L'informazione fuori dal gregge

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Poesia e futurismo: problemi di definizione

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Smetti di definirti. Concediti tutte le possibilità di essere.

(Alejandro Jodorowsky Prullansky)

 

L’esigenza di definire ogni aspetto della realtà, compresa l’arte, è presente sia in autori precedenti a Kant, come Batteaux e Burke, sia in autori e filoni di pensiero successivi, come Hegel e il neoidealismo, fino ad arrivare alla contemporaneità. Come sottolinea Emilio Garroni nel suo Estetica: uno sguardo attraverso, la condizione particolare della conoscenza umana avviene sempre come all’interno di un filtro, che influenza la percezione del mondo, ma allo stesso tempo non preclude l’accesso alle cose. In questo modo si evitano due derive insostenibili: quella dell’oggettivismo, che vuole la percezione come un doppio esatto della realtà, e quella del soggettivismo solipsistico, che rinchiude il soggetto in se stesso e gli preclude ogni tipo di conoscenza degli oggetti. Attraverso questo filtro si raggiunge una conoscenza condizionata del mondo. L’arte, e quindi anche la Poesia, non possono essere intese ed analizzate scientificamente, ma costituiscono occasioni di riflessione. Attraverso l’arte è possibile comprendere meglio la possibilità stessa dell’esperienza in genere. Bisogna concentrarsi sul senso dell’esperienza, che si manifesta attraverso quadri, sinfonie e poesie, e non nelle opere in sé. L’arte in senso estetico è un “qualcosa” non facilmente identificabile e definibile con precisione, ma ciò non significa che dell’arte non si possa parlare. Già chiedersi, come avviene spesso, che cosa sia l’arte è segno di un “non sapere”, ma interrogarsi su qualcosa non significa essere totalmente all’oscuro di ogni aspetto dell’argomento. Ogni quesito, infatti, presuppone una qualche forma di sapere, poiché, se utilizziamo la parola “arte”, vuol dire che abbiamo delle esperienze contingenti a cui facciamo riferimento. Chiedendoci che cosa sia l’arte, dunque, presupponiamo una qualche forma di sapere. La risposta a questa domanda non può derivare dalla ricostruzione di una tradizione, perché non esiste, esiste, invece, un intreccio di tradizioni, che prevedono somiglianze, evidenti identità, ma anche differenze forti che comportano contrasti ed incompatibilità. Dallo studio di queste relazioni non si può definire l’arte, né il suo oggetto di studio. Tra i più evidenti elementi in comune, vi è la grande attenzione data alla Poesia. Infatti la riflessione estetica moderna muove proprio dalla poetica e riconosce a lungo nella Poesia l’arte principale (è il caso di Batteux, Baumgarten, Kant, Hegel e del romanticismo in generale). Infatti Schelling e Croce usano il termine “Poesia” come sinonimo di arte in senso spirituale e non tecnico, non solo per ragioni etimologiche. Dunque la Poesia è un importante filo rosso.

Il problema della definizione dell’arte è segno di una difficoltà ancora più radicale, dato dal fatto che l’intreccio di somiglianze e differenze portano i concetti di “arte” ed “estetica”, ma anche di “opera d’arte” e “arte” ad implicarsi a vicenda, formando un circolo che ha l’aria di essere un circolo vizioso: i concetti nelle definizioni si richiamano tra loro, senza che però via sia una definizione chiara ed indipendente a cui poter fare riferimento. Forse, però, non si tratta di una vera difficoltà, almeno finché il circolo vizioso semplicemente funziona. Dato che il circolo, inteso come un continuo rinvio tra cose e parole, pragmaticamente funziona (anche se difficile da definire) non è un circolo vizioso, ma un circolo normale. Il circolo, in seguito, diventa virtuoso, nonostante le posizioni di Heidegger ed Hegel, che in modi diversi esprimono la necessità di una definizione dell’arte, nell’ottica di una presunta esigenza di storicizzazione della verità. Questo, però, non può portare l’arte a perdere la propria esemplarità, perché non si vedrebbe più in essa necessità, costringendola a ritirarsi nella contingenza. Bisogna tentare di comprendere il circolo estetico senza tematizzarlo, perché semplicemente funziona. Il problema nel definire l’arte è dato dal fatto che essa, pur non differenziandosi da qualsiasi altro oggetto o esperienza, che è sempre qualcosa di determinato, è qualcosa di ineffabile, perché è esibizione esemplare di ciò che è ineffabile in qualsiasi altra esperienza.

In virtù di quanto scritto, probabilmente è impossibile, oltre che inutile, definire le prerogative del poeta e della Poesia, considerando anche che l’ampio mosaico della letteratura mondiale ci offre numerosi esempi di indirizzi di pensiero, profondamente diversi tra loro. Un genere sicuramente interessante è il paroliberismo: la poesia futurista, in cui le parole che compongono il testo non hanno alcun legame sintattico-grammaticale. Inoltre, come si legge nel Manifesto tecnico della letteratura futurista, vengono aboliti la punteggiatura, gli accenti e gli apostrofi.

