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Un, due, tre – stella! L’ansia da omino multistrato

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Al mondo, esiste l’ansia da prestazione, da stress, quella da trauma, quella da fobia e chi più ne ha più ne metta (io, ad esempio, c’ho l’ansia del piccione).

Per  i poveri ristoratori, ci sta pure quella per la Guida Rossa. Niente a che fare con Mao, afflati bolscevichi o intenti comunisti: parliamo del simbolo di qualità che da un secolo tormenta tutti quelli che possiedono una bella cucina aperta al pubblico.

Ultima illustre vittima delle stelle è  il buon Carlo Cracco ed il suo “Ristorante Cracco” di via Victor Hugo nel centro storico di Milano. I ben informati dicono si tratti di un monito lanciato al Carlone nazionale, per la sua massiva presenta in tv e la diserzione dalla cucina.

Di certo, è difficile pensare che Cracco, con oltre 10 anni di attività ad altissimi livelli (il suo ristorante ha la fama di essere tra i 50 migliori al mondo) rischi all’improvviso una flessione della qualità dei suoi servizi… E se pure non sta fisicamente tutto il giorno, tutti i giorni nella cucina del suo ristorante, non è lecito pensare che ne affidi la gestione ad un Marrabbio qualsiasi – già gestore del “Mambo” in quel di Milano 2, specializzato in fettine panate.

Ma cos’è la Guida Michelin? E perché le sue stelle sono così ambite?

Fondata nel 1900 dal colosso degli pneumatici, nasceva con l’intento di aiutare i viaggiatori on the road, segnalando officine, punti di rifornimento carburante, hotel, ristoranti e perfino ospedali (immagino una classifica tipo “una H non ne esci vivo, due H hai qualche chance, tre H ti rifanno nuovo”).

Riguardo ai ristoranti, ci trovate i migliori; quelli buoni ma entro i 35 euro sono accompagnati dalla faccina del Bib Gourmand, cioè l’omino Michelin, poi ci sono le cosiddette eccellenze. Ed è qui che entrano in gioco le stelle.

Gli ispettori della guida (in forma rigorosamente anonima) danno un’occhiata al circondario, poi prenotano, mangiano pagano e vanno via. Nel frattempo, valutano la qualità dei prodotti, la tecnica culinaria, l’equilibrio tra gli ingredienti, la personalità dello Chef, il rapporto qualità-prezzo e la costanza di rendimento, con un rating da una a tre stelle. Sono i clienti perfetti, discreti e pronti a saldare senza battere ciglio, che però possono mandarti dal gotha al cesso della categoria in due righe.

Ma torniamo al punto, e cioè al valore delle stelle.

1 Stella: ottima cucina nella sua categoria. Insomma, bene ma non benissimo. Lo chef ha qualche buona idea, la location è carina e la cantina discreta; il ristoratore diventa una  piccola star nella propria regione, i coperti diminuiscono, i prezzi lievitano. In generale, hanno la fissa della destrutturazione e spesso un po’ di nostalgia per i tempi senza stella ed un pizzico di invidia per i venerdì tutto pieno dell’osteria di fronte. Ma vuoi mettere? C’hai la stella e il topino di Ratatouille te spiccia la sala.

2 Stelle: cucina eccellente, tale da meritare una deviazione nell’itinerario di viaggio. Si comincia a parlare di cose serie. Tecniche di preparazione innovative, sorprendente combinazione degli ingredienti, cantina di riguardo e servizio di buon livello. Le porzioni si restringono sempre di più, ma ogni boccone (anche se al massimo sono tre) diventa un’esperienza sensoriale e merita una (love) story su Instagram.

3 Stelle: una delle migliori cucine. Sedersi in questi ristoranti vale un viaggio intero. Insomma, il top del top in ambito ristorazione. Il paradigma della perfezione. Niente può essere fuori posto o scontato o semplicemente meno di ciò che ci si aspetta. Si dice che il personale addirittura coccoli gli zerbini, per predisporli meglio all’accoglienza.

