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La zucca ad Halloween: meglio fritta che in still life

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E’ arrivata la notte di Ognissanti o Halloween. Al di là delle polemiche sul rispetto delle tradizioni locali e nazionali, al di là del fatto che molti la usano come scusa per uscire vestiti a cazzo – recuperando quell’acquisto impulsivo fatto sotto l’effetto della sindrome da abbandono – rifletto su quando sia dura oggi nascere zucca.

Già vieni fuori con un improbabile color arancio, tutta pieghe e tondeggiante; ma questo non è abbastanza. Da anni ormai ti sviliscono, ti svuotano (letteralmente) e ti stampano in faccia un sorriso che al confronto King Kong di “Mary per sempre” sembra il testimonial della Pasta del Capitano.

Eppure la zucca è tra gli ortaggi più buoni della stagione autunnale, ed ha molteplici proprietà nutrizionali e benefiche per il nostro organismo. Ha pochissime calorie, aiuta a prevenire l’insorgere delle rughe, aiuta la diuresi (come l’acqua Rocchetta, ma costa meno) ed ha notevoli proprietà calmanti. In sintesi, è il nutrimento perfetto per chi combatte contro il proprio peso, soffre di cellulite, di ansia, di nervosismo e d’insonnia; praticamente per il 90% della popolazione globale.

Nel linguaggio corrente inoltre, zucca è uno dei tanti sinonimi di testa: andar fuori di z. ovvero perdere la ragione, delirare; avere la z. dura cioè essere testardi, cocciuti, difficili da persuadere; avere la z. vuota come il summenzionato 90% della popolazione globale.

Personalmente, amo moltissimo la zucca ed il suo sapore dolce che si accosta alla perfezione agli ingredienti salati. È il ripieno per eccellenza della pasta fresca e grazie alla sua polpa renderebbe vellutato anche un bastoncino Findus.

Per questo, invece di sfondarla e farne un decoro per un allestimento still life, vi propongo cinque utili impieghi per darle il ruolo che merita.

La ZUCCA IN AGRODOLCE: tagliata a fette di dimensioni variabili, va innanzitutto fritta – non grigliata né tantomeno cotta al forno, ma fritta! Viene successivamente fatta macerare per qualche ora in un’emulsione di olio ed aceto, con qualche spicchio d’aglio ed un po’ di zucchero; quella santa donna nonché genio culinario di mia madre, ad esempio, ricicla l’olio della frittura per garantire il giusto apporto di grassi saturi. È il piatto bitter-sweet per eccellenza nelle tavole autunnali, da consumarsi in abbinamento ad un Marsala semi-secco per un apporto calorico oltre il consentito ma un godimento assicurato.

Il RISOTTO ALLA ZUCCA: il risotto, come tutti sanno, è retaggio della cucina settentrionale, segnatamente lombarda; a Mantova si vantano pure di coltivare varietà pregiate di zucca – a parer mio, pure quelle di San Giuseppe Jato (PA) non sono affatto male. Ad ogni modo, il risotto alla zucca è un’arte e sempre che non possediate un Bimby, dovrete impegnarvi un pochino nella preparazione. Il risultato in genere è un piatto sobrio e delicato, di spiccata dolcezza; se mantecato adeguatamente, può raggiungere la giusta tendenza grassa e succulenza, che lo rendono perfetto in abbinamento ad un vino bianco di buona struttura ed acidità come il Fiano d’Avellino.

Il SOUFFLÉ ALLA ZUCCA: più facile a dirsi che a farsi. Il rischio che si afflosci dopo che sia uscito dal forno o che nemmeno monti durante la cottura è altissimo. Tutti dicono che un ruolo fondamentale sia giocato dal forno che si utilizza… Sarà, ma io sono convinta che perfino Benedetta Parodi utilizzi una controfigura quando lo prepara. Tuttavia, il soufflé dona alla zucca una patina soave e morbidissima e quell’eco francese che corona con il giusto aplomb la regina degli ortaggi. Sia homemade che ordinato al ristorante, specie se servito su una fonduta al grana, si sposa divinamente con un bel Collio Goriziano Ribolla Gialla, vino bianco di buona sapidità ed intensità gusto-olfattiva.