I futuristi, riuniti attorno alla rivista Poesia, fondata da Filippo Tommaso Marinetti volevano «esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno», dato che «la letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno». Tra i maggiori esponenti del genere si ricordano, oltre al fondatore Marinetti, Paolo Buzzi, Aldo Palazzeschi, Corrado Govoni, Ardengo Soffici e Luciano Folgore.

Interessante è il caso dell’Aeropoesia, un sottogenere della lirica, ideato da Marinetti e associato al secondo futurismo marinettiano, su cui si fonda la composizione dell’aeropoema Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana. L’opera è composta da nove parti, dette simultaneità, precedute da una prefazione, chiamata collaudo. L’autore abolisce l’uso della punteggiatura e, in parte, della sintassi, fa, inoltre, un uso esasperato di neologismi e analogie imprevedibili, aggiungendo alcuni brani di “parole in libertà”. In realtà, quindi, anche il poeta futurista segue delle regole precise e deve necessariamente essere in possesso di una solida cultura letteraria.

Ciò che risulta essere principalmente importante, dunque, è conoscere: apprendere attraverso lo studio, la lettura, l’interazione con le arti e con ogni aspetto della realtà circostante, consapevoli delle leggi e delle norme che la regolano, ma senza permettere mai loro di diventare un peso, un severo “manuale di istruzioni” a cui doversi attenere per approcciarsi alla vita.

Dopotutto, è proprio questa natura vaporosa, sfumata, talvolta priva di contorni e colori riconoscibili, che ci affascina tanto da spingerci quotidianamente a indagare questo mondo, a cui partecipiamo, alla ricerca di una forma nitida e limpida in cui un giorno, forse, poterci riconoscere.

27 gennaio. La giornata della memoria non è un’ovvietà

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“Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì  o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome 

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno”.

Era il 27 gennaio del 1945 quando le avanguardie delle truppe sovietiche raggiunsero e liberarono dai tedeschi il campo di concentramento di Auschwitz.

Fu in quel momento, oltre la scritta “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende liberi), che si aprirono le porte dell’inferno e il mondo intero conobbe per la prima volta e concretamente la ferocia e l’orrore di quel genocidio spietato.

Dal 1940 Auschwitz fu un enorme campo di morte, la “Soluzione finale” escogitata da Hitler e dai suoi gerarchi per liberarsi definitivamente della “questione ebraica“. Gli ebrei, atrocemente strappati dalla loro quotidianità,  giungevano in treni merci e una volta portati nella Judenrampe (la rampa dei giudei) subivano una selezione, dopo la quale venivano portati quasi tutti nelle “docce” (le camere a gas). Alcuni sopravvivevano, privati  della propria dignità e di tutto, lavorando duramente.

Ad Auschwitz trovarono la morte quattro milioni di ebrei: erano uomini, donne, bambini. Furono sterminati anche zingari, testimoni di Geova, omosessuali, oppositori.

 “CHI UCCIDE UNA VITA, UCCIDE UN MONDO INTERO”

Oggi ricordiamo un genocidio che non potrà mai ricevere alcuna giustificazione, che non deve essere dimenticato, soprattutto in un’epoca come questa, dove l’odio razziale e la violenza possono tradursi in realtà concrete.

Allora, ricordare è un dovere. Ricordare quanto di disumano è stato scatenato contro milioni di persone. Perché, purtroppo, non stiamo parlando di numeri: ad ogni persona corrispondono un nome, una storia, una vita.  Un vecchio adagio ebreo dice che “chi uccide una vita, uccide un mondo intero“. Lo sterminio del popolo ebreo è stato un progetto, in cui nulla è stato lasciato al caso: tutto è stato attentamente studiato a tavolino. Ricordiamo affinché non accada mai più, affinché il ricordo possa diventare un impegno contro l’indifferenza e contro l’odio.

Per concludere, vi proponiamo alcune parole tratte da “Se questo è un uomo” di Primo Levi, testimone diretto dell’olocausto.

Così si trascinano le nostre notti. Il sogno di Tantalo e il sogno del racconto si inseriscono in un tessuto di immagini più indistinte: la sofferenza di giorno, composta di fame, percosse , freddo, fatica, paura e promiscuità, si volge di notte in incubi informi di inaudita violenza, quali nella vita libera occorrono solo nelle notti di febbre. Ci si sveglia a ogni istante, gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le membra, sotto l’impressione di un ordine gridato da una voce piena di collera, in una lingua incompresa.

Noi fummo Charlie Hebdo

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Chi di noi italiani oggi è Charlie Hebdo, alzi la mano!

Era il 7 gennaio 2016 quando due attentatori entrarono nella sede della rivista in rue Nicolas Appert, nel centro di Parigi aprendo il fuoco contro i dipendenti del giornale satirico Charlie Hebdo.  Morirono 11 persone, tra cui il direttore Charb e alcuni vignettisti. Durante la fuga i killer uccisero anche il poliziotto Ahmed Merabet. Furono momenti di atroce dolore e sconforto in gran parte del mondo, i terroristi dell’ISIS avevano colpito ancora spargendo sangue, paura e orrore, senza limite alcuno neanche per se stessi, pronti a qualsiasi sacrificio, anche al suicidio. Perché tutto questo? Perché il dissacrante giornale aveva pubblicato vignette satiriche sul dio dei mussulmani, Allah e sul suo profeta Maometto.

