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Vinitaly 2018 tra vini Beat e Tempeste di bollicine. Ecco dieci vini da bere (anche se sei un lama)

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Anche quest’anno il salone internazionale del vino e dei distillati, giunge all’epilogo, registrando complessivamente 128mila presenze da 143 nazioni: in primis gli Stati Uniti d’America seguiti da Germania, Regno Unito, Cina, Francia, Nord Europa (Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca), Canada, Russia, Giappone, Paesi Bassi.

La girandola di angoscianti presenze istituzionali, volti noti, prezzemoline e personaggi da fumetto, non è bastata per limitare l’importanza  crescente ed il consolidamento del ruolo b2b del Vinitaly a livello internazionale, con buyer selezionati e accreditati da tutto il mondo.

Il vino, grazie a Dio, continua a fare la sua parte da protagonista.

Tra nomi noti, piccole realtà e novità scoppiettanti, passi la maggior parte del tempo a sputare come un lama perché al Vinitaly, bevono sempre e solo i truzzi. Quasi, ma non sempre.

Ecco infatti  10 vini che ho dovuto/voluto mandar giù.

Beyond the clouds 2015, Alto Adige doc, Elena Walch

Il mitico vino di Elena Walch, merita la sosta.

Ottenuto da una selezione dei vitigni aziendali tra cui domina lo Chardonnay, affina in barriques di rovere francese per circa 10 mesi e per ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Vino spaziale, ricco di profumi, intenso e dal sorso vellutato.

Da bere al tramonto, in stato contemplativo, mentre rifletti sull’universo.

La Foia 2013, Barolo Docg- Marco Curto

C’è un fazzoletto di terra in quel di Morra, da cui nascono veri e propri gioielli della natura: il Barolo la Foia ha un colore granato vivace, un profumo intenso, etereo e speziato.

Ancora giovanissimo, si apprezza comunque per la spigolosa freschezza che preannuncia la grandezza negli anni a venire.

Un vino che :”sti c***i” esprime esattamente tutto quello che c’è nel calice.

Da bere a prescindere da tutto e tutti.

La Regola, Spumante brut – Podere La Regola

L’azienda toscana nata ai primi del novecento, si converte al biologico nel 1990. Votata alla coltivazione di vitigni autoctoni quali il Sangiovese e il Vermentino, ha affiancato quella di vitigni francesi quali il Cabernet Sauvignon, il Petit Verdot, il Merlot e il Gros Manseng.

Proprio dal Gros Manseng, spumantizzato con metodo classico, nasce uno spumante brut dall’acidità dirompente, profumi floreali e crosta di pane precedono una beva sapida e freschissima.

Da bere perché praticamente nessuno conosce il Gros Manseng, per un aperitivo gradevole a scopo divulgativo. 

Severus 2015, Toscana Igt- Podere Marcampo

Il sangiovese dell’azienda Marcampo, è semplicemente diverso dagli altri sangiovese toscani: il suolo della zona di Volterra è ricco di fossili che conferiscono al vino una spiccata mineralità che esalta i raffinati aromi del vitigno e la sua naturale acidità.

La matrice tannica di questa bella 2015 è rabbonita da un affinamento di 12 mesi in botte grande.

L’annata è stata favorevole, il vino dimostra già un buon equilibro nonostante il grande potenziale evolutivo.

Da bere a fine giornata lavorativa ascoltando l’ultimo album del compianto David Bowie.

Brunello di Montalcino 2013, Col di Lamo.

100% Sangiovese, il Brunello bio di Giovanna Neri, ha un colore rosso  rubino con riflessi purpurei e un bouquet armonico, con leggeri sentori di legno, prugna e mora.

L’impatto è respingente, impenetrabile, ma si scioglie al sorso, rotondo ed equilibrato, con  un lunghissimo retrogusto di piccoli frutti rossi.

Al sorso è suadente, apparentemente schivo e si concede pienamente soltanto a chi guarda oltre le apparenze.

Un vino che sembra una profumiera ma che in realtà è semplicemente femmina.

Da bere con chi vuol essere conquistato o per lenire l’orgoglio dopo una  bruciante sconfitta. 

Mai Sentito, La staffa.

Il vino frizzante dell’azienda marchigiana la Staffa, incuriosisce sopratutto per il nome, per poi risultare accattivante  e gradevole.

E’ottenuto da uve Verdicchio rifermentate  in bottiglia che regalano una beva immediata, fresca, asciutta e dissetante.

Con i suoi profumi di frutta e lieviti ed un gusto dinamico e vivace, non è uno di quei vini indimenticabili che amerai per tutta la vita, ma di certo, ti ricorderai di averlo sentito.

Da bere con chi ti sta simpatico per continuare a ridere, o con chi ti sta sulle balle per aiutarti a tollerare.

Particella 928, Campania Fiano Igp, Cantina del Barone

Questo Fiano della famiglia Sarno, nasce da un nuovo impianto delle viti nelle particella 928, con un diverso orientamento dei filari che consento alle piante di ricevere i raggi solari in modo uniforme su tutta la chioma e  consentire al grappolo una migliore maturazione.

La classificazione non rispecchia la qualità di questo vino potente, dalle note minerali ed elegantemente sulfuree.

Vino da non perdere, chicca per enofili ed appassionati, perché è un bianco che è ben lontano dalla mistica casualità di certi vini “naturali”, che stupisce per eleganza, persistenza e piacevolezza.

Da bere se non hai paura di perdere naso e cuore dentro al bicchiere; per capire davvero che significa fiano.

Beat 2015, Molise Tintilia – Vi.Ni.Ca

Ebbene si, il Molise esiste! Lo stand non è soltanto una facciata come nei film western, lo stand è vero e ci sono pure i vini.

La Tintilia ad esempio è un vitigno autoctono dagli acini quasi blu, che regala vini ruspanti e di buona sapidità.

Questo vino è un rosso profumato, di grande freschezza e dall’ottimo rapporto qualità prezzo.

Un vino ritmato ed  anticonformista. Un vino beat.

Da bere in compagnia di amici, ascoltando Sun Rha.

Moscato Passito di Saracena 2016, Cantine Viola

Dalla Calabria con furore. Questo passito ottenuto da uve guarnaccia, malvasia, “adduroca” (termine dialettale che sta per profumata) e moscatello, ha sentori di fichi secchi, caramello e chicchi di caffè. Al sorso è fresco, intenso, dolce e concentrato.

Da bere a fine pasto, con chi vuoi perché piacerà a tutti.

Un vino che…valeva la pena conoscersi.

Tempesta, Spumante brut millesimato -Santa Maria La Nave.

Il nome richiama le condizioni estreme in cui hanno dimora i vitigni aziendali, a 1100 metri di altitudine sull’Etna, tra i vigneti più alti d’Europa.

Ottenuto con metodo classico, questo grecanico dorato figlio di una selezione massale, rispecchia al meglio il territorio da cui proviene e le cure che la titolare Sonia Mulone applica ai propri vigneti.

Sonia ti accoglie con un sorriso disarmante e luminoso da futura mamma, riuscendo a trasmettere tutta la dedizione e l’impegno profuso nei vigneti.

Un vino esplosivo e di grandissima sapidità, dall’acidità dirompente  e corroborante; travolgente, come il nome che lo rispecchia.

Da bere quando e quanto puoi. Ci piace, ci piace, ci piace!

Un sorso dopo l’altro, arriva la fine della fiera, la stanchezza si fa sentire, la testa ti gira ed il tasso alcolico è quello da contadino russo a fine giornata. 

Ma non puoi farne a meno. Questo è il gioco del Vinitaly.