Gli standard sono elevatissimi, al punto che uno dei più rinomati ristoranti francesi, Le Suquet a Laguiole, già detentore di tre stelle Michelin – praticamente l’olimpo  della cucina francese –  ha richiesto di non essere più incluso nella bibbia dei gastronauti, perché la pressione legata allo standard qualitativo espresso dal riconoscimento è troppa. Ci sarà poi da biasimarli?

Voglio dire, lavorare nella ristorazione (in generale, ma a certi livelli ancora di più) in effetti è davvero arduo e comporta tutta una serie di accortezze che possono sfuggire al controllo – sì, pure se lavori h24 come un distributore di preservativi e la tua soglia d’attenzione è più alta di quella di un secondino di Alcatraz (d’altra parte anche lì hanno chiuso i battenti).

In un ristorante, tutto può succedere: un capello finisce nel piatto (eh si, fatta eccezione per Joe Bastianich, può capitare), il lavapiatti sta depresso e ti sbecca il piatto da portata, il cameriere inciampa nel tappeto ottomano e scassa tutto, il vino sa di tappo ma anche il sommelier può avere l’influenza e il naso chiuso.

E tu, che per amore del tuo lavoro ti fai un mazzo grande quanto una cassettiera MALM di Ikea,ti puoi ritrovare improvvisamente bandito, messo all’indice e con una stella in meno. Tutto questo impegno, andrebbe premiato. Ed invece no, tu ti vuoi migliorare, diventi ambasciatore della cucina italiana nel mondo e la Giuda Rossa ti declassa.

Io dico che Cracco va avanti, cresce, guadagna e lo fa a modo suo; se questo comporta il sacrificio di  una stella, poco male. La stella, del resto è lui. È proprio lui ad ispirare tanti ristoratori, migliaia  di ragazzini che da grandi vogliono essere chef. Non è fantastico pensare ad un futuro in cui tutti mangiano e bevono bene?

Bravo Cracco, fa’ ciò che vuoi, sii te stesso e tutti noi. Ed in attesa di ammirare il tuo nuovo ristorante in Galleria, continueremo a sognare di vestire i tuoi panni e di essere amati ed apprezzati per quello che siamo e facciamo, e non per quello che un omino brutto, grasso e multistrato si aspetta da noi.

Elezioni regionali, i partiti come yogurt scaduti. Quale scegliere?

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Il sei novembre, il giorno dopo le elezioni regionali, si avranno i risultati elettorali. Non accadrà di notte come sempre ma il giorno dopo, perché la Regione ha deciso così. Il lunedì mattina quindi, presumibilmente a pranzo, avremo i dati definitivi, avremo un vincitore che con molta probabilità non avrà subito una maggioranza parlamentare, quella arriverà dopo. Non possiamo pubblicare sondaggi per legge e non abbiamo neanche le risorse per commissionarne ma il nostro lavoro è fatto di ascolto e analisi della vita reale. Come nel 2012 il Movimento 5 Stelle ha riempito le piazze durante il loro tour elettorale mentre gli altri candidati, Musumeci, Micari e Fava hanno a malapena riempito le sale in cui raccontavano la loro ricetta per risollevare la regione. Fatta eccezione per Fava, gli altri due propongono ricette per risollevare una terra che le loro compagini hanno affossato.

Ora i grillini potranno anche darvi fastidio con i loro scontrini e le beghe interne, potranno anche essere volgari con i loro vaffanculo e anche illusi con le loro ricette alternative e la loro visione del futuro. Faremo un esempio per evitare di apparire militanti, quali non siamo.

Al supermercato avete provato degli yogurt nel corso del mese. Il primo che avete comprato aveva una bella confezione, avete visto la pubblicità in televisione e lo avete comprato e mangiato a casa. Vi ha fatto male, non lo comprerete più, anche perché è stato ritirato dal mercato (Crocetta). Poi l’azienda che produceva quello yogurt ha cambiato confezione, ma la materia è sempre la stessa e ha ricominciato la pubblicità in tv. Lo comprereste sapendo che vi ha fatto male? (Micari).

Qualche giorno dopo al supermercato volete provarne uno della marca concorrente (Musumeci), solo che qualche anno fa lo avete provato e sempre male vi ha fatto, tanti soldi per un prodotto scadente e senza garanzie. Lo ricomprereste?