E tutti ci schierammo giustamente a favore del laicissimo giornale satirico francese, che ebbe la sola la colpa di disegnare vignette (con qualche riserva per la presa per i fondelli ad una religione, al suo profeta ed al suo dio) mentre i seguaci del Daesh risposero a colpi di kalashnikov seminando terrore e infischiandosene altamente di ferventi vite umane.

E gran parte della gente s’indignò e postò marcata solidarietà sui social sino a cambiarsi l’immagine dei profili con la scritta “Je suis Charlie”. La minoranza non fu d’accordo e postò l’opposto: “Je ne suis pas Charlie”.

 

Che la satira debba essere libera non credo ci sia nulla da eccepire, che debba mettere in risalto le criticità e le debba elefantizzare o fortemente minimizzare penso, anche lì, non ci sia nulla da obiettare, ma che essa debba essere una satira responsabile penso sia una priorità imprescindibile. Ed è questa una libertà a cui non si debbano mettere paletti. La responsabilità di una scrittura, di un‘opera divulgativa quale la vignetta, è quel senso di attenzione che il giornalista e il disegnatore prima, e il direttore della rivista-giornale dopo, devono porre sapendo soprattutto guardare oltre la lettura della pubblicazione.

 

“La neige est arrivèe. Y en aura pas pour tout le monde!

ovvero

“La neve è arrivata. Non ce ne sarà per nessuno!”

 

Questa è l’ennesima provocazione di Charlie Hebdo riferendosi ai terremoti e alle valanghe che hanno colpito il centro dell’Italia. Dopo “Terremoto all’italiana”, “La neve è arrivata”. La prima, mostra due persone ferite, una con una benda in testa e insanguinata con la scritta “Penne al pomodoro”, l’altra con escoriazioni e bruciature con la scritta “Penne gratinate”. Sullo sfondo un mucchio di macerie dove si intravedono persone schiacciate dai detriti con scritto “Lasagne”. La seconda (l’ultima in ordine di cronaca) prende lo spunto dalla valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano dove ancora oggi si sta tentando ogni sforzo per salvare vite umane scavando con ogni mezzo, anche con le mani. Nel disegno si vede la morte in sci con due falci al posto delle racchette.

Ilario Lacchetta, sindaco di Farindola, ha sin da subito annunziato querela per ovvi motivi nel rispetto dei morti, dei sopravvissuti e dei dispersi che ancora oggi si spera di trovare vivi. Il fumettista Ghisberto risponde per tutti gli italiani e per tutte le popolazioni colpite dal terremoto e dalla tragedia del Rigopiano con una contro-vignetta nella quale rappresenta la stessa morte sugli sci (di Charlie) superata da un uomo del Soccorso Alpino Italiano che le fa il dito medio.

Ma che tipo di satira è questa? Se questa è la satira che tira (per dirla come la rubrica di “Striscia la notizia”) c’è solo da indignarsi e dissociarsi da un giornale che sa interpretare la satira come un vero esempio di festival del disgusto. Vignette che offendono i morti, i feriti, i dispersi, coloro che stanno patendo il freddo, i soccorritori volontari e quelli istituzionali, Pompieri, Soccorso Alpino e Protezione Civile. Vignette che sparano a tutto spiano sulla Croce Rossa e che vanno oltre ogni bon ton, dettato probabilmente da una marcata, deprecabile e cruenta natura, indole per la quale questo giornale è stato concepito.

Rivolto agli italiani praticanti di social network il Coordinatore di Livesicilia Roberto Puglisi scrive al popolo del web:

Piangete per i morti e i sopravvissuti, con post strappalacrime, e poi difendete la “satira” di Charlie Hebdo. Lo dicevo io che i conti non mi tornavano.

In effetti molti furono gli italiani vicini al giornale francese quando il commando terrorista uccise quei giornalisti rei di aver disegnato vignette dissacranti e (diciamolo pure) anche un po offensive per gli osservanti la religione mussulmana. Oggi, dopo quanto accaduto, si riflette su quanto successo un anno e mezzo fa e su quanto oggi Charlie lancia nel cuore degli italiani. Oggi, dopo questa autentica “mazzata” il gradimento sul giornale satirico francese da parte degli italiani a favore di Charlie è sicuramente sottoterra. Quando la satira del cattivo gusto tocca il cuore già ferito, l’istinto può portare solo a prendere i fogli del giornale e farne un unico falò.

Chi di noi italiani oggi è Charlie Hebdo, alzi la mano!

Io non mai stato per Charlie Hebdo. Oggi sono per quelle persone che, fregandosene altamente della propria persona, stanno facendo ancora un tentativo estremo per salvare altra gente mettendo a repentaglio la propria incolumità, quindi guardando la vignetta di Ghisberto mi verrebbe da scrivere: IO SONO UN SOCCORITORE, italiano e ho un cuore grande così. Io, essendo italiano, amo il mio prossimo come me stesso.

