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Da Palermo con furore: Fabrizio Candino finalista italiano alla Bacardi Legacy Competition 2018

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Classe 1988, Fabrizio Candino nasce a Palermo, al crocevia del Mediterraneo – dove tutte le popolazioni e culture sono transitate e si sono mischiate tra loro – per diventare cittadino del mondo. Sarà che è venuto su in una città di mare, piena di contrasti, di odori e sfumature, ma la sua vocazione è il viaggio e la miscelazione, la scoperta di nuovi orizzonti umani e professionali.

Da brava alcool-addicted, incontro Fabrizio già agli inizi della sua professione, poco più che maggiorenne e con un taglio di capelli decisamente diverso. Da un po’ è diventato il punto di riferimento delle mie domeniche alcooliche, e non mi stupisce affatto che sia uno dei tre finalisti italiani alla Bacardi Legacy Cocktail Competition 2018,  tra le più importanti competizioni internazionali dedicate all’arte della miscelazione in programma il 5 e 6 marzo a Roma.

Insieme a Fabrizzio (dalle nostre parti, si pronuncia con due zeta), Carola Abrate  di La Drogheria di Torino e  Davide Mitacchione del Luau Tiki di Bari sono stati selezionati tra più di 500 partecipanti durante la semifinale di Granada, e si fronteggeranno adesso per conquistare un posto nella finalissima che si svolgerà in Messico tra i campioni di altri 35 paesi.

Lo scorso 28 Gennaio Fabrizzio ha presentato presso le Botteghe Colletti di Palermo la sua nuova creazione: Ithaca, sapiente mix di agrumi e rum Carta Blanca di casa Bacardi.

Al secondo giro, colgo l’occasione per rompergli le balle e fare qualche domanda.

Quando e come hai scoperto la vocazione per la mixology?

«È nato tutto per gioco, come un piacevole part-time per assecondare il mio bisogno economico e le più rilevanti necessità sociali che accompagnano il mio modo di essere. Il bartending è stata la giusta strada, anche se non mi definisco necessariamente barman, o mixologist o bartender… Amo miscelare, ascoltare e dare ai clienti un momento piacevole da bere, quindi mi va bene pure “oste”. Con il tempo, quel lavoro saltuario è diventata un’abitudine. Sono passati sette anni, ormai.»

C’è stato un momento, una persona, una circostanza che ti ha fatto pensare: questa è la mia strada?

«Ad ispirarmi credo siano stati i miei fratelli, un Natale di circa dieci anni fa. Mi regalarono un pessimo libro ed un orribile shaker che però ancora oggi conservo gelosamente. Magari quel regalo di allora fu motivato dalla loro speranza futura di poter bere gratuitamente nei locali in cui eventualmente avrei lavorato una volta appresa l’arte… oggi, dieci anni dopo, direi che forse hanno fatto un buon investimento

Le tue abilità sono già riconosciute e molto apprezzate: perché  hai deciso di partecipare alla competizione e confrontarti con il resto del mondo?

«Bacardi Legacy è una delle manifestazioni globali più importanti legate al mondo della miscelazione, motivo per il quale ho scelto di parteciparvi. Perché Bacardi? Perché, tralasciando specifiche tecniche che renderebbero noiosa questa intervista a molti, credo nella storia che si sviluppa intorno a questa famiglia e che un po’ si reincarna in tutti noi giovanissimi, giovani e quasi giovani che ci ritroviamo a cercare in qualche angolo di mondo la nostra identità, quello che realmente siamo o vorremmo essere.»

Che importanza ha nel tuo mestiere mettersi in gioco e confrontarsi con colleghi di altri paesi?

«Competere non è il mio mestiere, sono lontano anni luce dalle serrate battaglie a colpi di shaker che esplodono qua e là nel mondo. Alla competition preferisco di gran lunga il confronto. Se alla base di ogni competizione ci fosse più confronto che ambizione personale non mi perderei neanche un evento. Credo che  Bacardi, al di là del mio diretto coinvolgimento quest’anno, investa parecchie risorse nel tentativo di mostrarsi amichevole e familiare… è aperta al confronto alla pari.»

Cosa ha ispirato la creazione di iIthaca? Perché la scelta di un nome che è sinonimo di casa, ritorno, ma anche di un passaggio – se consideriamo le rotte di Ulisse?

«Ithaca è ovviamente ispirato al viaggio. Un nuovo concetto di viaggio, però, che lega Ulisse al buon don Facundo Bacardi, viaggiatore instancabile, la cui vita, ben presto, si è trasformata da storia  in legenda.