Non resta che fare ammenda, e prepararsi all’appuntamento con la 53ª edizione in programma dal 7 al 10 aprile 2019, mentre il tuo fegato -nel dubbio- si costituisce parte civile.

Vinitaly giorno tre. Politici anonimi e problemi barocchi

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All’arrivo in fiera, nel terzo giorno, proprio all’ingresso, incrocio Massimo D’Alema.

E’ un tuffo nel passato, nei tempi in cui esisteva ancora una qualche forma sinistra e i politici serbavano ancora un minimo di contegno. 

Solo ed isolato, il buon D’Alema sembra proprio volersi perdere e godere di qualche assaggio di buon vino. Chissà…

Anche perché -sospetto- nessuno è stato informato del suo arrivo. 

Del resto, l’ archeopolitica non tira. 

Quest’incontro mi fa sentire vecchia. Ma al Vinitaly non c’è spazio per le paturnie. 

E’ un attimo e subito mi riprendo, un sorso di Cortese e via, diretta al Padiglione Sicilia per l’incontro “Vini Doc Sicilia e Palermo: insieme per la cultura” . 

La mia amatissima città, è al centro di questo interessante appuntamento  dove il Presidente del consorzio Sicilia doc Antonio Rallo, presenterà le varie iniziative promosse nell’anno di Palermo Capitale della Cultura. 

Apre l’incontro il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, dichiarando che: “fino agli anni ottanta, io non mi sarei mai sognato di comprare vino siciliano. 

Quando andavo in campagna nelle proprietà di famiglia ero costretto ad elogiare per cortesia i vini prodotti localmente, che in effetti erano terribili”. 

Qui scatta l’empatia con il sindaco perché è successo a tutti noi che proviamo a lavorare con il vino, di dovere mandar giù per cortesia esemplari non potabili di oscure bevande. 

Palermo è la città culturalmente più avanzata d’Europa” prosegue il sindaco- “perché ha saputo trovare la forza dello slancio nel periodo buio in cui versava; dai momenti peggiori si trova la forza di migliorare. Come Scriveva Friedrich Hölderlin : dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva

A proposito di cultura, prende la parola Peter Paul Kainrath, vice presidente di Manifesta, una delle più importanti biennali d’arte contemporanea che transiterà a Palermo. 

Kainrath fa eco ad Orlando nell’elogiare la rinascita e la svolta cultura di Palermo, sottolineando di aver trovato alla fine un valido aiuto e supporto: “dopo qualche problema barocco, l’amministrazione ha comunque dimostrato di essere in grado di supportarci

Problema barocco… non oso immaginare le peripezie affrontante dall’organizzazione della biennale con l’obsoleta mentalità della nostra amministrazione. 

Ma l’ altoatesino  Kainrath, sempre misurato ed elegante, non si sarebbe mai lasciato andare ad un “siete arretrati come un Nokia 3210, c’avete avuto ‘na botta de culo incredibile” quindi liquida la questione con un raffinatissimo problema barocco. Che classe. 

Il Word Wine Symposium è l’altro importante evento collaterale di Palermo capitale della cultura, che vede la collaborazione di 9 università internazionali tra cui Bordeaux, ideato per promuovere lo sviluppo della cultura agroalimentare internazionale. 

Nel frattempo Coldiretti, organizza la sfilata dei Vini dei Vip: 

Da Gianna Nannini a Zucchero, da Jarno Trully a Oliviero Toscani, Jerry Scotti e Joe Bastianich. 

E sorpresa sorpresa Massimo D’Alema, che insieme alla moglie, conduce l’azienda La Madeleine con una produzione di 45 mila bottiglie. 

Ecco svelato l’arcano. Non era in visita da fruitore ma da produttore. 

In parata, il NarnOt 2012, il cui nome è la crasi dei due paesi della provincia di Terni su cui si estende il regno vitato dell’ex presidente del consiglio: Narni e Otricoli nella provincia umbra di Terni. 

Un Cabernet Franc in purezza che dichiara 14,5 gradi, al costo di circa 30 euro a bottiglia. 

Un vino dal naso tipico del vitigno bordolese, con un ricco bouquet di frutti di bosco e liquirizia e note vegetali, una bocca dal tannino misurato, di buona persistenza. 

All’improvviso l’ex baffo mi fa quasi simpatia, completamente tagliato fuori dai grandi giochi, ha pensato bene di fare vino. 

Questo non è affatto male, un pò gigione forse, ma non ti aspetteresti nulla di diverso da chi per anni ha fatto politica. 

La seconda parte della giornata è dedicata agli assaggi, un salto in Sardegna, una planata in Toscana ed una beccata alla Lombardia, passando per Friuli e Marche. 

Ma questa è un’altra storia, ne riparliamo domani con un resoconto degli assaggi più interessanti. 

E magari chissà, potrei sempre incontrare Achille Occhetto. 

Giorno 2. Cronaca dal Vinitaly: la contraffazione.

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Superata la domenica istituzionale, nel ricordo delle infelici battute e delle dichiarazioni deliranti, riparte il tour fieristico.

La seconda giornata della fiera, con un affluenza superiore a quella di ieri, si apre alle 09:00 con un incontro organizzato da Coldiretti, presso lo stand nel Centro Servizi Arena.

Tema del giorno: le contraffazioni.

Un focus sulle pratiche bandite in Italia ma che all’estero sono invece permesse con evidente nocumento per la reputazione del buon vino ma soprattutto con una alterazione nella percezione del gusto da parte dei consumatori.

Lo zuccheraggio del vino è ad esempio è una piaga che ancora oggi è consentita nella maggior parte d’Europa, ad eccezione di Italia Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta e in alcune aree della Francia.

Si tratta di una fregatura in pieno stile, come quando da bambini la mamma ci faceva aprire la bocca con la pizza e per poi piazzare a tradimento un cucchiaione di semolino.

Lo afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che si tratta di “un danno per i produttori mediterranei e un inganno per i consumatori che non possono fare scelte consapevoli.

Se in Europa, si abbonda con lo zucchero, negli Stati Uniti, al contrario è consentita l’aggiunta di acqua al mosto per diminuire la percentuale di zuccheri, pratica che farebbe venire un colpo anche all’uomo più astemio d’Italia.

Ci sentiamo forti di una tradizione enologia aristocratica e d’eccellenza, ma nonostante ciò, l’Unione Europea ha dato il via libera al vino senza uva autorizzando la produzione e commercializzazioni di vini ottenuti dalla fermentazione di frutti come lamponi e ribes molto diffusi nei Paesi dell’Est.

L’ultima frontiera della contraffazione, è la commercializzazione on line molto diffusa – dal Canada agli Stati Uniti fino ad alcuni Paesi dell’Unione Europea- di kit “fai da te” che grazie a polverine magiche, promettono di ottenere in casa il meglio della produzione enologica Made in Italy.

Insomma, Primitivo, Barolo e Amarone home made, un passatempo  stile “nozze di Cana” per giocare ad essere Gesù.

Secondo Coldiretti, la mancata protezione delle doc italiane nei diversi paesi favorisce l’arrivo su quei mercati di prodotti di imitazione realizzati altrove.

“ A rischio – precisa la Coldiretti – ci sono ben 5 miliardi di valore dell’export dei vini italiani a denominazione di origine ma anche l’immagine del Made in Italy e la reputazione conquistata con il lavoro di generazioni’’.

Mentre in fiera si discute di cose serissime e di tutela dell’identità nazionale, ecco che fa capolino il buon Paolo Gentiloni, l’omino dai candidi capelli che a quanto pare ricopre attualmente la carica di Capo del Governo.