Perché leggere Moralizzatore e cosa fa un giornale come il nostro

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Nell’era del web esistono centinaia di giornali online. L’informazione numericamente cresce su internet e la carta stampata si porta dietro una macchina farragginosa che non è più sostenibile. Questo giornale ha scelto la rete come mezzo di diffusione. Questo giornale ha scelto anche un’altra via per fare informazione, quello della segnalazione, della denuncia e dell’approfondimento. Troverete anche le news selezionate dalla nostra redazione, ma soprattutto approfondimenti, numeri e documenti rielaborati per dare una fotografia della società, dell’economia e della realtà a chi ci legge.

Abbiamo anche cercato, e lo facciamo ogni giorno, di rendere accessibile questo giornale dai dispositivi più vicini ai lettori, gli smartphone. Oggi le notizie vengono consumate ad una velocità impressionante, spesso scriviamo e progettiamo un articolo per giorno e poi quando lo pubblichiamo rischia di essere già superato, per questo ogni giorno la nostra redazione lavora pensando al giorno dopo, cercando di anticipare le tendenze, cercando di dettare l’agenda setting (per quelli normale e non del settore, quello di cui si parlerà durante la giornata).

Leggere Moralizzatore significa informarsi in maniera diversa, senza preconcetti, ma con un’opinione rafforzata. Leggere Moralizzatore vuole dire anche sostenere un progetto giovane che si regge sulle proprie gambe senza padrini politici o gruppi imprenditoriali pressanti. Leggere Moralizzatore vuole dire sostenere un pezzetto di libertà nel mondo dell’informazione. Dopo la candidatura del nostro direttore Ismaele La Vardera, a cui facciamo un grosso augurio, noi continuiamo a fare il nostro lavoro a testa bassa, informare senza limitazioni e senza censure.

Mafia, malaffare e informazione: Giovani giornalisti zittiti a forza di querele

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Oggi è il 5 gennaio e si ricorda, come giusto e doveroso che sia, l’uccisione per mano mafiosa del giornalista Giuseppe Fava. Devo dirvi la verità, ogni anno su un giornale piuttosto che un altro ho scritto in questa data un articolo che riguardasse Fava, lo stato dell’informazione, la politica collusa, la mafia e il malaffare. Rileggendo tutti gli articoli però una cosa manca, manca il presente. Cosa fa l’informazione oggi, come sta e dove vuole andare? Chi sono i nuovi cani da guardia della democrazia?

In questi giorni il dibattito sollevato da Grillo su giurie popolari per le balle di tv e giornali mi ha fatto pensare ulteriormente. Oggi, io come molti miei colleghi, almeno una volta siamo stati imbavagliati dal malaffare, da personaggi che seppur non definitivamente condannati o formalmente accusati di reati, sono molto discutibili. Come lo hanno fatto? Non hanno sparato, per fortuna, ma hanno preso carta e penna, hanno chiamato i loro avvocati e hanno scritto querele verso giovani giornalisti temerari che magari volevano semplicemente informare l’opinione pubblica, magari la volevano risvegliare.

Allora quando vieni pagato 7 euro lordi a pezzo, se tutto va bene, una querela diventa un’ipoteca sulla casa, anche se poi la vinci e tutto finisce dopo qualche anno nel silenzio totale. A poco servono i primi attestati di solidarietà se poi dopo qualche mese alle udienze sei solo tu e il tuo avvocato e pensi “lo stronzo non sono io che deve essere processato ma lui”.  Non nascondo che la voglia di ritirarsi è sempre più grande e forse piano piano lo sto già facendo. Perché in fondo forse, se continua così, hanno vinto loro.

Inciviltà autorizzate: i mercati rionali a Palermo

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A Palermo ci fu il giorno in cui gli ambulanti itineranti (per essere chiari, quelli con motoape, furgoncini e altri mezzi di locomozione) e quelli stabili (che occuparono posizioni strategiche del suolo comunale) furono messi nella condizione di scegliere se continuare a fare gli abusivi o regolarizzarsi aderendo al progetto “Mercati rionali”.

Tale iniziativa venne accolta dalla popolazione con grande entusiasmo per motivi molto semplici, e cioè, quella di avere avuto opportunità anche nella periferia di potere usufruire di un luogo dove poter fare gli acquisti di generi giornalieri di prima necessità, ma, soprattutto, di non dover fare la spola difficoltosa di raggiungere “il centro-città”. Il risultato evidente oggi è ancora chiaro: i mercati rionali traboccano sempre di gente e sono fonte recettiva di acquisti soprattutto di generi alimentari e di generi di diverso tipo dove la qualità a volte lascia un po’ a desiderare, a volte no, ma per molti va bene così.