Itaca per Ulisse significava casa; per me, questa casa si trova tra le sponde del Mediterraneo, in un mare che racconta chi siamo, da dove veniamo e probabilmente dove arriveremo. Ithaca vuole insegnarci un viaggio che ha a che fare non più con le destinazioni finali, con le tanto ambite mete, quanto con il percorso formativo che si nasconde dietro ogni nuova avventura. Ithaca significa casa, ma si tratta di una casa estremamente fluida e dinamica, una casa che porti sempre con te e che si trova ovunque tu deciderai di poggiare i tuoi piedi.»

Per te che sei un viaggiatore, le preparazioni soddisfano anche il bisogno di raccontare storie, di raccontarsi?

«Utilizzo spesso i così detti “home made”, che in questo caso sono essenzialmente due e ambiscono a dare una percezione gustativa autentica della mia Sicilia. Si tratta di una Sicilia che odora di agrumi e  fiori. In Ithaca utilizzo infatti una marmellata di mandarino (in particolare il mandarino tardivo di Ciaculli) e un profumo finale che viene spruzzato sul drink subito dopo essere stato shakerato e versato in coppetta.

Il profumo è realizzato tramite un’infusione in rum Bacardi Carta Blanca di scorze di mandarino e delle essenze dei nostri fiori d’arancio (zagara).

L’idea delle mie preparazioni – di Ithaca soprattutto –  è quella di trasmettere i profumi e gli odori della nostra isola, ispirandomi al genio letterario di Suskind e del suo “Profumo”.

Ho cercato di raccogliere in una ricetta gli odori delle nostre strade, i profumi di una terra che nonostante il progresso riesce a mostrarsi, in alcuni scorci, ancora vergine.»

Ordino un Ithaca e gli aromi del mandarino del bergamotto e dell’arancia s’attaccano all’ipotalamo e mi fanno pensare alla primavera, al sole, al profumo del fazzoletto che mia nonna teneva nel “reggipetto”. A casa.

Il mix è sapiente, il gusto è equilibrato. Il mio bicchiere mi racconta una gran bella storia fatta di sole, di arrivi, partenze e ritorni. Roba da berne dieci di fila. Comincio a citare Goethe: “Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni, gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure, una mite brezza spira dal cielo azzurro…”. Vado, prima di risultare molesta. L’ora è giunta e Fabrizzio si appresta ad un’altra partenza, ben oltre le colonne d’Ercole. All’orizzonte, il Messico!

Un, due, tre – stella! L’ansia da omino multistrato

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Al mondo, esiste l’ansia da prestazione, da stress, quella da trauma, quella da fobia e chi più ne ha più ne metta (io, ad esempio, c’ho l’ansia del piccione).

Per  i poveri ristoratori, ci sta pure quella per la Guida Rossa. Niente a che fare con Mao, afflati bolscevichi o intenti comunisti: parliamo del simbolo di qualità che da un secolo tormenta tutti quelli che possiedono una bella cucina aperta al pubblico.

Ultima illustre vittima delle stelle è  il buon Carlo Cracco ed il suo “Ristorante Cracco” di via Victor Hugo nel centro storico di Milano. I ben informati dicono si tratti di un monito lanciato al Carlone nazionale, per la sua massiva presenta in tv e la diserzione dalla cucina.

Di certo, è difficile pensare che Cracco, con oltre 10 anni di attività ad altissimi livelli (il suo ristorante ha la fama di essere tra i 50 migliori al mondo) rischi all’improvviso una flessione della qualità dei suoi servizi… E se pure non sta fisicamente tutto il giorno, tutti i giorni nella cucina del suo ristorante, non è lecito pensare che ne affidi la gestione ad un Marrabbio qualsiasi – già gestore del “Mambo” in quel di Milano 2, specializzato in fettine panate.

Ma cos’è la Guida Michelin? E perché le sue stelle sono così ambite?

Fondata nel 1900 dal colosso degli pneumatici, nasceva con l’intento di aiutare i viaggiatori on the road, segnalando officine, punti di rifornimento carburante, hotel, ristoranti e perfino ospedali (immagino una classifica tipo “una H non ne esci vivo, due H hai qualche chance, tre H ti rifanno nuovo”).

Riguardo ai ristoranti, ci trovate i migliori; quelli buoni ma entro i 35 euro sono accompagnati dalla faccina del Bib Gourmand, cioè l’omino Michelin, poi ci sono le cosiddette eccellenze. Ed è qui che entrano in gioco le stelle.