Arriva in sordina, senza schiamazzi (secondo me un pò si vergogna dopo le tristi vicende di ieri) al punto che realizzi la sua presenza solamente quando un acuto operatore video -dopo averlo riconosciuto- ti taglia la strada per riprendere il passaggio di questa cometa.

Lo vedi e pensi: io questa faccia l’ho già vista…com’è che si chiama?

Anche Gentiloni alla fine ha qualcosa da dire: “I nostri prodotti vanno tutelati ma senza dazi […]Questa Italia ha bisogno di non sprecare il lavoro che è stato fatto finora, in un cammino che ci rende forti e competitivi nel mondo”.

Non è chiaro se il riferimento sia  solo al vino, oppure anche e sottilmente alla Carta Costituzione ed a tutti gli sforzi che tanti anni fa, qualcuno ha compiuto per consentirci di essere una repubblica.

Sinceramente, non ci interessa più di tanto ascoltare sempre le stesse frasi fatte; ci sono ancora troppi padiglioni da visitare.

Ad esempio il padiglione dedicato ai vini internazionali, quest’anno ancora più ricco e sfaccettato.

Focus sull’Australia e Nuova Zelanda, dove sono tutti belli, simpatici e con il tappo a vite.

Il sauvignon come sempre la fa da padrone, ma anche belle espressioni di shiraz e Cabernet sauvignon, dimostrano la crescente importanza che questi nuovi paesi del panorama vitivinicolo, assumono nel commercio internazionale.

Passaggio obbligato è l’Austria, dove approfondisco la conoscenza del Grüner Veltliner un vitigno capace di regalare vini molto diversi, beverini profumati e sottili oppure vini strutturati, complessi e profondi. Sembra un cugino del riesling, ma molto più sottile.

Anche la seconda parte della giornata vede un incontro dedicato alla lotta contro le contraffazioni: quello tra il consorzio del Prosecco Doc e della Sicilia Doc. I presidenti dei consorzi hanno infatti stipulato un patto per confermare e sviluppare insieme le attività di vigilanza e controllo di qualità delle due denominazioni nelle rispettive regioni.

Lo spirito comune è quello di far rete, per proteggere le denominazioni nel mondo e  tutelare i consumatori.

Nel frattempo il presidente della regione Veneto Luca Zaia, riceve il presidente di Confindustria Veneto Matteo Zoppas e l’inviato di Striscia e campione di Bike trial Vittorio Brumotti (?!!)

Con il primo ha discusso della candidatura di Cortina per le Olimpiadi invernali del 2026, e con Brumotti?

Probabilmente della possibilità di inserire il “pestaggio di Brumotti” quale disciplina olimpica (l’inviato si è infatti presentato con la faccia tumefatta e piena di lividi). 

Il campione di super bike è comunque uscito indenne dalla fiera ed anche noi in fondo, siamo stati più tranquilli.

Un timore però serpeggia in fondo ai nostri cuori: e se arrivasse anche Berlusconi?

Vinitaly 2018. Giorno Uno. Niente “Patto dell’ Amarone”. Ansia per il Molise e lo Sforzato.

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Il primo giorno della manifestazione, vede una passerella di politici e cariche istituzionali che nemmeno al Carnevale di Viareggio.

L’inaugurazione presso l’auditorium di Verona Fiere si conclude con il discorso della presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati avvolta in un delicatissimo bolero trapuntato lamé.

Qui c’è l’Italia migliore, che lavora, che innova, che riesce a coniugare il lavoro nei campi con l’innovazione tecnologica e le nuove frontiere del commercio digitale […] brindo con un simbolico calice di prosecco, a questa nuova edizione del Vinitaly . 

Sarà stato il brindisi propiziatorio del capo del senato, ma di lì a poco, arriva Giorgia Meloni che esordisce:

È importante essere qui, siamo tutti qui. Chissà se tra un bicchiere di vino e l’altro non si riesca a far cadere qualche veto.

Insomma, la situazione potrebbe anche volgere ad una soluzione, secondo la leader di Fratelli d’Italia, anche correndo il rischio di formare il governo  nel corso di un baccanale.

Nel delirio fieristico, m’imbatto per caso nello Stand dei vini Vespa, dove campeggia la faccia a pois del buon Bruno.

Anche il giornalista, sommelier per passione, s’è dato alla viticoltura.

L’idea di una sosta per degustare i suoi vini mi sfiora, ma la paura di portarmi dietro un plastico scala 1:10 della fiera, mi fa desistere. 

Tutto però torna; sembra quasi di essere a “Porta a porta”.

Alle ore 10:30 infatti, arriva puntuale e con la camicia ben stirata il buon Matteo Salvini, che sgombra il campo da ogni dubbio sulle capacità domestiche della Isoardi e sul fatto che la fiera del vino possa essere un momento d’incontro sulle delicate strategie politiche per la formazione di un nuovo governo.

Nessun incontro fieristico al momento né “Patto dell’Amarone.

La delusione è tanta, ma Salvini promette:

Resterò fino alle 17:30 e farò visita anche al Molise.

Qui il Molise ci resta malissimo e rimpiange il suo anonimato. Di Maio arriverà più tardi -dicono- verso le 13:30, dicono.

Ma è ancora presto ed al Vinitaly le sorprese non finiscono mai. Nel frattempo, la fiera fortunatamente prosegue ed al Palaexpo alle ore 11:00 si tiene una mastercalss dal titolo “Discover the world of Sicilia DOC”, dedicata ai vini della D.o.c Sicilia.

L’incontro, svoltosi alla presenza del Presidente della Doc Sicilia Antonio Rallo e di importanti produttori siciliani, è condotto da Kerin O’Keefe, scrittrice  enologica americana ed Italian editor del magazine Wine Entusiast.

Una che di vino ne capisce quanto io non arriverò mai in tre vite, esperta ed appassionata di vini italiani. Non resisto e mi faccio un selfie con la mia beniamina.

Sostenitrice dei vitigni autoctoni, Kerin ha portato avanti con indiscussa competenza e rara forza persuasiva l’idea che impiegare vitigni autoctoni sia un elemento fondamentale per la qualità dei vini, per tutelate e rafforzare l’identità territoriale delle zone di produzione.

Quest’anno la fatina madre dei vitigni autoctoni ha puntato gli occhi sulla Sicilia in quanto territorio e sopratutto denominazione. Perché Sicilia Doc dice la bella Kerin

Non solo è l’unica doc che rappresenta tutta una regione, ma sopratutto si fa interprete del variegato panorama enologico siciliano, promuovendo e tutelando il crescente trend al consumo dei vini. In America, così come nel resto del mondo, l’impiego dei vitigni autoctoni e la crescente qualità che Sicilia doc tutela e promuove, sta ripagando i produttori con un successo straordinario.

Il secondo round della fiera, si apre con l’arrivo del leader pentastellato, accolto da cori da stadio.

Anche Di Maio, come il buon Salvini, dichiara che al Vinitaly non c’è spazio per un incontro, tantomeno per un accordo.

Dichiara infatti:

Siamo di fronte ad un centrodestra che non esiste, una strada non percorribile per l’ipotesi di un governo […]mi affido al senso pratico di tutti: L’ipotesi del governo di cambiamento la proponiamo anche al Pd, voglio fare un appello al senso pratico di tutti, non ci si può fermare e bloccarsi sulle logiche politiche.

Ok, ok, abbiamo capito.

Nel frattempo Salvini continua il suo bagno di folla e di vino, come dimostrano le sue parole. infatti, alla domanda su quale vino offrirebbe a Di Maio, Matteo risponde: «Gli offrirei un Sforzato perché si deve sforzare a fare qualcosa di più». Tristezza.