Tra gli scaffali scorgete un altra marca di yogurt, che fino a qualche tempo fa non era tra gli scaffali, perché l’azienda li aveva immessi sul marcato già scaduti (Fava). Questa volta vi fidereste? Se un’azienda non controlla neanche le date di scadenza e poi invia i prodotti sul banco frigo di un supermercato come potrebbe preparare degli yogurt decenti?!

Bene, poi quando state per uscire senza yogurt nel carrello, in uno scaffale “ultime occasioni” c’è una marca di yogurt mai provata prima, una marca che in tv non vedete spesso, poco pubblicizzata dalle radio e sui manifesti in giro per le strade. Ma è nel banco “ultime occasioni” e siete senza yogurt nel carrello. Qualcosa a casa la dovete portare. A voi la scelta.

Kobe mi diverto. La fortuna di essere manzo

in blog/gastronerie di

Immaginate di essere un bue, destinato dalla nascita alla macellazione. Immaginate però di essere un bovino giapponese di razza Tajima, nato a Kobe, sull’isola di Honshu in Giappone.

Allora sarete sì destinati ad una brutta fine nel pieno della vostra esistenza, ma avrete vissuto una vita che la maggior parte dei bipedi umanoidi se la sogna.

Il manzo Kobe è probabilmente la varietà più prelibata al mondo, vero e proprio Graal per gli accoliti della carne rossa.

La sua caratteristica principale è la marezzatura (cioè la presenza di venature di grasso all’interno del tessuto muscolare) praticamente perfetta, un equilibrio mistico tra “carne” e grasso, ma un grasso nobile e buono, la cui percentuale di colesterolo è più bassa rispetto alla stragrande maggioranza delle carni rosse prodotte nel mondo.

Gustare il manzo Kobe, è un’esperienza che vale la pena fare almeno una volta prima di morire, perché ha un gusto unico che non si scorda più, una consistenza che ridefinisce il senso del “si scioglie in bocca”.

In pratica un burro che fa bene al cuore ed al palato, gustoso, profumato e un po’ dolciastro.

E’ sublime nella cottura alla griglia, adatto alla pietra lavica, incomparabile nella versione brasato ed unico se mangiato crudo. Una goduria.

Il vostro portafogli potrebbe però protestare ed indurvi a desistere perché effettivamente il Kobe costa un bel po’. La carne può arrivare ad un prezzo che va oltre i € 1000/kg ed una bella bistecca al ristorante potrebbe costarvi anche € 300.

Viene da chiedersi: Perché il manzo Kobe è così buono? E perché costa così tanto?

Presto detto. Al di là di essere un toro castrato (e questa vi assicuro è l’unica nota dolente per il caro bovino) o una scottona (una mucca che non abbia partorito) gli allevatori di manzo Kobe, riservano ai loro capi di bestiame un trattamento che nemmeno Chiara Ferragni durante la fashion week.

Lo scenario è il seguente: Il nostro amico Kobe, vive in un arcipelago di natura vulcanica e montuosa, in una rigogliosa pianura con le cime innevate sullo sfondo, alberi di ciliegio in fiore, prati verdi e lussureggianti in cui bivacca fronte mare.

Ha un bel manto nero e lucido costantemente spazzolato, si nutre di riso, fieno e grano selezionati, beve birra a più non posso e non può mai e poi mai superare il peso di 470 kg; praticamente è il Jason Momoa1 delle razze bovine.

In considerazione della loro stazza e dello stile di vita rilassato, per sopperire alla limitata attività fisica svolta (considerate che non possono nemmeno fare all’amore) i dolcissimi Kobe vengono costantemente coccolati ed addirittura massaggiati per garantire un idoneo risveglio muscolare e sopperire all’inattività.

Coccolati, ben nutriti e con una final destination che – a quanto si dice- rispetta la dignità ed il benessere fisico e mentale dell’animale (ma di questo – ahinoi- non avremo mai contezza); è quindi scontato che la carne che si ottiene da questa filiera produttiva sia di altissimo livello.

A conti fatti, essere un Kobe, non è poi così male.

A pensarci bene, se mai un giorno in virtù della vita che ho condotto dovessi reincarnarmi in un quadrupede, vorrei proprio essere un Kobe.