Gli ispettori della guida (in forma rigorosamente anonima) danno un’occhiata al circondario, poi prenotano, mangiano pagano e vanno via. Nel frattempo, valutano la qualità dei prodotti, la tecnica culinaria, l’equilibrio tra gli ingredienti, la personalità dello Chef, il rapporto qualità-prezzo e la costanza di rendimento, con un rating da una a tre stelle. Sono i clienti perfetti, discreti e pronti a saldare senza battere ciglio, che però possono mandarti dal gotha al cesso della categoria in due righe.

Ma torniamo al punto, e cioè al valore delle stelle.

1 Stella: ottima cucina nella sua categoria. Insomma, bene ma non benissimo. Lo chef ha qualche buona idea, la location è carina e la cantina discreta; il ristoratore diventa una  piccola star nella propria regione, i coperti diminuiscono, i prezzi lievitano. In generale, hanno la fissa della destrutturazione e spesso un po’ di nostalgia per i tempi senza stella ed un pizzico di invidia per i venerdì tutto pieno dell’osteria di fronte. Ma vuoi mettere? C’hai la stella e il topino di Ratatouille te spiccia la sala.

2 Stelle: cucina eccellente, tale da meritare una deviazione nell’itinerario di viaggio. Si comincia a parlare di cose serie. Tecniche di preparazione innovative, sorprendente combinazione degli ingredienti, cantina di riguardo e servizio di buon livello. Le porzioni si restringono sempre di più, ma ogni boccone (anche se al massimo sono tre) diventa un’esperienza sensoriale e merita una (love) story su Instagram.

3 Stelle: una delle migliori cucine. Sedersi in questi ristoranti vale un viaggio intero. Insomma, il top del top in ambito ristorazione. Il paradigma della perfezione. Niente può essere fuori posto o scontato o semplicemente meno di ciò che ci si aspetta. Si dice che il personale addirittura coccoli gli zerbini, per predisporli meglio all’accoglienza.

Gli standard sono elevatissimi, al punto che uno dei più rinomati ristoranti francesi, Le Suquet a Laguiole, già detentore di tre stelle Michelin – praticamente l’olimpo  della cucina francese –  ha richiesto di non essere più incluso nella bibbia dei gastronauti, perché la pressione legata allo standard qualitativo espresso dal riconoscimento è troppa. Ci sarà poi da biasimarli?

Voglio dire, lavorare nella ristorazione (in generale, ma a certi livelli ancora di più) in effetti è davvero arduo e comporta tutta una serie di accortezze che possono sfuggire al controllo – sì, pure se lavori h24 come un distributore di preservativi e la tua soglia d’attenzione è più alta di quella di un secondino di Alcatraz (d’altra parte anche lì hanno chiuso i battenti).

In un ristorante, tutto può succedere: un capello finisce nel piatto (eh si, fatta eccezione per Joe Bastianich, può capitare), il lavapiatti sta depresso e ti sbecca il piatto da portata, il cameriere inciampa nel tappeto ottomano e scassa tutto, il vino sa di tappo ma anche il sommelier può avere l’influenza e il naso chiuso.

E tu, che per amore del tuo lavoro ti fai un mazzo grande quanto una cassettiera MALM di Ikea,ti puoi ritrovare improvvisamente bandito, messo all’indice e con una stella in meno. Tutto questo impegno, andrebbe premiato. Ed invece no, tu ti vuoi migliorare, diventi ambasciatore della cucina italiana nel mondo e la Giuda Rossa ti declassa.

Io dico che Cracco va avanti, cresce, guadagna e lo fa a modo suo; se questo comporta il sacrificio di  una stella, poco male. La stella, del resto è lui. È proprio lui ad ispirare tanti ristoratori, migliaia  di ragazzini che da grandi vogliono essere chef. Non è fantastico pensare ad un futuro in cui tutti mangiano e bevono bene?

Bravo Cracco, fa’ ciò che vuoi, sii te stesso e tutti noi. Ed in attesa di ammirare il tuo nuovo ristorante in Galleria, continueremo a sognare di vestire i tuoi panni e di essere amati ed apprezzati per quello che siamo e facciamo, e non per quello che un omino brutto, grasso e multistrato si aspetta da noi.

La zucca ad Halloween: meglio fritta che in still life

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E’ arrivata la notte di Ognissanti o Halloween. Al di là delle polemiche sul rispetto delle tradizioni locali e nazionali, al di là del fatto che molti la usano come scusa per uscire vestiti a cazzo – recuperando quell’acquisto impulsivo fatto sotto l’effetto della sindrome da abbandono – rifletto su quando sia dura oggi nascere zucca.