La VELLUTATA DI ZUCCA: ognuno in merito dice la sua. Chi aggiunge le patate per dare corpo, chi il porro, chi ancora capperi e noce moscata: la vellutata è un jolly che accontenta tutti perché è facile da preparare, piace quasi a tutti e si presta a decine e decine di varianti. Perfetta per bypassare il dilemma del primo piatto (tanto per secondo ci sono gli involtini preparati dal macellaio), dona il giusto brio ad una tavola autunnale, soprattutto se accompagnata da uno spumante brut, che ne contrasti la naturale dolcezza.

Il SEME DI ZUCCA TOSTATO (o semenza): è il re dello “Scaccio”, ovvero del mix di frutta secca – “calia” (ceci tostati) e appunto “semenza” – che impera su tutte le festività siciliane. Prima di pranzo, a fine pasto, a Pasqua, Natale e Capodanno, durante la partita a Burraco o nel corso della finale di Coppa Italia, la semenza è il nutrimento-svago per eccellenza. A Palermo è altresì un tipico alimento da passeggio: venduto per strada dagli ambulanti, si sgranocchia un passo dopo l’altro ed è assolutamente legittimo – se non addirittura dovuto – buttarne a terra le “scorce” (bucce). Da bersi con quello che c’è, sia chinotto sia birra, mandarinetto o vino sfuso della casa, aiuta a scacciare i pensieri e le sindromi gourmet.

La zucca ha talmente tante varianti, che ridurla a decorazione è deprimente.

Ci fossi stata io al posto di Cenerentola, in corsa verso il ballo avrei detto alla fatina: «Madrì, prendi la Twingo, ché la zucca mi serve per i ravioli ».

No Vermouth, no party! Cinque modi fighi per berlo   

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Dopo anni d’incomprensibile oblio, la mitica bevanda a base di vino, è fortunatamente tornata alla ribalta.

Negli ultimi due anni, infatti, la produzione in Italia è passata da una ventina di etichette ad oltre un centinaio.

Wermut in tedesco significa artemisia (o assenzio) pianta amara aromatica per eccellenza, che caratterizza l’impronta di quello che è stato definito un “vino di lusso”, creato da tale Antonio Benedetto Carpano.

Classe 1765 Carpano era un garzone di bottega poco più che ventenne nella liquoreria e vineria di Marendazzo nell’allora Piazza delle Fiere (e scatta subito la corrispondenza di liquorosi sensi).

Il genio d’origine biellese, creò la sua formula nel retrobottega torinese nel 1786, inventando il vermouth e quindi l’aperitivo. Benedetto Carpano! Di nome e di fatto. Il successo fu tale che la rivendita venne riconvertita in un bar aperto h24.

La scelta del nome dall’eco teutonica per un prodotto tutto torinese, pare sia stata dettata dalla volontà di incensarsi la reale Casa Savoia che all’epoca declamava a gran voce la propria discendenza da Re Ottone II di Sassonia. Meglio così. Pensate se il vermouth fosse stato inventato oggi ed al posto delle eleganti donnine dai banconi dei wine bar capeggiassero locandine con il simpatico faccione della Merkel; roba da restarci sobri per sempre.

Ad ogni modo, il vermouth divenne la bevanda ufficiale dei Savoia ed accrebbe la sua fortuna che esplose nella belle epoque, nell’epoca dei raffinati calici di vetro in cui era servito, nell’epoca di ToulouseLautrec cui s’ispirarono le celebri locandine dedicate alla real bevanda.