Tocchiamo poi il fondo quando gli viene chiesto quale vino offrirebbe a Berlusconi: «offrirei una Fanta. Non è buona ma è tanta». Può ripetere scusi? Oppure no, guardi, lasci stare.

Ci sono ancora migliaia di vini da assaggiare grazie a Dio.

Tante bottiglie da mandare giù per provare a dimenticare che siamo messi malissimo, in mano a burattinai deliranti e stupidamente arroccati su principi che hanno sempre di più il profumo del bieco interesse fine a se stesso.

Tutti si sono affannati nel dire che al salone internazionale del vino, non c’era spazio per la politica.

Tutti però sembravano in piena delirante campagna elettorale ed oggi al Vinitaly, sembrava proprio di assistere ad una delle ultime agghiaccianti sedute del Parlamento.

E se la politica italiana è ormai palesemente roba da circo, il vino resta ancora un affare serissimo, lasciatelo fuori dalle beghe condominiali di Palazzo Chigi.

E sopratutto: GIU’LE MANI DALLO SFORZATO!

Vinitaly 2018: guida pratica per enostoppisti

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Eccoci giunti alla cinquantaduesima edizione del Vinitaly, storica kermesse che si terrà a Verona dal 15 al 18 aprile.

La scelta delle date sarà indubbiamente un caso, ma 15-18 rievoca inevitabilmente un evento storico altrettanto famoso come il salone internazionale del vino, ma un po’ più drammatico.

Parliamoci chiaro, il Vinitaly non sarà una guerra, ma è di certo piuttosto impegnativo, soprattutto per chi in fiera ci va per lavoro.

V’invito ad osservare le facce dei produttori e degli addetti ai banchi d’assaggio il primo e l’ultimo giorno della fiera… roba che Terry Richardson se la sogna.

Per i neofiti che per la prima volta si recheranno a Verona per addentrarsi in questo fantastico mondo, ecco una breve guida pratica per non perdersi.

Le prenotazioni.

E’ sempre bene prenotare il volo e soprattutto l’alloggio con largo anticipo, non oltre dicembre.

Perché a Verona, nei giorni del Vinitaly, non solo è difficile trovare un posto decente in cui alloggiare, ma i costi sono triplicati rispetto agli altri giorni dell’anno.

A titolo esemplificativo un banalissimo hotel due stelle lontano dal centro, può arrivare ad un costo di €300 a notte. Potete sempre tentare con dei B&b, ma anche lì, i prezzi raddoppiano.

Quindi se non siete Roman Abramovich siate tempestivi. Se siete Abramovich, telefonatemi.

Arrivare in Fiera.

Si arriva all’aeroporto Valerio Catullo per scoprire che in Italia ci sono aeroporti della Lego pure al nord, che quelli piccoli non stanno tutti al meridione; in sostanza al confronto Punta Raisi ti sembra lo Charles De Gaulle di Parigi. 

Dopo la sosta all’unico bar, si profila il primo dubbio: navetta-fiera o taxi?

La navetta per il Vinitaly è un servizio speciale e gratuito attivo nei giorni della fiera, disponibile ogni 60 minuti a partire dalle 08:30 fino alle 18:00, tempo di percorrenza di circa 40 minuti.

Se avete fretta o comunque il trasporto pubblico non fa per voi, è ovviamente possibile prendere un taxi, al costo medio di € 20 e con tempo di percorrenza di 10 minuti.

Se arrivate in auto, non troverete mai un parcheggio gratuito nel raggio di dieci chilometri. 

L’ingresso al Vinitaly.

Qui scoprirete che se per qualche ragione non siete muniti di un pass speciale (stampa, buyers, espositori) ed avete acquistato un biglietto (alla modica cifra di €80 il giornaliero €145 per le quattro giornate) l’attesa per entrare dall’ingresso di Cangrande sarà piuttosto lunga.

Teoricamente, l’accesso è riservato agli operatori di settore, ma noterete che chiunque può entrare grazie sopratutto ai bagarini.

Non desta quindi stupore, intercettare in fiera orde di ubriaconi, ragazzini indiavolati e passeggini.

La sorpresa maggiore sarà comunque quella di scoprire che il Molise esiste, o comunque esiste il suo stand.

Dove mangiare (e fare pipì)

Per il pranzo, potrete rifocillarvi presso vari chioschi, tavole calde e ristoranti della fiera, normalmente presi d’assalto dalle 13:00 alle 14:30.

Vi consiglio caldamente di fare una sana e robusta colazione e saltare il pranzo.

In alternativa, recatevi presso il padiglione ENOLITECH (pad. F) e troverete una tavola calda piuttosto tranquilla. In questo padiglione non c’è mescita di vino e quindi l’affluenza –riservata ai tecnici del settore- è notevolmente contenuta.

Per usufruire dei servizi, il consiglio spassionato è quello di recarvi presso lo stand del Molise (che abbiamo scoperto esistere veramente), dove di norma le toilette hanno standard igienici decenti e soprattutto non troverete file interminabili.

La sera a Verona.

Passi tutto il giorno in fiera, percorrendo una quantità di chilometri che nemmeno per il cammino di Santiago… e la sera? Si torna agli alloggi per un sonno ristoratore e prepararsi al giorno successivo?

Se siete sfigati, si.

In caso contrario, si ritorna all’alloggio giusto il tempo di una breve sosta, per lavarsi i denti (normalissimamente neri a furia di assaggiare vino rosso), per fare una doccia e raggiungere il centro di Verona per continuare a bere e soprattutto mangiare.

Attenzione però all’orologio: siamo al nord e dopo le 22:30 è praticamente impossibile trovare una cucina aperta per un pasto decente. Al netto di McDonald’s, dovrete accontentarvi di olive e patatine.

La sera a Verona le vie si animano in un viavai continuo di persone, le vetrine sono tutte illuminate ed addobbate con bottiglie, i numerosi locali del centro sono tutti strapieni di gente che beve e che ride.

All’improvviso puoi trovare una festa all’interno di una loggia, entrare e cominciare a ballare.

Nonostante la stanchezza, uscire è comunque la scelta migliore. 

L’Antica bottega del vino è per esempio uno dei locali che merita di essere visitato.

La cantina è pazzesca, il cibo ottimo ma per la cena, le prenotazioni sono chiuse già da gennaio.

Non vi resta che farvi l’aperitivo o un dopo cena con la non trascurabile opportunità di trovare alla mescita vini sbalorditivi.

In alternativa, andate in Piazza delle Erbe e troverete il wine bar Al Canton, il posto giustamente movimentato per un buon aperitivo e strategicamente vicino ad un ristorante che amo molto: Maffei.

Per il resto, prendetevi tutto il tempo che vi resta e perdetevi, fate una passeggiata sul fiume Adige, date uno sguardo prolungato all’Arena illuminata di notte.

Capirete perché secoli fa tale William Shakespeare si è ispirato a questi luoghi.

Verona è la città del vino e dell’amore per eccellenza.

E questo, sicuramente, non è un caso.

Occhio alle stelle. Brindiamo. Che la primavera sia con voi

Alzando i calici, guardiamo alle stelle. Che non si sa mai. Oroscopo sincero e sporadico, Primavera Edition

ARIETE: Innovazione e consolidamento sono dietro l’angolo. Attenzione però a non restare impantanati nel cemento. L’amor anch’esso consolidato, necessita di brio. Una robusta dose di Brunello di Montalcino –lontano dalle ore più calde- può giovare all’eros, all’es (che reclama slancio) all’Io ma sopratutto al super io che ha bisogno di una vacanza. Insomma: no sangiovese no party.