Già vieni fuori con un improbabile color arancio, tutta pieghe e tondeggiante; ma questo non è abbastanza. Da anni ormai ti sviliscono, ti svuotano (letteralmente) e ti stampano in faccia un sorriso che al confronto King Kong di “Mary per sempre” sembra il testimonial della Pasta del Capitano.

Eppure la zucca è tra gli ortaggi più buoni della stagione autunnale, ed ha molteplici proprietà nutrizionali e benefiche per il nostro organismo. Ha pochissime calorie, aiuta a prevenire l’insorgere delle rughe, aiuta la diuresi (come l’acqua Rocchetta, ma costa meno) ed ha notevoli proprietà calmanti. In sintesi, è il nutrimento perfetto per chi combatte contro il proprio peso, soffre di cellulite, di ansia, di nervosismo e d’insonnia; praticamente per il 90% della popolazione globale.

Nel linguaggio corrente inoltre, zucca è uno dei tanti sinonimi di testa: andar fuori di z. ovvero perdere la ragione, delirare; avere la z. dura cioè essere testardi, cocciuti, difficili da persuadere; avere la z. vuota come il summenzionato 90% della popolazione globale.

Personalmente, amo moltissimo la zucca ed il suo sapore dolce che si accosta alla perfezione agli ingredienti salati. È il ripieno per eccellenza della pasta fresca e grazie alla sua polpa renderebbe vellutato anche un bastoncino Findus.

Per questo, invece di sfondarla e farne un decoro per un allestimento still life, vi propongo cinque utili impieghi per darle il ruolo che merita.

La ZUCCA IN AGRODOLCE: tagliata a fette di dimensioni variabili, va innanzitutto fritta – non grigliata né tantomeno cotta al forno, ma fritta! Viene successivamente fatta macerare per qualche ora in un’emulsione di olio ed aceto, con qualche spicchio d’aglio ed un po’ di zucchero; quella santa donna nonché genio culinario di mia madre, ad esempio, ricicla l’olio della frittura per garantire il giusto apporto di grassi saturi. È il piatto bitter-sweet per eccellenza nelle tavole autunnali, da consumarsi in abbinamento ad un Marsala semi-secco per un apporto calorico oltre il consentito ma un godimento assicurato.

Il RISOTTO ALLA ZUCCA: il risotto, come tutti sanno, è retaggio della cucina settentrionale, segnatamente lombarda; a Mantova si vantano pure di coltivare varietà pregiate di zucca – a parer mio, pure quelle di San Giuseppe Jato (PA) non sono affatto male. Ad ogni modo, il risotto alla zucca è un’arte e sempre che non possediate un Bimby, dovrete impegnarvi un pochino nella preparazione. Il risultato in genere è un piatto sobrio e delicato, di spiccata dolcezza; se mantecato adeguatamente, può raggiungere la giusta tendenza grassa e succulenza, che lo rendono perfetto in abbinamento ad un vino bianco di buona struttura ed acidità come il Fiano d’Avellino.

Il SOUFFLÉ ALLA ZUCCA: più facile a dirsi che a farsi. Il rischio che si afflosci dopo che sia uscito dal forno o che nemmeno monti durante la cottura è altissimo. Tutti dicono che un ruolo fondamentale sia giocato dal forno che si utilizza… Sarà, ma io sono convinta che perfino Benedetta Parodi utilizzi una controfigura quando lo prepara. Tuttavia, il soufflé dona alla zucca una patina soave e morbidissima e quell’eco francese che corona con il giusto aplomb la regina degli ortaggi. Sia homemade che ordinato al ristorante, specie se servito su una fonduta al grana, si sposa divinamente con un bel Collio Goriziano Ribolla Gialla, vino bianco di buona sapidità ed intensità gusto-olfattiva.

La VELLUTATA DI ZUCCA: ognuno in merito dice la sua. Chi aggiunge le patate per dare corpo, chi il porro, chi ancora capperi e noce moscata: la vellutata è un jolly che accontenta tutti perché è facile da preparare, piace quasi a tutti e si presta a decine e decine di varianti. Perfetta per bypassare il dilemma del primo piatto (tanto per secondo ci sono gli involtini preparati dal macellaio), dona il giusto brio ad una tavola autunnale, soprattutto se accompagnata da uno spumante brut, che ne contrasti la naturale dolcezza.