Il caso, però, che voglio mettere in evidenza è il seguente: perché il commerciante si ritiene autorizzato a lasciare gli scarti delle sue vendite sul posto? Perché non metterli o mettersi nelle condizioni di raccogliere le immondizie da lui stesso generate in un proprio cassonetto? Siamo sempre alla sufficienza panormita dove qualcuno dice (l’ho sentito con le mie orecchie): “tanto poi passano quelli dell’AMIA e puliscono tutto”.
Bene, faccio un esempio.

Io sto dalle parti di Villa Tasca dove il giovedì, metà del viale SS Mediatrice, è occupato dal mercato rionale. Ecco, dal momento della chiusura delle bancarelle, dei gazebi, delle roulotte attrezzate, all’arrivo degli operatori ecologici, trascorre un lasso di tempo; quello è il tempo in cui tutto ciò lasciato per terra, dai sacchetti di plastica, alle custodie degli abbigliamenti, alle foglie di lattuga, ai cartoni e tanto altro, cominciano a spargersi per il quartiere senza tener conto che se dovesse esserci per caso una giornata ventosa, questi residui volanti, possono arrivare sino a Piazza Turba prendendo anche la direzione di Corso Pisani. Ciò che ho scritto è ovviamente verificato dalla mia testimonianza.
Ora, io penso che non ci voglia molto a capire che forse sia meglio che ogni commerciante che, ricordiamolo, paga la tassa di suolo e di pulizia al Comune di Palermo, dia una mano agli operatori ecologici, dia un segnale di civiltà e decoro ai quartieri da dove passa la sua mezza giornata e dia un aiuto a tutta la comunità che non sia quello di menefreghismo. Non si dovrebbe arrivare mai ad una costrizione, ad una imposizione ma, qualora questo non avvenisse, perché non educare contravvenendo?

Una pensione da giornalista per Riccardo Orioles

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Mi chiamo Luca Salici e sono un giornalista nato a Catania 34 anni fa. Vivo e lavoro a Roma da un decennio. Ho un bimbo di 9 mesi, una splendida moglie e oggi mi sento sereno, anche se per la nostra generazione contraddistinta da una profonda precarietà – economica e quindi esistenziale – subisco gli alti e bassi di un Paese che ogni tanto dimentica di offrire sostegno ai suoi cittadini.

Da tempo non sopporto un’ingiustizia ai danni di una persona che reputo un grandissimo professionista, un maestro di vita per tanti giovani, un uomo che tutto lo Stato e il popolo italiano dovrebbero riconoscere come un grande intellettuale e scrittore. Mi riferisco a Riccardo Orioles, 67 anni, giornalista e fondatore de “I Siciliani” insieme a Pippo Fava – direttore della testata, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 – e ad una serie di “carusi” (giovani) nati e cresciuti alle pendici dell’Etna. [la storia del giornale > http://bit.ly/pippofava].

Riccardo Orioles oggi vive a Milazzo, sua città natale, con una pensione di vecchiaia che non gli consente di continuare le cure per le sue patologie cardiache e gli acciacchi dovuti all’età. La sua carriera – vissuta da scrittore e giornalista con la “schiena dritta” come si suol dire tra quelli che pensano a lui ogni tanto e magari gli danno anche una pacca sulla spalla – purtroppo non gli ha riconosciuto una pensione degna di questo nome: Riccardo ha ottenuto contributi pensionistici solo per quattro anni di lavoro.

La verità è che la libertà ha un prezzo, e quella di Riccardo – forse una delle penne (ancora in vita fortunatamente) più importanti d’Italia – è costata a lui più di qualunque altro, come racconta benissimo il videodoc di Elena Mortelliti (http://bit.ly/videodoc-orioles). Certamente le scelte professionali di Riccardo Orioles sono state diverse da tutte quelle dei suoi colleghi. Ma nessuno credo possa ritenerle giuste o sbagliate. Riccardo dal 6 gennaio 1984 ad oggi lavora per formare nuove generazioni di giornalisti: da Nord a Sud dell’Italia centinaia di cronisti, direttori e redattori di varie testate hanno trovato in lui un maestro della professione, della deontologia, dell’inchiesta. Soprattutto antimafia.

In questi anni a poco sono serviti gli appelli all’Ordine dei Giornalisti e alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Riccardo continua a non arrivare a fine mese, sebbene continui a “lavorare”, svolgendo un prezioso incarico di formazione e consulenza per tanti colleghi giornalisti. In un cassetto conserva solo quei quattro anni di lavoro retribuito e “in regola” che ha avuto nella vita: un giornale importantissimo per l’antimafia e il nostro Paese come “I Siciliani” – prima e dopo l’uccisione di Pippo Fava – non ha mai avuto la stabilità finanziaria ed economica sufficiente per regolarizzare le posizioni di tutti i redattori e collaboratori.

Per questo Vi chiedo di far accedere Riccardo Orioles alla “Legge Bacchelli”, norma che ha istituito un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità. Sarebbe l’unico modo per far usufruire di un contributo vitalizio utile al suo sostentamento. Il giornalista milazzese gode di tutti i requisiti per accedere all’aiuto: la cittadinanza italiana, l’assenza di condanne penali irrevocabili, la chiara fama e meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte. Come lo scrittore Riccardo Bacchelli, per il quale è stata approvata la legge n.440 dell’8 agosto 1985.