TORO: Arroccarvi nella vostra posizione non porterà a nulla. Per ottenere ciò che volete cari torelli, bisognerà ricorrere a tecniche maggiormente persuasive. Siate suadenti, sorridenti e bendisposti. Se non lo siete naturalmente, innaffiatevi di Sancerre… un buon sauvignon ben piazzato, vi regalerà autorevolezza e forza di persuasione.

GEMELLI: Gli impegni quotidiani vi massacrano. L’agenda non è più in grado di gestire i vostri to do. Tirate un sospiro di sollievo: Saturno sembra allontanarsi. Un week end all’insegna della spensieratezza si dispiega. Brindate alla ritrovata leggerezza con un bel Franciacorta extra brut. La co2 vi solleverà.

CANCRO: Marte insieme a Giove, accendono la fiamma dell’ottimismo e della voglia di fare. Probabilmente non cambierà nulla nel vostro status, ma la sensazione è positiva. Investire i vostri guadagni in aperitivi a base di Negroni, è la giusta strada per arrivare lì dove avete sempre desiderato: in cima.

LEONE: Siete i re della savana. Ma lo zodiaco non sembra essere d’accordo. Tanti sbattimenti e nessuna gratificazione. Piccoli introiti in ambito finanziario non giustificano una settimana da gazzella né relazioni umane da cozze. Ricorrere a tante bottiglie di un buon Bordeaux potrebbe aiutarvi a ritrovare il vostro ruggito. Ma non ruggite in faccia a lei/lui. Potrebbe essere la fine.

VERGINE: Saturno dice stop alle avversità. Come Tiziano Ferro nel suo celebre singolo: DIMENTICA. Tutte le fatiche saranno ripagate e l’amore busserà alla vostra porta come una raccomandata con ricevuta di ritorno. Il lavoro porta riconoscimenti, la copulazione idem. Non avreste bisogno nemmeno di bere, ma nel dubbio, due o tre bottiglie di prosecco tenetele in dispensa.

BILANCIA: l’equilibrio simbolo del vostro segno, vacilla. Mercurio però da buon amico interviene aiutando la vita sociale e le relazioni. Il lavoro va a puttane ma almeno restano gli amici… e le puttane. Offrite loro da bere e non sarete mai soli. Ad esempio, organizzate un bel festino a base di Margarita. Con il tequila giusto, supererete la settimana in compagnia.

SCORPIONE: chi la fa, l’aspetti. Ma non è il vostro caso. Una sfacciata fortuna vi accompagna e tutto quello che avete sempre desiderato è a portata di mano. Soldi, lavoro e amore vi arridono. Purtroppo, siete troppo fatti di vodka e non ve ne rendete conto. Sarà per il prossimo mese.

SAGITTARIO: Giove è dalla vostra parte. Il domani è sfolgorante e ricco di soddisfazioni. Il lavoro aumenta proporzionalmente alla busta paga. L’amore è vivace e la copulazione massiva. Munitevi di grandi quantità di champagne. Ruttate liberamente e fieramente alla vostra salute.

CAPRICORNO: vi avevano detto che Saturno vi avrebbe lasciato in pace. Invece siete i protagonisti assoluti del prossimo film di Ferzan Ozpetek: plumbei ed antipatici perfino a vostra madre. Ma questo è il vostro anno, non perdete le speranze. Ricorrete a massive quantità di Mezcal per superare la metà dell’anno. Se non bastasse, siete autorizzati a ricorrere alle droghe pesanti.

ACQUARIO: tutti ti vogliono, tutti ti cercano, Figaro dello zodiaco. Il lavoro impenna, ma richiede attenzione e strategia.  Staccate la spina e non la testa a chi vi romperà le balle. Tra un’incombenza ed un’altra, un cocktail Martini vi aiuterà: sarete come James Bond, ma senza lo smoking. 

PESCI: Saturno vi ama e Giove vi sostiene. Insomma, lo zodiaco vi arride completamente e siete i soli. A dirla tutta, siete proprio soli e tutti vi invidiano. Quindi strategia è la parola d’ordine! Nel lavoro così come in amore: offrite da bere a tutti e tutti vi ameranno. Fosse solo il tempo di uno shottino di vodka.

LiveWine 2018. Tre giorni caldi a Milano.

gastronerie/Home di

Soltanto un grande amore o una curiosità imperante, può spingerti a lasciare una caldissima Palermo carezzata dallo scirocco per raggiungere una nebbiosa ed innevata Milano.

Dal 3 al 5 marzo in occasione della quarta edizione del LiveWine, il Salone Internazionale dei Vini Artigianali, la mia dipendenza dal vino mi ha portato a sfidare neve e nebbia, trotterellare per via Corsica ed arrivare all’accredito stampa che nemmeno Omar Sharif nel Dottor ZivagoLa sala all’interno del Palazzo del ghiaccio non è grandissima ma è sufficiente per lo scopo; la location è luminosa, l’acustica rilassante ed il fascino architettonico della struttura fanno il resto.
Così, prendo un bicchiere (ovviamente portatomi a casa come souvenir) ed inizio il mio giro tra 165 espositori, forte del mio naso e della mia esperienza. All’improvviso però un dubbio mi attanaglia: cosa sono esattamente i vini artigianaliSoltanto dopo le prime dieci ore trascorse ad osservare, annusare, assaggiare e sputare come fossi un cammello, comincio a farmi un’idea. I vini artigianali, sono quei vini prodotti da vignaioli che non impongono la loro visione del vitigno attraverso pratiche agronomiche e processi di vinificazione trasfiguranti, ma lavorano in modo consapevole e sostenibile, lasciando che i vitigni si esprimano in assoluta franchezza. 

Vabbè, questa è ubriaca direte voi.

Invece -strano ma vero- nonostante tutti questi vini, sono sobria e  proverò a spiegarmi con un esempio.
Pensate all’atteggiamento di un padre verso il proprio figlio. Pensate ad un padre che sostiene il proprio figlio nella crescita e nello sviluppo, limitando la propria influenza ed assecondandone le inclinazioni ed il carattere; un papà come quello di Genitori in Blue jeansPensate poi ad un papà come quello di Gavino Ledda. Pensate ad un Padre padrone che costringe il figlio -con evidenti inclinazioni allo studio- a pascolare pecore in una rurale Sardegna, che lo trascina via dalle aule scolastiche per imporgli la propria verità assoluta: la pastorizia.

Ecco, i vini artigianali, ricadono nel primo esempio.

I vignaioli, infatti, lasciano che il vitigno esprima liberamente se stesso e l’ambiente da cui proviene con tutti i pregi ed i difetti, magari con un aspetto insolito ma con autentici -e spesso- sorprendenti profili aromatici e complessità.
Cerco di ambientarmi con un passaggio da casa che mi porta allo stand di Porta del vento, l’azienda a conduzione biodinamica di Marco Sferlazzo, sita in quel di Camporeale (PA). Qui, le storie raccontante dal catarrato, dal perricone e dal nero d’avola, sono così affascinanti che meritano un capitolo esclusivo, ma intanto rafforzano l’idea che i vini artigianali sono i figli liberi di un territorio; o li ami o li odi.  Con mia somma sorpresa, ne ho trovanti tanti di grande piacevolezza e bella beva.

Ma sono cinque quelli che ho amato. Eccoli.

1)Briccolina, Barolo Docg, Azienda Rivetto.