Il SEME DI ZUCCA TOSTATO (o semenza): è il re dello “Scaccio”, ovvero del mix di frutta secca – “calia” (ceci tostati) e appunto “semenza” – che impera su tutte le festività siciliane. Prima di pranzo, a fine pasto, a Pasqua, Natale e Capodanno, durante la partita a Burraco o nel corso della finale di Coppa Italia, la semenza è il nutrimento-svago per eccellenza. A Palermo è altresì un tipico alimento da passeggio: venduto per strada dagli ambulanti, si sgranocchia un passo dopo l’altro ed è assolutamente legittimo – se non addirittura dovuto – buttarne a terra le “scorce” (bucce). Da bersi con quello che c’è, sia chinotto sia birra, mandarinetto o vino sfuso della casa, aiuta a scacciare i pensieri e le sindromi gourmet.

La zucca ha talmente tante varianti, che ridurla a decorazione è deprimente.

Ci fossi stata io al posto di Cenerentola, in corsa verso il ballo avrei detto alla fatina: «Madrì, prendi la Twingo, ché la zucca mi serve per i ravioli ».

No Vermouth, no party! Cinque modi fighi per berlo   

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Dopo anni d’incomprensibile oblio, la mitica bevanda a base di vino, è fortunatamente tornata alla ribalta.

Negli ultimi due anni, infatti, la produzione in Italia è passata da una ventina di etichette ad oltre un centinaio.

Wermut in tedesco significa artemisia (o assenzio) pianta amara aromatica per eccellenza, che caratterizza l’impronta di quello che è stato definito un “vino di lusso”, creato da tale Antonio Benedetto Carpano.

Classe 1765 Carpano era un garzone di bottega poco più che ventenne nella liquoreria e vineria di Marendazzo nell’allora Piazza delle Fiere (e scatta subito la corrispondenza di liquorosi sensi).

Il genio d’origine biellese, creò la sua formula nel retrobottega torinese nel 1786, inventando il vermouth e quindi l’aperitivo. Benedetto Carpano! Di nome e di fatto. Il successo fu tale che la rivendita venne riconvertita in un bar aperto h24.

La scelta del nome dall’eco teutonica per un prodotto tutto torinese, pare sia stata dettata dalla volontà di incensarsi la reale Casa Savoia che all’epoca declamava a gran voce la propria discendenza da Re Ottone II di Sassonia. Meglio così. Pensate se il vermouth fosse stato inventato oggi ed al posto delle eleganti donnine dai banconi dei wine bar capeggiassero locandine con il simpatico faccione della Merkel; roba da restarci sobri per sempre.

Ad ogni modo, il vermouth divenne la bevanda ufficiale dei Savoia ed accrebbe la sua fortuna che esplose nella belle epoque, nell’epoca dei raffinati calici di vetro in cui era servito, nell’epoca di ToulouseLautrec cui s’ispirarono le celebri locandine dedicate alla real bevanda.

Ballerine squattrinate e signorotti mondani si univano sotto l’egida di un’ebbrezza alcolica aromatica al ritmo forsennato del can-can.  Quando si dice, nascere nel secolo sbagliato…

Nelle sue numerose varianti da extra secco a dolce, è ottimo come aperitivo, indispensabile nella mixology e perfetto a fine pasto: con il suo retrogusto antico e la sua forza evocativa – manco fosse un film di Baz Luhrmann – il Vermouth sta vellicando di nuovo il palato degli uomini e delle donne e si ritaglia un ruolo principe nelle bottigliere dei locali alla moda.

Ecco cinque modi fighi per gustarlo:

CARPANO ANTICA FORMULA liscio/on the rocks: Il Re Carpano inventato dal genio creativo di Armando Testa, domina ancora oggi la categoria dei vermouth.

Un bicchiere di Antica Formula (dalle ore 17:30 alle 00:00) ti conferisce stile ed autorità in materia. Ha un aroma intenso d’agrumi e chiodi di garofano con un finale all’amaretto che precede una forte nota vanigliata. E’ l’aperitivo o il fine pasto dell’uomo trendy e sicuro di sé o della donna da presentare a vostra madre. Bevuto con disinvoltura nelle giuste ma robuste quantità, vi consente di avviarvi alla cena come se foste David Bowie ma in frac.

RENDEZ-VOUS con PUNT e MES:  40 ml di Punt e Mes, 20 ml di Fernet Branca e 40 ml di soda water per un cocktail di classe, intenso e deciso per chi ha tutto e niente da dimostrare. Il Punt e Mes è lo storico vermouth  di casa Carpano, con una punt dolce e mes (mezza) amara dovuta all’aggiunta di china; ricordato anche per  il  celebre logo creato sempre da Armando Testa nel 1960.