Mi piacerebbe che le Istituzioni riconoscessero in vita il valore di un intellettuale come Orioles, e non lo facciano ipocritamente solo dopo la sua morte.

Luca, de “i carusi” di Orioles

PS. E brindiamo «alla faccia dei cavalieri».
PS2. Qui ci coordiniamo www.facebook.com/groups/mandiamoinpensioneorioles/

Cabiria, Superuomo e Superman

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“Non la forza, ma la costanza di un alto sentimento fa gli uomini superiori”.
Friedrich Nietzsche

Nel corso degli anni ’90 dell’Ottocento, Gabriele D’Annunzio, poco più che ventenne, costruisce intorno al proprio volto la “maschera” dell’esteta. un individuo reso superiore a tutti gli altri dalla straordinaria sensibilità che lo contraddistingue. L’esteta rifiuta con orrore la mediocrità borghese che caratterizza la società circostante e, per questa ragione, decide di rifugiarsi in un mondo di pura arte, di partire per una sorta di esilio volontario che, nel caso di D’Annunzio, viene trascorso nella sua lussuosa villa della Capponcina a Settignano sui colli di Fiesole.

Alla fine del decennio, D’Annunzio vive una vera e propria crisi esistenziale, che si riflette anche sulla sua produzione letteraria: la sua condizione di esteta, isolato dal mondo, gli provoca un profondo disagio. Urgono dunque nuove soluzioni per affrontare adeguatamente il proprio tempo. Il Poeta le trova prontamente nel mito del superuomo di Nietzsche, che rielabora costruendolo a sua immagine e somiglianza.
Il superuomo dannunziano è un esteta “evoluto”: un mito non più soltanto di bellezza, ma di energia eroica, attivistica, un individuo dalla sensibilità superiore che, consapevole della propria supremazia intellettuale, pretende di essere ascoltato e compreso dalla mediocre società borghese, indicando ai suoi contemporanei la via della verità e dell’eccellenza.

 
Per questa ragione, D’Annunzio diventa il Poeta Vate, il profeta destinato a guidare la Nazione verso un futuro di grandezza e prosperità.
Le ambizioni del Poeta sono chiaramente utopistiche e figlie di una cultura europea che va spezzandosi progressivamente nel variegato, antitetico e velenoso mosaico delle Nazioni, il cui delicato equilibrio si romperà con lo scoppio della Grande Guerra.
Ciò che più conta ai fini di questa riflessione, tuttavia, è che D’Annunzio si rende conto di aver indossato, fino al momento della crisi, una maschera; è consapevole di aver trascorso molti anni in una condizione che non gli apparteneva.
Il tema della maschera nella cultura popolare contemporanea appartiene da decenni al mondo del fumetto e del cinema, attraverso alcuni emblematici personaggi, ovvero i supereroi.

 
La maschera infatti è ciò che contraddistingue il supereroe: un individuo in possesso di poteri straordinari che mette a disposizione del prossimo per difenderlo dal male e da minacce che l’uomo comune non potrebbe affrontare e vincere con le sole proprie forze.
Se il supereroe difende il mondo, la maschera a sua volta difende il supereroe dal mondo, infatti permette all’eroe di preservare la propria “identità segreta” e dunque tutta la sua dimensione personale. Egli, infatti, non cerca fama o attenzione mediatica, ma opera nell’anonimato, sotto un simbolo che spesso coincide con la maschera stessa.
Dunque il supereroe, come il superuomo, ha una “vocazione civile”: mette le proprie doti straordinarie a servizio della società, ma il superuomo dannunziano, coerente con il modello della “vita inimitabile”, non potrebbe mai accettare l’anonimato, perché la creazione di un mito attorno alla figura del Vate è ritenuta condizione imprescindibile per il raggiungimento dei suoi ambiziosi fini.

 
Uno dei personaggi che probabilmente gettò le basi per la definizioni di quello che sarà l’archetipo del supereroe è certamente Maciste, ideato proprio da Gabriele D’Annunzio nei primi anni del Novecento, ispirandosi agli eroi della mitologia greca.
Maciste, che compare per la prima volta nel film Cabiria (1914), è un giovane in possesso di una forza sovraumana e di un animo generoso e coraggioso che utilizza per difendere i più deboli, in particolare giovani fanciulle indifese, da soprusi di malviventi.

 
I canoni fondamentali che caratterizzano la figura del supereroe, nell’immaginario collettivo, tuttavia, sono certamente stati introdotti dall’invenzione del celeberrimo personaggio di Superman, creato da Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1933 e pubblicato dalla DC Comics nel 1938.
Superman è un alieno, l’ultimo della sua razza, che viene spedito sulla Terra ancora bambino dal padre che vuole salvarlo dalla distruzione del loro pianeta, Krypton. Sulla Terra viene adottato da una famiglia di generosi contadini che lo cresce come un figlio, consapevole che il ragazzo, il cui nome “terrestre” è Clark Kent, è in possesso di poteri straordinari, tra i quali: forza sovraumana, capacità di volare, invulnerabilità e velocità.
Una volta cresciuto, Clark decide di mettere queste doti al servizio del mondo, avendo cura di difendere la propria identità segreta. Ma vi è una differenza fondamentale tra Superman e gli altri supereroi: la vera identità di Superman è Superman stesso, mentre Clark Kent, il mansueto ed introverso giornalista, è la “maschera”.