Rivetto storica azienda delle Langhe, volge lo sguardo al biologico e poi al biodinamico a partire dal 2009. Il Bricciolina 2012 nasce dalle vigne pioniere nell’approccio al biodinamico. Il colore è rosso rubino vibrante con accenni aranciati. Il naso preannuncia la sua complessità con profumi di viole, mora e note speziate. In bocca è freschissimo, dal tannino prominente e raffinato. Vino dal grande potenziale evolutivo che reclama ancora anni di bottiglia prima di raggiungere l’apice.

Un po’ come Leonardo Di Caprio in Buon compleanno Mr. Grape.

2) Abendrot, Souvigner gris, Thomas Niedermayr.

Thomas, subentrato al padre nella conduzione dell’azienda, ha una faccia così pulita che non potrebbe fare altro se non vini naturali. E va anche oltre. In quel di Appiano, nella provincia autonoma di Bolzano, coltiva vitigni PIWI capaci di resistere agli attacchi fungini che non richiedono l’uso fitofarmaci e fertilizzanti chimici. Nella sua tenuta, trovano dimora i vitigni Bronner, Solaris e Souvignier Gris. Ed è proprio quest’ultimo che mi rapisce.

Nato dall’incrocio tra Cabernet Sauvignon e Bronner, il Sauvinger gris di Niedermayr è incantevole. Ha un colore aranciato ed etereo, un naso armonioso di spezie, mandorla e fiori gialli. Il gusto è elegante, delicato e forte allo stesso tempo.

Un vino forte e lunare, come gli occhi di David Bowie.

3) Cirsium 2014, Cesanese di Olevano Romano DOC riserva, Damiano Ciolli

Viticoltore votato all’allevamento di un unico vitigno autoctono il Cesanese di Affile, Damiano Ciolli conferisce una nuova veste qualitativa alla viticoltura laziale. Sarà la coltivazione ad alberello, sarà che i grappoli sono attentamente selezionati, saranno i diciotto mesi nel rovere francese ed i due anni in bottiglia, ma il Cirsium è un cesanese di un’altra categoria. Il colore è un bel rosso profondo, il naso è speziato e dolce. In bocca ha una bella intensità, una trama tannica vibrante e ben bilanciata con le altre componenti del vino.

Un vino esemplare ma non supponente, come il buon Sandro Pertini ai tempi della vera Repubblica.

4)Il Torchio 2015, Vermentino Colli dei Luni DOC, Azienda Agricola Il Torchio

Per la serie: quando un’etichetta fa il suo dovere e richiama l’attenzione. I vini di Gilda ed Edoardo Musetti, viticoltori in Castelnuovo Magra (SP) hanno una veste grafica colorata e sognante, come i quadri di Marc Chagall. In questo caso, l’abito fa pure il monaco ed il loro vermentino è un bianco paglierino, dal naso accattivante con note di mela golden, maggiorana e glicine.

In bocca è freschissimo, pulito e sapido. Un vino soave, intrigante e sognante. Come la voce di Françoise Hardy.

5)Xinomavro Old roots 2013,  Xinomavro, Domaine Tatsis.

Dalla Macedonia con furore, questo rosso da uve Xinomavro è sorprendente per complessità e struttura. Al naso profumo di olive nere, mirtilli e chiodi di garofano, precedono un sorso di grande mineralità e struttura, tannini che quasi si fanno masticare e lasciano una scia gustativa lunghissima che richiama il cioccolato amaro. Un rosso senza compromessi, forte, strutturato e tagliente come Lungo Artiglio*.

Dopo centinaia di assaggi, mi porto a casa una nuova consapevolezza: non è sempre necessario intervenire per migliorare. Quando un vino è buono, è buono e basta. E quando bevi un vino buono, puoi sentire caldo anche a Milano mentre fiocca la neve.

 

 

*Lungo Artiglio: la spada donata a Jon Snow dal lord comandante Jeor Mormont.

Da Palermo con furore: Fabrizio Candino finalista italiano alla Bacardi Legacy Competition 2018

gastronerie/Palermo di

Classe 1988, Fabrizio Candino nasce a Palermo, al crocevia del Mediterraneo – dove tutte le popolazioni e culture sono transitate e si sono mischiate tra loro – per diventare cittadino del mondo. Sarà che è venuto su in una città di mare, piena di contrasti, di odori e sfumature, ma la sua vocazione è il viaggio e la miscelazione, la scoperta di nuovi orizzonti umani e professionali.

Da brava alcool-addicted, incontro Fabrizio già agli inizi della sua professione, poco più che maggiorenne e con un taglio di capelli decisamente diverso. Da un po’ è diventato il punto di riferimento delle mie domeniche alcooliche, e non mi stupisce affatto che sia uno dei tre finalisti italiani alla Bacardi Legacy Cocktail Competition 2018,  tra le più importanti competizioni internazionali dedicate all’arte della miscelazione in programma il 5 e 6 marzo a Roma.

Insieme a Fabrizzio (dalle nostre parti, si pronuncia con due zeta), Carola Abrate  di La Drogheria di Torino e  Davide Mitacchione del Luau Tiki di Bari sono stati selezionati tra più di 500 partecipanti durante la semifinale di Granada, e si fronteggeranno adesso per conquistare un posto nella finalissima che si svolgerà in Messico tra i campioni di altri 35 paesi.

Lo scorso 28 Gennaio Fabrizzio ha presentato presso le Botteghe Colletti di Palermo la sua nuova creazione: Ithaca, sapiente mix di agrumi e rum Carta Blanca di casa Bacardi.

Al secondo giro, colgo l’occasione per rompergli le balle e fare qualche domanda.

Quando e come hai scoperto la vocazione per la mixology?

«È nato tutto per gioco, come un piacevole part-time per assecondare il mio bisogno economico e le più rilevanti necessità sociali che accompagnano il mio modo di essere. Il bartending è stata la giusta strada, anche se non mi definisco necessariamente barman, o mixologist o bartender… Amo miscelare, ascoltare e dare ai clienti un momento piacevole da bere, quindi mi va bene pure “oste”. Con il tempo, quel lavoro saltuario è diventata un’abitudine. Sono passati sette anni, ormai.»

C’è stato un momento, una persona, una circostanza che ti ha fatto pensare: questa è la mia strada?

«Ad ispirarmi credo siano stati i miei fratelli, un Natale di circa dieci anni fa. Mi regalarono un pessimo libro ed un orribile shaker che però ancora oggi conservo gelosamente. Magari quel regalo di allora fu motivato dalla loro speranza futura di poter bere gratuitamente nei locali in cui eventualmente avrei lavorato una volta appresa l’arte… oggi, dieci anni dopo, direi che forse hanno fatto un buon investimento

Le tue abilità sono già riconosciute e molto apprezzate: perché  hai deciso di partecipare alla competizione e confrontarti con il resto del mondo?

«Bacardi Legacy è una delle manifestazioni globali più importanti legate al mondo della miscelazione, motivo per il quale ho scelto di parteciparvi. Perché Bacardi? Perché, tralasciando specifiche tecniche che renderebbero noiosa questa intervista a molti, credo nella storia che si sviluppa intorno a questa famiglia e che un po’ si reincarna in tutti noi giovanissimi, giovani e quasi giovani che ci ritroviamo a cercare in qualche angolo di mondo la nostra identità, quello che realmente siamo o vorremmo essere.»

Che importanza ha nel tuo mestiere mettersi in gioco e confrontarsi con colleghi di altri paesi?