Perfetto per i disinvolti, da sorseggiare anche alla luce del sole in pieno centro, mentre lo sciù scià vi lustra la stringata dei F.lli Rossetti.

NEGRONI con VERMOUTH del PROFESSORE: è il cocktail inventato dal Conte Camillo Negroni.  Si narra che il nobile uomo sia partito dall’Americano aggiungendovi il gin (che ci piace tantissimo).

E’ ancora oggi il principe degli aperitivi, perché predispone il palato e lo stomaco al cibo che sarà consumato.

Se preparato a regola d’arte, non stanca mai e diventa eccelso con l’uso del vermouth prodotto dalla “Antica distilleria Quaglia”.

Se il barman vi guarda di traverso e dichiara di non avere questo vermouth, sentitevi in diritto di protestare o di cambiare locale. Non lo rimpiangerete.

STORICO VERMOUTH DI TORINO COCCHI con formaggi caprini: Ebbene sì, il vino aromatizzato si presta ad abbinamenti gastronomici funambolici ma nemmeno tanto azzardati. Lo Storico Vermouth di Torino colpisce per le note di cacao e arancia amara che orchestrano un piccolo campione balsamico e speziato di canfora, muschio e noce moscata.  Perfetto come ingrediente di uno strepitoso Manhattan (per i fan di Woody Allen ma anche quelli di “Sex & The City”) è sorprendente in abbinamento a formaggi caprini di media stagionatura; dedicato ai gastronauti alla continua ricerca delle colonne d’Ercole.

VESPER MARTINI: il cocktail prevede l’impiego del Kina Lillet oggi detto Lillet Blanc, vermouth francese a base di uve semillion e sauvignon blanc.

E’il cocktail di James Bond in “Casino Royale” e “Quantum of Solace”. Punto. La ricetta di Ian Fleming prevede: «tre dosi di Gordon, una di vodka, la metà di Kina Lillet».

Riservato all’uomo forte e  del buon bere, impassibile e con i gemelli ai polsini, o alla donna dal tacco dodici con il fegato da camionista, capace di scalare il K2 o rincorrere il bus senza emettere una goccia di sudore.

Liscio, mixato o abbinato, il vermouth conserverà sempre il suo allure da intellettuale bohémien e sarà sempre – oggi come ieri –  una scelta di stile.

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Kobe mi diverto. La fortuna di essere manzo

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Immaginate di essere un bue, destinato dalla nascita alla macellazione. Immaginate però di essere un bovino giapponese di razza Tajima, nato a Kobe, sull’isola di Honshu in Giappone.

Allora sarete sì destinati ad una brutta fine nel pieno della vostra esistenza, ma avrete vissuto una vita che la maggior parte dei bipedi umanoidi se la sogna.

Il manzo Kobe è probabilmente la varietà più prelibata al mondo, vero e proprio Graal per gli accoliti della carne rossa.

La sua caratteristica principale è la marezzatura (cioè la presenza di venature di grasso all’interno del tessuto muscolare) praticamente perfetta, un equilibrio mistico tra “carne” e grasso, ma un grasso nobile e buono, la cui percentuale di colesterolo è più bassa rispetto alla stragrande maggioranza delle carni rosse prodotte nel mondo.

Gustare il manzo Kobe, è un’esperienza che vale la pena fare almeno una volta prima di morire, perché ha un gusto unico che non si scorda più, una consistenza che ridefinisce il senso del “si scioglie in bocca”.

In pratica un burro che fa bene al cuore ed al palato, gustoso, profumato e un po’ dolciastro.

E’ sublime nella cottura alla griglia, adatto alla pietra lavica, incomparabile nella versione brasato ed unico se mangiato crudo. Una goduria.

Il vostro portafogli potrebbe però protestare ed indurvi a desistere perché effettivamente il Kobe costa un bel po’. La carne può arrivare ad un prezzo che va oltre i € 1000/kg ed una bella bistecca al ristorante potrebbe costarvi anche € 300.

Viene da chiedersi: Perché il manzo Kobe è così buono? E perché costa così tanto?

Presto detto. Al di là di essere un toro castrato (e questa vi assicuro è l’unica nota dolente per il caro bovino) o una scottona (una mucca che non abbia partorito) gli allevatori di manzo Kobe, riservano ai loro capi di bestiame un trattamento che nemmeno Chiara Ferragni durante la fashion week.