Ballerine squattrinate e signorotti mondani si univano sotto l’egida di un’ebbrezza alcolica aromatica al ritmo forsennato del can-can.  Quando si dice, nascere nel secolo sbagliato…

Nelle sue numerose varianti da extra secco a dolce, è ottimo come aperitivo, indispensabile nella mixology e perfetto a fine pasto: con il suo retrogusto antico e la sua forza evocativa – manco fosse un film di Baz Luhrmann – il Vermouth sta vellicando di nuovo il palato degli uomini e delle donne e si ritaglia un ruolo principe nelle bottigliere dei locali alla moda.

Ecco cinque modi fighi per gustarlo:

CARPANO ANTICA FORMULA liscio/on the rocks: Il Re Carpano inventato dal genio creativo di Armando Testa, domina ancora oggi la categoria dei vermouth.

Un bicchiere di Antica Formula (dalle ore 17:30 alle 00:00) ti conferisce stile ed autorità in materia. Ha un aroma intenso d’agrumi e chiodi di garofano con un finale all’amaretto che precede una forte nota vanigliata. E’ l’aperitivo o il fine pasto dell’uomo trendy e sicuro di sé o della donna da presentare a vostra madre. Bevuto con disinvoltura nelle giuste ma robuste quantità, vi consente di avviarvi alla cena come se foste David Bowie ma in frac.

RENDEZ-VOUS con PUNT e MES:  40 ml di Punt e Mes, 20 ml di Fernet Branca e 40 ml di soda water per un cocktail di classe, intenso e deciso per chi ha tutto e niente da dimostrare. Il Punt e Mes è lo storico vermouth  di casa Carpano, con una punt dolce e mes (mezza) amara dovuta all’aggiunta di china; ricordato anche per  il  celebre logo creato sempre da Armando Testa nel 1960.

Perfetto per i disinvolti, da sorseggiare anche alla luce del sole in pieno centro, mentre lo sciù scià vi lustra la stringata dei F.lli Rossetti.

NEGRONI con VERMOUTH del PROFESSORE: è il cocktail inventato dal Conte Camillo Negroni.  Si narra che il nobile uomo sia partito dall’Americano aggiungendovi il gin (che ci piace tantissimo).

E’ ancora oggi il principe degli aperitivi, perché predispone il palato e lo stomaco al cibo che sarà consumato.

Se preparato a regola d’arte, non stanca mai e diventa eccelso con l’uso del vermouth prodotto dalla “Antica distilleria Quaglia”.

Se il barman vi guarda di traverso e dichiara di non avere questo vermouth, sentitevi in diritto di protestare o di cambiare locale. Non lo rimpiangerete.

STORICO VERMOUTH DI TORINO COCCHI con formaggi caprini: Ebbene sì, il vino aromatizzato si presta ad abbinamenti gastronomici funambolici ma nemmeno tanto azzardati. Lo Storico Vermouth di Torino colpisce per le note di cacao e arancia amara che orchestrano un piccolo campione balsamico e speziato di canfora, muschio e noce moscata.  Perfetto come ingrediente di uno strepitoso Manhattan (per i fan di Woody Allen ma anche quelli di “Sex & The City”) è sorprendente in abbinamento a formaggi caprini di media stagionatura; dedicato ai gastronauti alla continua ricerca delle colonne d’Ercole.

VESPER MARTINI: il cocktail prevede l’impiego del Kina Lillet oggi detto Lillet Blanc, vermouth francese a base di uve semillion e sauvignon blanc.

E’il cocktail di James Bond in “Casino Royale” e “Quantum of Solace”. Punto. La ricetta di Ian Fleming prevede: «tre dosi di Gordon, una di vodka, la metà di Kina Lillet».

Riservato all’uomo forte e  del buon bere, impassibile e con i gemelli ai polsini, o alla donna dal tacco dodici con il fegato da camionista, capace di scalare il K2 o rincorrere il bus senza emettere una goccia di sudore.

Liscio, mixato o abbinato, il vermouth conserverà sempre il suo allure da intellettuale bohémien e sarà sempre – oggi come ieri –  una scelta di stile.