«Competere non è il mio mestiere, sono lontano anni luce dalle serrate battaglie a colpi di shaker che esplodono qua e là nel mondo. Alla competition preferisco di gran lunga il confronto. Se alla base di ogni competizione ci fosse più confronto che ambizione personale non mi perderei neanche un evento. Credo che  Bacardi, al di là del mio diretto coinvolgimento quest’anno, investa parecchie risorse nel tentativo di mostrarsi amichevole e familiare… è aperta al confronto alla pari.»

Cosa ha ispirato la creazione di iIthaca? Perché la scelta di un nome che è sinonimo di casa, ritorno, ma anche di un passaggio – se consideriamo le rotte di Ulisse?

«Ithaca è ovviamente ispirato al viaggio. Un nuovo concetto di viaggio, però, che lega Ulisse al buon don Facundo Bacardi, viaggiatore instancabile, la cui vita, ben presto, si è trasformata da storia  in legenda.

Itaca per Ulisse significava casa; per me, questa casa si trova tra le sponde del Mediterraneo, in un mare che racconta chi siamo, da dove veniamo e probabilmente dove arriveremo. Ithaca vuole insegnarci un viaggio che ha a che fare non più con le destinazioni finali, con le tanto ambite mete, quanto con il percorso formativo che si nasconde dietro ogni nuova avventura. Ithaca significa casa, ma si tratta di una casa estremamente fluida e dinamica, una casa che porti sempre con te e che si trova ovunque tu deciderai di poggiare i tuoi piedi.»

Per te che sei un viaggiatore, le preparazioni soddisfano anche il bisogno di raccontare storie, di raccontarsi?

«Utilizzo spesso i così detti “home made”, che in questo caso sono essenzialmente due e ambiscono a dare una percezione gustativa autentica della mia Sicilia. Si tratta di una Sicilia che odora di agrumi e  fiori. In Ithaca utilizzo infatti una marmellata di mandarino (in particolare il mandarino tardivo di Ciaculli) e un profumo finale che viene spruzzato sul drink subito dopo essere stato shakerato e versato in coppetta.

Il profumo è realizzato tramite un’infusione in rum Bacardi Carta Blanca di scorze di mandarino e delle essenze dei nostri fiori d’arancio (zagara).

L’idea delle mie preparazioni – di Ithaca soprattutto –  è quella di trasmettere i profumi e gli odori della nostra isola, ispirandomi al genio letterario di Suskind e del suo “Profumo”.

Ho cercato di raccogliere in una ricetta gli odori delle nostre strade, i profumi di una terra che nonostante il progresso riesce a mostrarsi, in alcuni scorci, ancora vergine.»

Ordino un Ithaca e gli aromi del mandarino del bergamotto e dell’arancia s’attaccano all’ipotalamo e mi fanno pensare alla primavera, al sole, al profumo del fazzoletto che mia nonna teneva nel “reggipetto”. A casa.

Il mix è sapiente, il gusto è equilibrato. Il mio bicchiere mi racconta una gran bella storia fatta di sole, di arrivi, partenze e ritorni. Roba da berne dieci di fila. Comincio a citare Goethe: “Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni, gli aranci dorati rilucono fra le foglie scure, una mite brezza spira dal cielo azzurro…”. Vado, prima di risultare molesta. L’ora è giunta e Fabrizzio si appresta ad un’altra partenza, ben oltre le colonne d’Ercole. All’orizzonte, il Messico!

Un, due, tre – stella! L’ansia da omino multistrato

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Al mondo, esiste l’ansia da prestazione, da stress, quella da trauma, quella da fobia e chi più ne ha più ne metta (io, ad esempio, c’ho l’ansia del piccione).

Per  i poveri ristoratori, ci sta pure quella per la Guida Rossa. Niente a che fare con Mao, afflati bolscevichi o intenti comunisti: parliamo del simbolo di qualità che da un secolo tormenta tutti quelli che possiedono una bella cucina aperta al pubblico.

Ultima illustre vittima delle stelle è  il buon Carlo Cracco ed il suo “Ristorante Cracco” di via Victor Hugo nel centro storico di Milano. I ben informati dicono si tratti di un monito lanciato al Carlone nazionale, per la sua massiva presenta in tv e la diserzione dalla cucina.

Di certo, è difficile pensare che Cracco, con oltre 10 anni di attività ad altissimi livelli (il suo ristorante ha la fama di essere tra i 50 migliori al mondo) rischi all’improvviso una flessione della qualità dei suoi servizi… E se pure non sta fisicamente tutto il giorno, tutti i giorni nella cucina del suo ristorante, non è lecito pensare che ne affidi la gestione ad un Marrabbio qualsiasi – già gestore del “Mambo” in quel di Milano 2, specializzato in fettine panate.

Ma cos’è la Guida Michelin? E perché le sue stelle sono così ambite?

Fondata nel 1900 dal colosso degli pneumatici, nasceva con l’intento di aiutare i viaggiatori on the road, segnalando officine, punti di rifornimento carburante, hotel, ristoranti e perfino ospedali (immagino una classifica tipo “una H non ne esci vivo, due H hai qualche chance, tre H ti rifanno nuovo”).

Riguardo ai ristoranti, ci trovate i migliori; quelli buoni ma entro i 35 euro sono accompagnati dalla faccina del Bib Gourmand, cioè l’omino Michelin, poi ci sono le cosiddette eccellenze. Ed è qui che entrano in gioco le stelle.

Gli ispettori della guida (in forma rigorosamente anonima) danno un’occhiata al circondario, poi prenotano, mangiano pagano e vanno via. Nel frattempo, valutano la qualità dei prodotti, la tecnica culinaria, l’equilibrio tra gli ingredienti, la personalità dello Chef, il rapporto qualità-prezzo e la costanza di rendimento, con un rating da una a tre stelle. Sono i clienti perfetti, discreti e pronti a saldare senza battere ciglio, che però possono mandarti dal gotha al cesso della categoria in due righe.

Ma torniamo al punto, e cioè al valore delle stelle.

1 Stella: ottima cucina nella sua categoria. Insomma, bene ma non benissimo. Lo chef ha qualche buona idea, la location è carina e la cantina discreta; il ristoratore diventa una  piccola star nella propria regione, i coperti diminuiscono, i prezzi lievitano. In generale, hanno la fissa della destrutturazione e spesso un po’ di nostalgia per i tempi senza stella ed un pizzico di invidia per i venerdì tutto pieno dell’osteria di fronte. Ma vuoi mettere? C’hai la stella e il topino di Ratatouille te spiccia la sala.

2 Stelle: cucina eccellente, tale da meritare una deviazione nell’itinerario di viaggio. Si comincia a parlare di cose serie. Tecniche di preparazione innovative, sorprendente combinazione degli ingredienti, cantina di riguardo e servizio di buon livello. Le porzioni si restringono sempre di più, ma ogni boccone (anche se al massimo sono tre) diventa un’esperienza sensoriale e merita una (love) story su Instagram.

3 Stelle: una delle migliori cucine. Sedersi in questi ristoranti vale un viaggio intero. Insomma, il top del top in ambito ristorazione. Il paradigma della perfezione. Niente può essere fuori posto o scontato o semplicemente meno di ciò che ci si aspetta. Si dice che il personale addirittura coccoli gli zerbini, per predisporli meglio all’accoglienza.

Gli standard sono elevatissimi, al punto che uno dei più rinomati ristoranti francesi, Le Suquet a Laguiole, già detentore di tre stelle Michelin – praticamente l’olimpo  della cucina francese –  ha richiesto di non essere più incluso nella bibbia dei gastronauti, perché la pressione legata allo standard qualitativo espresso dal riconoscimento è troppa. Ci sarà poi da biasimarli?