Lo scenario è il seguente: Il nostro amico Kobe, vive in un arcipelago di natura vulcanica e montuosa, in una rigogliosa pianura con le cime innevate sullo sfondo, alberi di ciliegio in fiore, prati verdi e lussureggianti in cui bivacca fronte mare.

Ha un bel manto nero e lucido costantemente spazzolato, si nutre di riso, fieno e grano selezionati, beve birra a più non posso e non può mai e poi mai superare il peso di 470 kg; praticamente è il Jason Momoa1 delle razze bovine.

In considerazione della loro stazza e dello stile di vita rilassato, per sopperire alla limitata attività fisica svolta (considerate che non possono nemmeno fare all’amore) i dolcissimi Kobe vengono costantemente coccolati ed addirittura massaggiati per garantire un idoneo risveglio muscolare e sopperire all’inattività.

Coccolati, ben nutriti e con una final destination che – a quanto si dice- rispetta la dignità ed il benessere fisico e mentale dell’animale (ma di questo – ahinoi- non avremo mai contezza); è quindi scontato che la carne che si ottiene da questa filiera produttiva sia di altissimo livello.

A conti fatti, essere un Kobe, non è poi così male.

A pensarci bene, se mai un giorno in virtù della vita che ho condotto dovessi reincarnarmi in un quadrupede, vorrei proprio essere un Kobe.

Avrei cibo, alcool e massaggi tutto il giorno, una forma perfetta senza praticare sforzi, un panorama da urlo con vista sull’oceano e mi avvierei alla morte con Angel di Aretha Franklin in sottofondo.

E con buona pace di Foscolo, sarei ricordato da tutti e per sempre come l’esperienza più goduriosa delle loro vite.

1 Jason Momoa alias Khal Drogo, protagonista indiscusso della prima stagione de “Il Trono di Spade”.

Vinitaly 2017: Più spazio a produttori e addetti ai lavori. Tante novità ed un grande ritorno in Sicilia

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16La nuova edizione del Vinitaly, pur mantenendo la sua veste eterogenea nel flusso dei visitatori, ha però mostrato un lato maggiormente organizzato e composto.

Più spazio per gli operatori di settore,  un layout più professionale e lontano dal caos al quale eravamo abituati; un grande impegno da parte di Verona Fiere che ha parzialmente accolto le rimostranze degli operatori nel corso delle precedenti edizioni.

Il nostro viaggio si concentra nel Padiglione  Sicilia, oggetto di un sempre crescente interesse da parte di turisti, buyers e consumatori.
Partiamo  dalla cantina Gorhi Tondi che presenta il nuovo nato della casa:“BabBìo” vino bianco dotato di un accattivante petillant, nato dal connubio di vitigni aromatici e del damaschino (vitigno quasi dismesso nell’impiego dei bianchi siciliani).  L’etichetta ricorda le mattonelle delle cucine dei nostri nonni ed il nome strizza l’occhio allo scherzo ed al metodo di produzione biologico. Il naso è fresco con note floreali e minerali, il sorso regala una beva leggiadra e moderatamente pungente. Un vino perfetto per i caldi aperitivi  siciliani.

Nuovi arrivi anche in casa Tasca D’Almerita : ecco il Contessa Franca Brut 2010.

L’etichetta scura ricalca lo stile liberty di tutti gli spumanti di casa Tasca, ma si distacca in quanto a complessità e piacevolezza. Dopo una posa di 60 mesi sui lieviti, il Contessa Franca si presenta con un finissimo perlage ed un bouquet aromatico complesso e di grande finezza. In bocca, un finale lunghissimo ed una bella freschezza, regalano un sorso avvolgente e di grande piacevolezza.

Colpisce per sapidità e freschezza, il metodo classico millesimato da uve grillo delle cantine Di Legami. Azienda a conduzione biologica, presenta per il secondo anno in fiera, il proprio metodo classico, figlio dell’enolo e socio Sebastiano Polinas. Beva vellicante e fresca, ottima sapidità ed equilibrio per questo grillo spumante dall’assoluta tipicità.

Interessante anche l’assaggio del  perricone Berlinghieri: vino rosso di buona struttura, e spiccata sapidità; un’interpretazione autentica del sempre più apprezzato vitigno autoctono. 

Un nuovo ingresso tra i rossi siciliani è il perricone Granmassenti 2015 dell’azienda Feudo Disisa che  ci regala un’interpretazione diversa e meno spigolosa del classico perricone.  Il  naso si schiude con prominenti note floreali e fruttate di fragoline, mirtilli ed amarene ed accenni speziati per regalare al sorso una beva piena ed avvolgente.