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Kobe mi diverto. La fortuna di essere manzo

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Immaginate di essere un bue, destinato dalla nascita alla macellazione. Immaginate però di essere un bovino giapponese di razza Tajima, nato a Kobe, sull’isola di Honshu in Giappone.

Allora sarete sì destinati ad una brutta fine nel pieno della vostra esistenza, ma avrete vissuto una vita che la maggior parte dei bipedi umanoidi se la sogna.

Il manzo Kobe è probabilmente la varietà più prelibata al mondo, vero e proprio Graal per gli accoliti della carne rossa.

La sua caratteristica principale è la marezzatura (cioè la presenza di venature di grasso all’interno del tessuto muscolare) praticamente perfetta, un equilibrio mistico tra “carne” e grasso, ma un grasso nobile e buono, la cui percentuale di colesterolo è più bassa rispetto alla stragrande maggioranza delle carni rosse prodotte nel mondo.

Gustare il manzo Kobe, è un’esperienza che vale la pena fare almeno una volta prima di morire, perché ha un gusto unico che non si scorda più, una consistenza che ridefinisce il senso del “si scioglie in bocca”.

In pratica un burro che fa bene al cuore ed al palato, gustoso, profumato e un po’ dolciastro.

E’ sublime nella cottura alla griglia, adatto alla pietra lavica, incomparabile nella versione brasato ed unico se mangiato crudo. Una goduria.

Il vostro portafogli potrebbe però protestare ed indurvi a desistere perché effettivamente il Kobe costa un bel po’. La carne può arrivare ad un prezzo che va oltre i € 1000/kg ed una bella bistecca al ristorante potrebbe costarvi anche € 300.

Viene da chiedersi: Perché il manzo Kobe è così buono? E perché costa così tanto?

Presto detto. Al di là di essere un toro castrato (e questa vi assicuro è l’unica nota dolente per il caro bovino) o una scottona (una mucca che non abbia partorito) gli allevatori di manzo Kobe, riservano ai loro capi di bestiame un trattamento che nemmeno Chiara Ferragni durante la fashion week.

Lo scenario è il seguente: Il nostro amico Kobe, vive in un arcipelago di natura vulcanica e montuosa, in una rigogliosa pianura con le cime innevate sullo sfondo, alberi di ciliegio in fiore, prati verdi e lussureggianti in cui bivacca fronte mare.

Ha un bel manto nero e lucido costantemente spazzolato, si nutre di riso, fieno e grano selezionati, beve birra a più non posso e non può mai e poi mai superare il peso di 470 kg; praticamente è il Jason Momoa1 delle razze bovine.

In considerazione della loro stazza e dello stile di vita rilassato, per sopperire alla limitata attività fisica svolta (considerate che non possono nemmeno fare all’amore) i dolcissimi Kobe vengono costantemente coccolati ed addirittura massaggiati per garantire un idoneo risveglio muscolare e sopperire all’inattività.

Coccolati, ben nutriti e con una final destination che – a quanto si dice- rispetta la dignità ed il benessere fisico e mentale dell’animale (ma di questo – ahinoi- non avremo mai contezza); è quindi scontato che la carne che si ottiene da questa filiera produttiva sia di altissimo livello.

A conti fatti, essere un Kobe, non è poi così male.

A pensarci bene, se mai un giorno in virtù della vita che ho condotto dovessi reincarnarmi in un quadrupede, vorrei proprio essere un Kobe.

Avrei cibo, alcool e massaggi tutto il giorno, una forma perfetta senza praticare sforzi, un panorama da urlo con vista sull’oceano e mi avvierei alla morte con Angel di Aretha Franklin in sottofondo.

E con buona pace di Foscolo, sarei ricordato da tutti e per sempre come l’esperienza più goduriosa delle loro vite.

1 Jason Momoa alias Khal Drogo, protagonista indiscusso della prima stagione de “Il Trono di Spade”.

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