantautore un po’ nostalgico un po’ incazzato con la vita?

Uno, nessuno e centomila”, per citare un autore al mio stesso livello (ride, ndr). Dobbiamo essere coscienti del fatto che in noi abita un condominio, fatto di personaggi non sempre d’accordo gli uni con gli altri. L’idea che ci sia un solo “Io” è del tutto semplicistica. Più che chiedermi “Io chi sono?”, di solito mi chiedo: “Io, quanti sono?”. Ecco allora che, rispetto alla tua domanda, posso dirti che sono sempre io, sia quello nostalgico che quello un po’ cazzone. Ed è bello che sia così, perché solo le cose finte hanno sempre lo stesso aspetto, le cose vive no.

Dario con le donne com’è? hai da poco festeggiato 19 anni di fidanzamento con la tua compagna (Simona Marrazzo). Ti va di rivelarci qualche aneddoto o segreto sul vostro rapporto?

Sì, siamo entrambi appassionati di divano e plaid, penso che se uno dei due dovesse un giorno spogliarsi della propria pigrizia casalinga sarebbero guai. Quasi 20 anni di onorato divano, è questo il segreto di una coppia che regge.

Cibo, sesso e musica. In un’altra vita a cosa rinunceresti

Al cibo, visto che al sesso ho già rinunciato in questa.

Fra 40 anni ti immagini sdraiato a prendere il sole sulla “spiaggia di Guardia rovente” o immerso nella “metropoli che ancora incanta”?

Fra 40 mi immagino sdraiato sotto terra, o meglio in mare sotto forma di cenere.

Il tuo più grande rimpianto nella vita?

Il fatto che mio padre non abbia visto tutto ciò che di bello mi sta accadendo, soprattutto l’affetto che ricevo dalla persone. Era una cosa a cui lui teneva molto, sono convinto che ne sarebbe stato orgoglioso.

La soddisfazione più grande?

Aver rilasciato questa intervista .

 

Brunori Sas dagli esordi al successo

Dario Brunori, classe 1977, nasce a Joggi (frazione di Santa Caterina Albanese) e trascorre gran parte dell’adolescenza a Guardia Piemontese, altro comune della litoranea cosentina.  Imprenditore mancato e neo-urlatore italiano – come si auto celebra sulla sua pagina Facebook – esordisce discograficamente nel 2003, con il collettivo Minuta. Da autore di musiche e canzoni per alcune serie di animazioni televisive, decide di rigettarsi a capofitto nell’universo tanto selettivo quanto affascinante del cantautorato italiano, utilizzando, a partire dal 2009, lo pseudonimo di Brunori Sas. Omaggio, quest’ultimo, all’impresa edile dei genitori, promotore della realizzazione di diverse incisioni.

Accompagnato da Simona Marrazzo (cori e percussioni), Dario Della Rossa (piano e tastiere), Mirko Onofrio (sax e fiati) e Massimo Palermo (batteria) pubblica  “Vol.1” con cui si aggiudica il Premio Ciampi 2009 come miglior disco d’esordio e la Targa Tenco 2010 come miglior esordiente. A due anni esatti torna sulla scena con “Vol. 2- Poveri Cristi” che segna l’entrata in pianta stabile nella band del violoncellista Stefano Amato e l’inaugurazione della Picicca Dischi. Nuova etichetta discografica di cui Brunori è co-fondatore insieme a Simona Marrazzo e Matteo Zanobini. 

Nel 2012, la canzone “È nata una star” viene scelta come colonna sonora dell’omonimo film con Rocco Papaleo e Luciana Litizzetto. Nel 2013 si apre quello che è stato definito come il “never ending tour” durato più di tre anni, di “Brunori senza Baffi” a Teatro. Nel 2014, con l’uscita del nuovo album “Vol.3- Il cammino di Santiago in taxi” si aggiudica il secondo posto su iTunes e il primo su Spotify come artista più ascoltato. Continua ad alternarsi tra palco e cabaret portando in scena nei teatri d’Italia “Brunori Srl- una società a responsabilità limitata“.

Il 20 Gennaio 2017, viene lanciato il nuovo album “A casa tutto bene“, con un tour completamente sold-out  che lo consacra finalmente nell’olimpo del cantautorato italiano. Il 27 luglio riceve il premio “Pimi Speciale” del MEI  con cui viene insignito del titolo di miglior artista indipendente dell’anno; il singolo “La Verità” ottiene la Targa Tenco 2017 come Miglior Canzone dell’anno. Dall’1 agosto, “A casa tutto bene” è disco d’oro.

Tra Malùra e speranza. Il nuovo libro di Carlo Loforti in un video

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Domenica si vota. Ma cosa ne pensano i siciliani?

Malùra, nel dialetto siciliano, indica uno stato fisico ed emotivo di crisi profonda, in cui la stessa sopravvivenza dell’individuo è messa in discussione. Malùra è anche il titolo del nuovo romanzo di Carlo Loforti, edito da Baldini&Castoldi e in libreria da novembre. E tra malùra e speranza oscilla lo stato d’animo dei siciliani a poche ore dal voto. Per queste ragioni il filmaker Alessandro Di Piazza ha realizzato un video che misurasse il polso dei cittadini in vista di queste elezioni. Un vox populi divertente, ambientato nell’antico mercato del Capo di Palermo, che svela preferenze, rabbia, freddure, disillusioni e speranze dei cittadini, mettendo l’accento sul proverbiale colore e sulla creatività dei siciliani.

Il video restituisce parte delle atmosfere del romanzo di Loforti, una tragicomica commedia on the road ambientata tra Sicilia e Calabria che con leggerezza racconta il lato dolce e quello amaro del sud più profondo. Protagonista è Mimmo Calò, ex star di una trasmissione sportiva locale, uscito da un carcere palermitano dopo 13 mesi di custodia cautelare. Non ha un piano, non ha un lavoro, non ha più una moglie. Ha solo una figlia, che però già a soli quattro anni sembra aver capito di doverlo odiare. “Ci si affeziona al ritmo frenetico di questa storia. A questi padri, figli, amici che vogliono riconquistarsi”: è il prestigioso endorsement di Simonetta Agnello Hornby per Malùra.

Tanto nel romanzo quanto nel video aleggia un quesito aperto: quale sarà la Sicilia dei prossimi anni? Ci sarà malùra o rinascita?

 

 

SCHEDA LIBRO

Titolo: Malùra

Autore: Carlo Loforti

Casa editrice: Baldini & Castoldi

Data di uscita: 2 novembre

Genere: Commedia

Prezzo: 16,00 euro

Prezzo eBook: 7,99 euro

Data di uscita: 02/11/2017

Pagine: 273

Sito web: www.carloloforti.com

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