Le uve nero d’avola e nocera provenienti dalla tenuta Baronaia della famiglia Planeta, ci regalano la prima vendemmia del Mamertino 2015: vino fresco e straordinariamente territoriale dal corredo aromatico carico di frutti rossi spezie ed erbe per un sorso lineare, di buona freschezza e straordinaria sapidità.

Dopo cinque anni di ragionata assenza, torna al Vinitaly la cantina Pellegrino, presentando la nuova linea vini proveniente dai possedimenti di famiglia.

Degustiamo le nuove vendemmie del grillo Salinaro, del Dianthà  e del Gibelè,  per finire poi con il syrah Rinazzo ed il Tripudium rosso.  Scopriamo così vini bianchi di grande freschezza, intensi, dinamici tipici ,riconoscibili e dalla piacevolissima beva e rossi di grande struttura, a volte  spigolosi ma dal tannino centrato e succoso.

Un buon livello qualitativo ed un ottimo rapporto qualità/prezzo fanno da corredo  ai vini provenienti dalle tenute della famiglia Pellegrino che, se da un lato strizzano l’occhio al gusto dei consumatori, dall’altro si esprimono al meglio in tutta la loro  franchezza e  territorialità.

Riserviamo l’ultimo assaggio al vino prefillossera dell’azienda Feudo Montoni di Fabio Sireci, il Vrucara: paradigma del nero d’avola di stile, s’impone già alla vista con un rubino intenso e cupo ed un bouquet complesso, ricco di frutti rossi surmaturi, spezie e carruba che precedono profonde note di pelliccia, cuoio e sottobosco. Il sorso pieno e di centrata tannicità, regala al gusto una grande  persistenza e strascichi di isolana  opulenza.

Al termine del viaggio, il bilancio è più che positivo: tante piacevoli novità ed altrettante conferme denotano  il comune intento dei produttori di apportare costanti migliorie sia nella  qualità  del vino siciliano che nella sua promozione. 

Vinitaly. Bilanci e rilanci. Annunciate date Edizione 2018

La 52/ma edizione del Vinitaly si terrà dal 15 al 18 aprile 2018. È stato annunciato da Veronafiere, presentando il bilancio dell’edizione 51, appena conclusasi.

La quattro giorni di business e promozione per il mondo vitivinicolo ha registrato quest’anno 128mila presenze da 142 nazioni. In crescita l’internazionalità del salone che quest’anno ha visto aumentare i top buyer stranieri accreditati che toccano quota 30.200 (+8% sul 2016), sul totale dei 48mila visitatori esteri. Vinitaly 2017, – commenta il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese -, rappresenta il primo e concreto passo del nuovo percorso di sviluppo che guarda al futuro dei prossimi 50 anni. I risultati premiamo la spinta verso una sempre più netta separazione tra il momento riservato al business in fiera e il fuori salone pensato per i wine lover in città. Proprio Vinitaly and the City quest’anno ha portato nel centro storico di Verona e nel comune di Bardolino oltre 35mila appassionati. L’obiettivo ora è continuare in questa direzione, forti dei nuovi strumenti messi a disposizione con la trasformazione in Spa di Veronafiere e dal piano industriale collegato da 100 milioni di euro, con investimenti mirati sulla filiera wine e sulla digital transformation”.

“I numeri di questa edizione – dichiara il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani -testimoniano la crescita del ruolo b2b di Vinitaly a livello internazionale, con buyer sempre più qualificati da tutto il mondo. Basta guardare alla top ten delle presenze degli operatori stranieri che mostrano incrementi da quasi tutte le nazioni: Stati Uniti (+6%), Germania (+3%), Regno Unito (+4%), Cina (+12%), Francia e Canada (stabili), Russia (+42%), Giappone (+2%), Paesi del Nord Europa (+2%), Olanda e Belgio (+6 per cento). A questa lista si aggiunge la buona performance del Brasile (+29%), senza dimenticare il debutto assoluto a Vinitaly di Panama e Senegal. Per quanto riguarda invece l’Italia, assistiamo ad un consolidamento degli arrivi da tutte le regioni del Paese”.

Con più di 4.270 aziende espositrici da 30 paesi (aumentate nel complesso del 4% sul 2016, in particolare quelle estere, del 74%) Vinitaly si conferma dunque il più importante salone internazionale per il vino e i distillati.

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