Avrei cibo, alcool e massaggi tutto il giorno, una forma perfetta senza praticare sforzi, un panorama da urlo con vista sull’oceano e mi avvierei alla morte con Angel di Aretha Franklin in sottofondo.

E con buona pace di Foscolo, sarei ricordato da tutti e per sempre come l’esperienza più goduriosa delle loro vite.

1 Jason Momoa alias Khal Drogo, protagonista indiscusso della prima stagione de “Il Trono di Spade”.

UNIPA: Non sfornerà lavoratori, ma di politici se ne intende. Micari e Lagalla in prima linea.

in blog/Palermo di

Non tutti hanno avuto la fortuna di entrarci o di conoscere Micari o Lagalla, ma sicuramente tutti conosciamo unipa e le sue gesta.
Meritocrazia lontana, parentopoli in cattedra e studenti spesso messi all’angolo da questi meccanismi. Proprio dopodomani saranno passati 7 anni dal suicidio di Norman Zarcone, il ragazzo che si lanciò dai locali della facoltà in viale delle Scienze, in segno di protesta contro tutte le cattive logiche che da sempre regolano unipa.

RETTORI IN POLITICA:

Da sempre in Italia c’è un binomio tra posti di potere e politica, gli uni sorreggono gli altri e viceversa, anche perchè spesso i posti di potere non derivano dal merito, ma dal sostegno o dall’assegnazione politica. Negli ambienti statali di lavoro(e non), un’idea politica, che ti piaccia o no, devi fartela e se quell’idea deriva dal rapporto che hai con qualcuno, qualcuno che di politica se te ne intende, bhe, il gioco è fatto. Si perchè se ho un amico alle poste,  potrà pagare le mie bollette evitandomi la fila o farmi sapere il modo più conveniente per inviare un pacco.
Ma se invece ho un amico Rettore? eh! che tu sia poliziotto, ingegnere, architetto, avvocato, o perchè no magari un magistrato(tipo la Saguto), probabilmente tuo figlio andrà all’università.
Insomma tutti vogliono un amico Rettore ed un Rettore ha dunque un sacco di amici.

Fai 2+2, il posto di lavoro somiglia tanto ad un ufficio Comunale, un sacco di amici li pronti a votarti, bhe, non resta che buttarsi in politica.
Infatti è così che han fatto il Rettore ed il suo predecessore. Micari attuale Rettore, sarà l’uomo di sinistra, sostenuto dal Pd Renziano, dagli Alfaniani, da Crocetta, dal riconfermato Sindaco Leoluca Orlando e dal suo ex avversario Ferrandelli.
L’ex rettore Lagalla invece non si candiderà più alla Presidenza,  ma avrà un posto di tutto rispetto(Assessore all’istruzione) in caso di vittoria da parte di Nello Musumeci, candidato unico della destra che ha risolto la spaccatura di cui avevamo parlato qui.
Questo non significa che i due candidati utilizzino le loro cariche per fini personali, anzi i due sembrano godere di un’ottima reputazione e storia personale, ma questo è sicuramente l’argomento del momento. Molti si chiedono quanto possano essere complementari le cariche istutuzionali e politiche in questione.

Purtroppo l’ultima classifica delle università italiane, del Il sole 24 ore, vede Unipa alla posizione n°55 su 61 atenei complessivi (qui la classifica), ma siamo certi che nella classifica delle università politicizzate, il primo posto, non glielo toglie nessuno.

 

 

 

In fame we trust

in blog di

Di come un sabato qualunque diventa, per miracolo, un momento very important

Oggi la celebrità è una specie di divinità on demand: basta invocarla perché si materializzi e il mondo sia improvvisamente diverso da quello che è di solito.

Lo so perché l’ho vista di recente; l’hanno richiamata sabato sera a Palermo, in via Alloro. Per l’occasione ha assunto le sembianze di un famoso attore romano. Che non era da solo, in effetti, c’erano altri attori con lui, e c’era una troupe – che non è celebrità in sé, ma funziona da moltiplicatore perché ci ha a che fare.