Voglio dire, lavorare nella ristorazione (in generale, ma a certi livelli ancora di più) in effetti è davvero arduo e comporta tutta una serie di accortezze che possono sfuggire al controllo – sì, pure se lavori h24 come un distributore di preservativi e la tua soglia d’attenzione è più alta di quella di un secondino di Alcatraz (d’altra parte anche lì hanno chiuso i battenti).

In un ristorante, tutto può succedere: un capello finisce nel piatto (eh si, fatta eccezione per Joe Bastianich, può capitare), il lavapiatti sta depresso e ti sbecca il piatto da portata, il cameriere inciampa nel tappeto ottomano e scassa tutto, il vino sa di tappo ma anche il sommelier può avere l’influenza e il naso chiuso.

E tu, che per amore del tuo lavoro ti fai un mazzo grande quanto una cassettiera MALM di Ikea,ti puoi ritrovare improvvisamente bandito, messo all’indice e con una stella in meno. Tutto questo impegno, andrebbe premiato. Ed invece no, tu ti vuoi migliorare, diventi ambasciatore della cucina italiana nel mondo e la Giuda Rossa ti declassa.

Io dico che Cracco va avanti, cresce, guadagna e lo fa a modo suo; se questo comporta il sacrificio di  una stella, poco male. La stella, del resto è lui. È proprio lui ad ispirare tanti ristoratori, migliaia  di ragazzini che da grandi vogliono essere chef. Non è fantastico pensare ad un futuro in cui tutti mangiano e bevono bene?

Bravo Cracco, fa’ ciò che vuoi, sii te stesso e tutti noi. Ed in attesa di ammirare il tuo nuovo ristorante in Galleria, continueremo a sognare di vestire i tuoi panni e di essere amati ed apprezzati per quello che siamo e facciamo, e non per quello che un omino brutto, grasso e multistrato si aspetta da noi.

La zucca ad Halloween: meglio fritta che in still life

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E’ arrivata la notte di Ognissanti o Halloween. Al di là delle polemiche sul rispetto delle tradizioni locali e nazionali, al di là del fatto che molti la usano come scusa per uscire vestiti a cazzo – recuperando quell’acquisto impulsivo fatto sotto l’effetto della sindrome da abbandono – rifletto su quando sia dura oggi nascere zucca.

Già vieni fuori con un improbabile color arancio, tutta pieghe e tondeggiante; ma questo non è abbastanza. Da anni ormai ti sviliscono, ti svuotano (letteralmente) e ti stampano in faccia un sorriso che al confronto King Kong di “Mary per sempre” sembra il testimonial della Pasta del Capitano.

Eppure la zucca è tra gli ortaggi più buoni della stagione autunnale, ed ha molteplici proprietà nutrizionali e benefiche per il nostro organismo. Ha pochissime calorie, aiuta a prevenire l’insorgere delle rughe, aiuta la diuresi (come l’acqua Rocchetta, ma costa meno) ed ha notevoli proprietà calmanti. In sintesi, è il nutrimento perfetto per chi combatte contro il proprio peso, soffre di cellulite, di ansia, di nervosismo e d’insonnia; praticamente per il 90% della popolazione globale.

Nel linguaggio corrente inoltre, zucca è uno dei tanti sinonimi di testa: andar fuori di z. ovvero perdere la ragione, delirare; avere la z. dura cioè essere testardi, cocciuti, difficili da persuadere; avere la z. vuota come il summenzionato 90% della popolazione globale.

Personalmente, amo moltissimo la zucca ed il suo sapore dolce che si accosta alla perfezione agli ingredienti salati. È il ripieno per eccellenza della pasta fresca e grazie alla sua polpa renderebbe vellutato anche un bastoncino Findus.

Per questo, invece di sfondarla e farne un decoro per un allestimento still life, vi propongo cinque utili impieghi per darle il ruolo che merita.

La ZUCCA IN AGRODOLCE: tagliata a fette di dimensioni variabili, va innanzitutto fritta – non grigliata né tantomeno cotta al forno, ma fritta! Viene successivamente fatta macerare per qualche ora in un’emulsione di olio ed aceto, con qualche spicchio d’aglio ed un po’ di zucchero; quella santa donna nonché genio culinario di mia madre, ad esempio, ricicla l’olio della frittura per garantire il giusto apporto di grassi saturi. È il piatto bitter-sweet per eccellenza nelle tavole autunnali, da consumarsi in abbinamento ad un Marsala semi-secco per un apporto calorico oltre il consentito ma un godimento assicurato.

Il RISOTTO ALLA ZUCCA: il risotto, come tutti sanno, è retaggio della cucina settentrionale, segnatamente lombarda; a Mantova si vantano pure di coltivare varietà pregiate di zucca – a parer mio, pure quelle di San Giuseppe Jato (PA) non sono affatto male. Ad ogni modo, il risotto alla zucca è un’arte e sempre che non possediate un Bimby, dovrete impegnarvi un pochino nella preparazione. Il risultato in genere è un piatto sobrio e delicato, di spiccata dolcezza; se mantecato adeguatamente, può raggiungere la giusta tendenza grassa e succulenza, che lo rendono perfetto in abbinamento ad un vino bianco di buona struttura ed acidità come il Fiano d’Avellino.

Il SOUFFLÉ ALLA ZUCCA: più facile a dirsi che a farsi. Il rischio che si afflosci dopo che sia uscito dal forno o che nemmeno monti durante la cottura è altissimo. Tutti dicono che un ruolo fondamentale sia giocato dal forno che si utilizza… Sarà, ma io sono convinta che perfino Benedetta Parodi utilizzi una controfigura quando lo prepara. Tuttavia, il soufflé dona alla zucca una patina soave e morbidissima e quell’eco francese che corona con il giusto aplomb la regina degli ortaggi. Sia homemade che ordinato al ristorante, specie se servito su una fonduta al grana, si sposa divinamente con un bel Collio Goriziano Ribolla Gialla, vino bianco di buona sapidità ed intensità gusto-olfattiva.

La VELLUTATA DI ZUCCA: ognuno in merito dice la sua. Chi aggiunge le patate per dare corpo, chi il porro, chi ancora capperi e noce moscata: la vellutata è un jolly che accontenta tutti perché è facile da preparare, piace quasi a tutti e si presta a decine e decine di varianti. Perfetta per bypassare il dilemma del primo piatto (tanto per secondo ci sono gli involtini preparati dal macellaio), dona il giusto brio ad una tavola autunnale, soprattutto se accompagnata da uno spumante brut, che ne contrasti la naturale dolcezza.

Il SEME DI ZUCCA TOSTATO (o semenza): è il re dello “Scaccio”, ovvero del mix di frutta secca – “calia” (ceci tostati) e appunto “semenza” – che impera su tutte le festività siciliane. Prima di pranzo, a fine pasto, a Pasqua, Natale e Capodanno, durante la partita a Burraco o nel corso della finale di Coppa Italia, la semenza è il nutrimento-svago per eccellenza. A Palermo è altresì un tipico alimento da passeggio: venduto per strada dagli ambulanti, si sgranocchia un passo dopo l’altro ed è assolutamente legittimo – se non addirittura dovuto – buttarne a terra le “scorce” (bucce). Da bersi con quello che c’è, sia chinotto sia birra, mandarinetto o vino sfuso della casa, aiuta a scacciare i pensieri e le sindromi gourmet.

La zucca ha talmente tante varianti, che ridurla a decorazione è deprimente.

Ci fossi stata io al posto di Cenerentola, in corsa verso il ballo avrei detto alla fatina: «Madrì, prendi la Twingo, ché la zucca mi serve per i ravioli ».

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