 
Quando Clark Kent entra nell’iconica cabina telefonica per spogliarsi dei suoi abiti “borghesi” ed indossare la tuta blu e il mantello rosso, rinuncia alla propria maschera, per acquisire nuovamente la propria identità: per tornare ad essere Superman.
Kent rappresenta la profonda esigenza di normalità che caratterizza Superman, la volontà di essere un uomo comune, di poter vivere, anche se sotto un travestimento, senza il timore di essere giudicato diverso e di essere escluso dalla società.

 
Anche il superuomo D’Annunzio ha indossato una maschera, quella dell’esteta in esilio, ma per poco. Infatti è profonda la differenza umana e culturale tra queste due figure: D’Annunzio vive con estremo orgoglio la propria superiorità intellettuale, non teme di essere escluso, ma pretende l’inclusione da protagonista all’interno di una società che vuole influenzare e rivoluzionare totalmente, allontanandola da modelli comportamentali borghesi a lui avversi.
Mentre la “maschera” di Superman rappresenta l’uomo comune, che il supereroe vuole difendere, il superuomo dannunziano pretende di rieducare l’uomo comune, stravolgendone il sistema di valori.
L’uno rifiuta la maschera, mostrando con fierezza il proprio volto, l’altro la indossa e la difende quotidianamente, quasi vergognandosi della propria straordinarietà.

 
Forse ciò che rende davvero preziosa l’intuizione di Gabriele D’Annunzio è la consapevolezza che vi è alla base: la convinzione che rinunciare alla propria straordinarietà (o ordinarietà) e alla propria coerenza umana ed intellettuale comporta la perdita della propria identità e dunque l’impossibilità di relazionarsi armoniosamente con il mondo circostante e, probabilmente, con la vita stessa.

Il compromesso delle garanzie

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Immaginate che vi chiedano di intraprendere un viaggio percorrendo una strada del tutto sconosciuta, che potrebbe rivelarsi impervia lungo il cammino, e che non ha vie d’uscita né scappatoie, una volta imboccata potrà portarvi ad un unica destinazione, a prescindere dal fatto che a questa vogliate giungere o meno. Immaginate inoltre di sentirvi dire che questa strada è molto più breve e sicuramente più moderna di quella che avete sempre seguito e che, anche se la vecchia strada aveva molte diramazioni e molte possibili destinazioni, la meta che troverete alla fine della nuova strada vi piacerà di più senza dubbio, parola di Governo. Quale delle due vie scegliereste? Cosa sareste disposti a sacrificare ? Una maggiore possibilità di scelta in cambio di celerità, o l’esatto contrario? Vi importerebbe più arrivare prima percorrendo una sola direzione che vi porterà esclusivamente in un posto, o impiegare più tempo avendo più rotte da intraprendere e luoghi da poter raggiungere? A livello metaforico questo rappresenta il bivio di fronte al quale gli italiani si sono ritrovati nel momento in cui sono stati chiamati ad esprimersi sulla parziale modifica della Costituzione. Dover scegliere tra continuare con un sistema che tutela maggiormente le minoranze e una concreta opposizione al partito di maggioranza ( che chiaramente non rappresenta la totalità dei cittadini ) o conferire maggiori poteri al presidente del consiglio al punto tale da permettergli di operare come meglio crede in maniera quasi indisturbata. Si è già detto molto in merito ai mutamenti giuridici che un’eventuale vittoria del “sì” avrebbe potuto comportare, e quello appena ricordato è solo uno dei tanti temi che questa riforma andava ad interessare. Ma ciò che più mi preme sottolineare è il modo in cui questa riforma pensava e sperava di realizzare i suoi obbiettivi o, per lo meno, come avrebbe modificato l’iter legislativo incidendo su composizione e poteri delle due camere: sacrificando le garanzie.