C’è voluto poco perché curiosi e accoliti nei dintorni accorressero per assistere a quella che, come tutte le esperienze mistiche, è un fenomeno autoevidente e non ha bisogno di argomentazioni per essere goduta.
Io ero con un gruppo di amici, è bastato un “sto andando là, mi hanno detto che c’è festino con vippaio” per farci smuovere.

Il luogo dell’apparizione era un bar squallido, di norma molto poco frequentato: fuori dal locale ci ha accolti la piccola folla, euforica e vagamente stordita, di quelli che avevano già preso parte al rito. Ancora non sapevamo chi, non sapevamo cosa: ci siamo fatti strada per vedere.

E una volta dentro, ho visto.

Ho visto un locale di 20 metri quadri scarsi (un bancone, uno scaffale con poche bottiglie, un neon viola ed uno rosso, uno specchio kitsch, il più banale dei cessi in-fondo-a-destra) trasformarsi in tempio dell’ebbrezza e dell’allegria. Ho visto l’attore di cui sopra, insieme ad altri due, cambiare pelle, farsi ora barman, ora deejay. Li ho visti tramutare cicchetti di alcol scadente in ambrosia, un cellulare con Spotify collegato ad una cassa in un coro di sirene. C’erano quaranta gradi, c’era puzza; nessuno sembrava sentirli. Mi sono vista ondeggiare riflessa nello specchio kitsch; insieme a me si dimenava un’orda di estranei sudati, molti di questi erano col cellulare in mano a documentare l’evento e a diffonderlo sui social come discepoli 2.0.

Da agnostica, non sono in grado di dare un giudizio su quello che è accaduto; ho avuto l’impressione che più che reale fosse realistico, come una storia su Instagram. So che mi sono divertita, per la circostanza insolita e per il senso di straniamento.

Rimarrò, com’è prevedibile e forse giusto che sia quando si entra nella sfera dell’irrazionale, con una serie di domande irrisolte.

Cosa passava per la testa delle persone? Erano davvero tutti gasati, emozionati, contenti come sembrava? Si sono sentiti importanti, coinvolti in qualcosa di grande?

Che differenza c’è, realmente, tra i tre dietro al bancone e noi che stavamo davanti? Cosa significa essere famosi?

Cosa distingue chi, in queste situazioni, riesce a immedesimarsi e a vedere tutto ricoperto da una mano smalto dorato, da chi non riesce a dimenticarsi del contesto?

Va bene che erano le tre di notte e c’era un casino, ma lanciare un petardo dall’ultimo piano della palazzina a mo’ di avvertimento non sarà stato un pelino eccessivo?

Pensava a questo, Warhol, quando diceva che tutti avremmo avuto 15 minuti di celebrità? Voleva dire che la popolarità sarebbe diventata una faccenda letteralmente popolare, dei cui effetti si può beneficiare per caso o per osmosi?

E a proposito della frase di Warhol: pare che non sia stata lui a pronunciarla per la prima volta. Però, visto che è diventato famoso per citazioni e contaminazioni, nessuno ci ha mai fatto caso e tutti preferiscono continuare a pensare che sia stata partorita dalla sua mente.

Forse è proprio questo, il punto di tutta la faccenda: la celebrità continua ad attrarci non tanto per quello che è, ma per ciò che vogliamo credere che sia.

Un padre che racconta il dolore più grande. La storia di “Giuseppe”

in blog/Cultura di

Quella che sto per raccontarvi è una storia fatta di coraggio, di amarezza, di amore e solidarietà. È una storia che nessuno vorrebbe mai leggere ma che insegna tanto, perché a volte anche le peggiori disgrazie lasciano spazio a qualcosa di bello e utile, come la voglia di aiutare il prossimo affinché non accada a nessun altro quello che è accaduto a te.

El Grinta è lo pseudonimo di un padre che racconta questa storia. La sua è la storia di cui nessun genitore vorrebbe essere mai protagonista perché- tutti lo sanno- un genitore sopporta tutto per un figlio, tranne che sopravvivere a lui.

E lui, senza volerlo,  ha scritto un libro che racconta il suo dolore più grande: la storia del figlio Giuseppe, che a soli 21 anni, tartassato da molti dubbi sulla propria identità di genere, nella notte tra il 24 e il 25 marzo 2014, ha deciso di togliersi la vita.

Ho scritto per non impazzire. Scrivere era come ritrovarlo. Io non sono un filantropo, è una cosa che è capitata. Scrivevo per calmare me stesso e l’effetto di questa narcosi è poter fare del bene

L’intento di questo padre coraggioso è lanciare un messaggio d’amore soprattutto a genitori, educatori, professori: “Bisogna amare i propri figli, sopratutto i più fragili. Bisogna aiutarli a superare quelle pericolose inquietudini interiori e fare di tutto, accettarli. Attenzione, questo non significa dire sempre sì, ma cercare di capirli e guadarli perché qualsiasi problema può diventare un calvario”, mi dice.

E mentre parla del suo grande dolore, capisco perché ha scelto questo pseudonimo e mi sembra di toccare con mano quel vortice di emozioni, grinta, coraggio, forza e voglia di aiutare.

Qualsiasi problema può diventare un calvario. El Grinta è sceso in campo per stare vicino a questi ragazzi più fragili. Non ho la pretesa di salvare nessuno, ma possiamo portare un messaggio d’aiuto, di luce, apertura e positività

Poi, mi racconta della sua battaglia, che  continua nonostante le rimostranze delle persone che più ama, i suoi familiari, che spesso gli hanno rimproverato di svelare i dettagli più intimi della vita di Giuseppe. Ma lui va avanti. Lo fa anche perché vuole onorare la memoria del figlio, offrendo una importantissima testimonianza per chi si ritrova ad affrontare momenti  come quelli affrontati da Giuseppe:

Giuseppe aveva problemi di identità di genere. Io e mia moglie lo sapevamo dal 2008, ma lo abbiamo sempre accettato. Non conoscevamo il suo proposito di suicidio, non lo aveva mai fatto capire a nessuno. Giuseppe era un ragazzo un po’ introverso, ma a modo suo amava la vita

La nostra chiacchierata prosegue con i racconti di questo padre che va in giro per l’Italia, raccontando generosamente la storia di questo figlio che ha scelto di andarsene troppo presto. E infine, mi legge le ultime parole che Giuseppe ha lasciato alla propria famiglia: “Troverò la pace che non ho mai avuto. Non è colpa vostra. Non fa per me questa vita. Ho sempre odiato il  mio lato maschile(…). Mi piacerebbe molto che sulla lapide venisse messo il nome Noemi. Ora sarà dura, lo so, ma piano piano andrà meglio”.

La presentazione del libro, intitolato “Giuseppe”, è arrivata anche in Sicilia. Sabato 8 luglio il libro verrà presentato alle ore 17 all’Homi Country Retreat, in via Madre Teresa di Calcutta 75, a Partinico. E sempre sabato 8, alle ore 19, sarà possibile partecipare alla presentazione a  Terrasini, nello Spazio Eventi Agemina, in corso Vittorio Emanuele 254.

Il libro è stato pubblicato nel 2016 , ha già ricevuto in tutta Italia diciassette riconoscimenti, vincendo vari premi letterari. È stato anche finalista dell’edizione 2016 del famoso “Premio Piersanti Mattarella” .

 

 

Vasco, il Modena Park e gli insulti a Bonolis. Cosa c’è da sapere

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Vasco Rossi ritorna a Modena, festeggiando i 40 anni di carriera con il concerto evento Modena Park e oltre 220 mila biglietti venduti. Sui social piovono insulti sulla conduzione di Bonolis della diretta targata Rai1.

A distanza di due giorni, il bombardamento mediatico che vede al centro del mirino il presentatore romano Paolo Bonolis per la conduzione del concerto- event0 Modena Park targato Vasco Rossi, non si è ancora consumato. Numerorissimi i tweet ricchi di insulti e sarcasmo su una conduzione ritenuta eccessivamente logorroica. Che poi si sa, è nel suo stile. È l’xfactor che ha permesso a Bonolis di diventare Bonolis.

Ora però lasciatemi fare qualche precisazione. Vorrei spezzare una lancia a favore dell’amato conduttore (che sicuramente poco ha bisogno di questa lancia) e  dissociarmi da questo coro di conformisti-criticoni-frustrati che si divertono tanto a screditare nascosti dietro la facciata di uno schermo.