La nostra carta costituzionale si incentra su alcuni principi molto importanti, tra i quali certamente spiccano l’uguaglianza e la parità di tutti i cittadini. Affinché questo possa essere assicurato però sono necessarie apposite tutele, consistenti nella predisposizione di un apparato che consenta a tutti in primo luogo di esprimersi e di essere rappresentati; tutto ciò ha ovviamente un prezzo. Al di là delle dinamiche prettamente costituzionali, in qualsiasi ambito ciò che assicura maggiori diritti, maggiori libertà e maggior sicurezza, finisce col ridurre altri aspetti che con tali presupposti contrastano, a cominciare dalla tanto agognata celerità. Questo è ciò che potremmo chiamare il compromesso delle garanzie. Sta a noi chiaramente decidere da che lato far pendere la bilancia, consci del fatto che qualsiasi sia la scelta, il sistema perfetto ovviamente non esiste. La lungaggine dei processi in Italia, ad esempio, è dovuta in gran parte a un sistema che tenta di assicurare una sentenza quanto più precisa e rispondente al vero possibile, accompagnato da un contraddittorio in cui le parti abbiano sempre pari diritti e poteri; il legislatore ha scelto di far pendere la bilancia verso il lato delle garanzie piuttosto che da quello della rapidità. Il risultato del referendum ha dimostrato una propensione dei cittadini verso la medesima direzione, ma non è questo il punto su cui voglio concentrarmi; il fatto è che, a mio avviso, un quesito posto in questi termini non doveva neppure essere proposto, poiché non è certamente questo il metodo giusto per scardinare l immobilismo italiano di cui tutti ci lamentiamo.

Il bicameralismo perfetto che la riforma avrebbe voluto eliminare modificando la composizione e i poteri del senato, non comporta un raddoppiamento delle tempistiche di produzione legislativa come molti sostenitori del “sì” hanno sempre affermato; le due camere, infatti, pur avendo i medesimi poteri, hanno funzioni completamente diverse, il cui scopo principale è quello di creare nel sistema parlamentare quell’apparato di garanzie necessario affinché un legge non venga decisa sistematicamente dalle stesse forze politiche che rappresentano solo una parte della totalità dei cittadini dato che, una volta promulgata, quella stessa legge si applicherà nei confronti di tutti i soggetti che compongono lo Stato. Le cause della staticità che contraddistingue il nostro paese non hanno nulla a che fare con gli aspetti che la riforma avrebbe voluto modi care; riguardano piuttosto la sovrapproduzione di emendamenti spesso non inerenti al testo di legge che comportano un opposizione cancerogena, o ancora la mancanza di un accordo tra i principali partiti che sfoggia spesso in una lite infantile al centro della quale vi sono soltanto interessi politici e non sociali, e potremmo continuare per diverse pagine. Detto ciò, considerando che l’analisi di tutti gli aspetti di cui vorrei parlare è tendente a infinito, mi avvio alle conclusioni diplomatiche che contraddistinguono qualsiasi buona riflessione da paraculo a cui non piace farsi carico di troppe responsabilità, come me. A tutti gli yes man dico che mi dispiace ( non avrei mai voluto le dimissioni di Renzi ) e dico anche che “cambiamento” non è, per il suo solo significato, un concetto necessariamente utile e vantaggioso, ma va ben ispezionato nei suoi aspetti più profondi prima di essere accolto a braccia aperte, visto che sai quel che lasci ma non quel che trovi. A quelli del “no” invece dico di non stappare troppo champagne e di conservalo per capodanno, dato che con questa vittoria non si sono risolti i problemi dell’Italia ma semplicemente si è evitato che se ne creassero di nuovi e di ricordare che politica e costituzione sono, per fortuna, due cose abbastanza distinte, ed è dunque ridicolo votare focalizzandosi sulla prima, quando il quesito che vi viene posto verte unicamente sulla seconda.

Donald Trump dice di non conoscere Salvini, ma Matteo non ci sta.

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Matteo Salvini, ancora una volta emblema della politica made in Italy, quella che all’estero definiscono “politica dei maccheroni”.
La vicenda che stavolta lo vede protagonista è un ibrido tra mistero ed ilarità. Tutto parte da una foto dello scorso aprile che ritrae il leader leghista con l’allora candidato, oggi Presidente Donald Trump. Foto che Salvini, come suo solito, lancia immediatamente sui social, lasciando trapelare un chiaro messaggio di endorsement da parte del neo Presidente Americano.

Ma come spiega “La Stampa” qui, le dichiarazioni di Donald Trump non convergono con il messaggio lanciato da Salvini, anzi, proiettano Matteo verso l’ennesima probabile magra figura.

Come riporta un’intervista rilasciata al The Hollywood Reporter (la trovate qui). Trump non solo dice di non conoscere Salvini, ma nega l’ufficialità dell’incontro, piuttosto precisa di «non averlo voluto vedere» e prende le distanze dall’endorsement che Salvini ha lasciato trasparire sui social, attraverso la pubblicazione della foto, con il magnate Newyorkese.

Nonostante la polemi15039562_10154231827928155_3234543902919991095_oca, gli articoli, la beffa degli altri partiti, oggi l’America ha un nuovo presidente, si chiama Donald Trump, quale miglior occasione per Matteo, ribadire sui social la loro foto, stavolta addirittura con gli ashtag #oratoccaanoi #godonaldgo, come a voler ribadire un’alleanza o un allineamento di idee e/o progetti sulle politiche internazionali. Mosse che sicuramente hanno un ritorno politico, soprattutto su quella grande fetta di popolazione che non segue altri canali d’informazione e che prende tutto per vero, così come viene presentato. Non resta che aspettare le email di prova che la Lega Nord dice di possedere, a dimostrazione della veridicità dell’incontro tra le due “figure politiche”.

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