Prima precisazione. Che più che una precisazione è un dato di fatto. È stato lo stesso Vasco a richiedere fortemente la conduzione di Bonolis, che si sa, è sotto contratto con mediaset. Ma per il Komandante questo e altro. Inoltre, come possiamo leggere in un post del 9 giugno pubblicato dalla pagina ufficiale del rocker emiliano

…coming soon..!!

RAI 1 desidera fare partecipare il suo pubblico al grande evento di modena .. modena park !

lo farà realizzando un programma in diretta da modena …in prima serata !!

“Vasco, il suo pubblico, la festa epocale, i colori e le emozioni dei 220.000 formeranno il racconto di una giornata memorabile ”

non mancheranno inserimenti “ live del concerto “ !!

Il concerto INTEGRALE in diretta sarà visibile solo nei Cinema..

Esatto signori, avete capito bene. <<L’evento INTEGRALE (con tanto di maiuscolo per i non vedenti) in diretta sarà visibile solo nei Cinema>>. La Rai, dunque, per contratto non avrebbe potuto trasmettere la diretta integrale, riservata esclusivamente ai cinema. Il telespettatore X era dunque consapevole, al momento dell’accensione, di assistere non ad una diretta del concerto, ma piuttosto ad una narrazione dell’evento. Narrazione avvenuta in perfetto stile Bonolis.

Detto ciò, vorrei concentrarmi sulla seconda precisazione. Riassumo brevemente il pensiero di uno dei maggiori sociologi e studiosi della comunicazione, nonché da moltissimi ritenuto addirittura il precursore del World Wide Web. Stiamo parlando di Herbert Marshall McLuhan, deceduto a Toronto negli anni ’80. Secondo il sociologo canadese, la TV fa parte dei cosiddetti “media freddi“. Ossia di quei mezzi di comunicaizone di massa che necessitano di un ampio grado di partecipazione da parte del fruitore. In pillole, è il fruitore, il nostro caro telespettatore X, a decidere, consapevolmente, di premere il tasto “ON” e pigiare con il dito sul tasto 1. Ed è sempre lo stesso telespettatore X che, qualora non si senta soddisfatto e appagato del contenuto, in alternativa, può andare avanti e indietro con le apposite freccette e sintonizzarsi su un altro canale.

Siamo arrivati alla terza e ultima precisazione – non vorrei dilungarmi troppo. Oltre 220mila persone, provenienti da tutta Italia e anche dall’Estero, hanno pagato cifre che si agirano attorno ai 50-75 bigliettoni, in alcuni casi anche sfiorando i 100. Senza contare le spese di viaggio e pernottamento. Per non parlare dei tanti, tantissimi giovani e meno giovani che si sono appostati 20, 30 giorni prma, accampandosi, letteralmente sotto il palco ancestrale. Altrettante le persone che hanno acquistato i biglietti per godersi comodamente la diretta senza interruzione alcuna nei vari cinema associati all’evento. La Rai e Bonolis insomma ci hanno fatto solo un piacere (piacere che tra un insulto  e l’altro ha ottenuto oltre il 36% di share) a farci vivere GRATIS -canone a parte- piccoli sprazzi del concerto-evento a cui tutti avremmo voluto assistere. La prossima volta, prima di affilare le unghie sulla tastiera, proviamo affinare il cervello.

 

Amministrative Palermo, oggi Natale cià i cazzi suoi.

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Amministrative Palermo 2017, di seguito il post con cui Francesco Benigno (tra i candidati al Consiglio Comunale come avevamo scritto qui),  ha criticato lo scarso numero di voti ricevuto.
Francesco avrà confuso l’affetto delle persone dovuto ai suoi trascorsi da attore, con la preferenza di tipo politico. Il Candidato palermitano ipotizza addirittura un complotto nei suoi confronti.

IL POST

Il post di Francesco Benigno dopo le elezioni
Il post di Francesco Benigno dopo le elezioni

Non possiamo garantire sulle qualità politiche di Benigno, ma è sicuramente un ragazzo genuino, forse un pò ingenuo.
Non resta allora che ricordarlo come piace a noi, proprio nella scena di “Oggi Natale cià i cazzi suoi”.
Siamo certi un giorno la politica italiana possa tornare a brillare, anche senza Francesco Benigno.

Chi ha vinto davvero le elezioni di Palermo

in blog/politica di
Arrivano i risultati degli exit pool e comincia una lunga notte per Palermo, che aspetta di sapere chi sarà il suo nuovo sindaco.
Sono sei i candidati che si contendono la poltrona di palazzo delle aquile, alle spalle dei quali c’è una lunga campagna elettorale.
Urne chiuse e un dato positivo: il 52,6% degli aventi diritto si è recato alle urne.
Secondo gli exit pool Leoluca Orlando sarebbe in testa con una percentuale del 41-45%, superando il candidato Fabrizio Ferrandelli (30-34%). Ma sembrerebbe Ugo Forello, candidato del MS5, il vincitore morale della competizione elettorale.  Infatti, secondo gli exit pool avrebbe raggiunto il 20% con il supporto della sola lista MS5.
Grande tensione nei vari comitati elettorali. I Coraggiosi aspettano fiduciosi risvolti positivi durante la notte, mentre Orlando esulta sperando di poter festeggiare un nuovo mandato.
Se nessuno dei candidati raggiungerà il 40% si ritornerà alle urne. In questo caso il turno di ballottaggio è previsto per il prossimo 25 giugno.

TAP, trans-adriatic plot

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Tap sta per Trans-Adriatic Pipeline (chiamarlo gasdotto non sarebbe stato meglio?), e nelle ultime settimane questo acronimo così infelicemente onomatopeico è passato sulla stampa nazionale perché il Tap stava per saltare proprio dalle nostre parti, in Puglia, dove la popolazione s’è ribellata e si sono verificati scontri con le forze dell’ordine. Il tubo, che parte dall’Azerbaijian e attraversa Turchia, Grecia e un pezzo d’Italia, minaccia duemila ulivi in provincia di Lecce. Un’esagerazione – la protesta – secondo buona parte dei commentatori, alcuni inorriditi dai continui “no” del Paese a ogni processo di modernizzazione. Domenica scorsa l’Espresso ha pubblicato un’inchiesta, spiegando che dietro il tubo che attraversa terra e mare da un continente all’altro, c’è una ragnatela di società che coinvolge anche familiari dell’ormai sovrano assoluto della Turchia Teyyip Erdogan, fresco vincitore (più de jure che de facto) del referendum costituzionale del 16 aprile, quello che dalle prossime elezioni consentirà all’attuale capo dello Stato di esercitare anche il potere esecutivo.

L’inchiesta pubblicata da L’Espresso contiene più nomi di un romanzo di Balzac, una trama d’intrecci societari che chiama il causa il genero di Erdogan, il cognato, il ministro del governo guidato dal suo sodale Binali Yildirim; e ancora: il dittatore dell’Azerbaijian e uomini cresciuti all’ombra di Putin. Le questioni d’affari, politiche e geopolitiche sembrano inseparabili tra loro. Il primo tratto del tubo fu posato una dozzina d’anni fa nello giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan; da lì ha attraversato la Turchia e prima di arrivare in Grecia, la società privata con sede in Svizzera che porta avanti il progetto, ha avuto riconosciuto un lauto finanziamento dall’Unione europea. Non c’è capitalismo – potrebbe essere la morale – senza aiutino pubblico, se aiutino si può considerare il finanziamento concesso a un consorzio che riunisce alcune multinazionali e che porta avanti un progetto di 45 miliardi di euro.

Un controverso filosofo dei nostri tempi ha spiegato che bisogna indagare con intelligenza nel luogo dove avviene l’incontro tra i desideri espressi dalla gente e quelli della classe dirigente. I desideri dei primi finiscono quasi sempre per essere compatibili con quelli dei secondi, a condizione che siano questi ultimi a definire i dettagli. Fin qui nulla di sconveniente, anzi, il percorso sembrerebbe il più armonico possibile. Il problema sorge quando i dettagli cambiano i connotati del desiderio e si comincia a sentire puzza (di gas).

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