L'informazione fuori dal gregge

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Amministrative Palermo, oggi Natale cià i cazzi suoi.

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Amministrative Palermo 2017, di seguito il post con cui Francesco Benigno (tra i candidati al Consiglio Comunale come avevamo scritto qui),  ha criticato lo scarso numero di voti ricevuto.
Francesco avrà confuso l’affetto delle persone dovuto ai suoi trascorsi da attore, con la preferenza di tipo politico. Il Candidato palermitano ipotizza addirittura un complotto nei suoi confronti.

IL POST

Il post di Francesco Benigno dopo le elezioni
Il post di Francesco Benigno dopo le elezioni

Non possiamo garantire sulle qualità politiche di Benigno, ma è sicuramente un ragazzo genuino, forse un pò ingenuo.
Non resta allora che ricordarlo come piace a noi, proprio nella scena di “Oggi Natale cià i cazzi suoi”.
Siamo certi un giorno la politica italiana possa tornare a brillare, anche senza Francesco Benigno.

Chi ha vinto davvero le elezioni di Palermo

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Arrivano i risultati degli exit pool e comincia una lunga notte per Palermo, che aspetta di sapere chi sarà il suo nuovo sindaco.
Sono sei i candidati che si contendono la poltrona di palazzo delle aquile, alle spalle dei quali c’è una lunga campagna elettorale.
Urne chiuse e un dato positivo: il 52,6% degli aventi diritto si è recato alle urne.
Secondo gli exit pool Leoluca Orlando sarebbe in testa con una percentuale del 41-45%, superando il candidato Fabrizio Ferrandelli (30-34%). Ma sembrerebbe Ugo Forello, candidato del MS5, il vincitore morale della competizione elettorale.  Infatti, secondo gli exit pool avrebbe raggiunto il 20% con il supporto della sola lista MS5.
Grande tensione nei vari comitati elettorali. I Coraggiosi aspettano fiduciosi risvolti positivi durante la notte, mentre Orlando esulta sperando di poter festeggiare un nuovo mandato.
Se nessuno dei candidati raggiungerà il 40% si ritornerà alle urne. In questo caso il turno di ballottaggio è previsto per il prossimo 25 giugno.

TAP, trans-adriatic plot

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Tap sta per Trans-Adriatic Pipeline (chiamarlo gasdotto non sarebbe stato meglio?), e nelle ultime settimane questo acronimo così infelicemente onomatopeico è passato sulla stampa nazionale perché il Tap stava per saltare proprio dalle nostre parti, in Puglia, dove la popolazione s’è ribellata e si sono verificati scontri con le forze dell’ordine. Il tubo, che parte dall’Azerbaijian e attraversa Turchia, Grecia e un pezzo d’Italia, minaccia duemila ulivi in provincia di Lecce. Un’esagerazione – la protesta – secondo buona parte dei commentatori, alcuni inorriditi dai continui “no” del Paese a ogni processo di modernizzazione. Domenica scorsa l’Espresso ha pubblicato un’inchiesta, spiegando che dietro il tubo che attraversa terra e mare da un continente all’altro, c’è una ragnatela di società che coinvolge anche familiari dell’ormai sovrano assoluto della Turchia Teyyip Erdogan, fresco vincitore (più de jure che de facto) del referendum costituzionale del 16 aprile, quello che dalle prossime elezioni consentirà all’attuale capo dello Stato di esercitare anche il potere esecutivo.

L’inchiesta pubblicata da L’Espresso contiene più nomi di un romanzo di Balzac, una trama d’intrecci societari che chiama il causa il genero di Erdogan, il cognato, il ministro del governo guidato dal suo sodale Binali Yildirim; e ancora: il dittatore dell’Azerbaijian e uomini cresciuti all’ombra di Putin. Le questioni d’affari, politiche e geopolitiche sembrano inseparabili tra loro. Il primo tratto del tubo fu posato una dozzina d’anni fa nello giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan; da lì ha attraversato la Turchia e prima di arrivare in Grecia, la società privata con sede in Svizzera che porta avanti il progetto, ha avuto riconosciuto un lauto finanziamento dall’Unione europea. Non c’è capitalismo – potrebbe essere la morale – senza aiutino pubblico, se aiutino si può considerare il finanziamento concesso a un consorzio che riunisce alcune multinazionali e che porta avanti un progetto di 45 miliardi di euro.

Un controverso filosofo dei nostri tempi ha spiegato che bisogna indagare con intelligenza nel luogo dove avviene l’incontro tra i desideri espressi dalla gente e quelli della classe dirigente. I desideri dei primi finiscono quasi sempre per essere compatibili con quelli dei secondi, a condizione che siano questi ultimi a definire i dettagli. Fin qui nulla di sconveniente, anzi, il percorso sembrerebbe il più armonico possibile. Il problema sorge quando i dettagli cambiano i connotati del desiderio e si comincia a sentire puzza (di gas).

Killer di Budrio, cronaca o racconto noir?

in blog/Bologna/cronaca di

Da giorni i fari della cronaca sono puntati su “Igor il russo” ed effettivamente la sua è una storia che sembra venir fuori da una delle serie di Netflix, la famosa piattaforma di streaming online.
Resta da capire però quanto della vicenda rappresenti un artificio giornalistico, presto sfociato in narrazione noir, e quanto invece appartenga ai fatti realmente accaduti.

“Ricercato l’omicida Vaclavic, ex soldato dell’Armata Rossa, attenzione: è armato e pericoloso” questo il tam tam mediatico degli ultimi giorni, salvo poi scoprire che il terribile Igor molto più verosimilmente non è russo, non è un ex militare, e non si chiama nemmeno Igor.
Fiumi di cronaca romanzesca sembrano vacillare di fronte a più attente analisi, ma il vezzo narrativo-giornalistico di poter plasmare un personaggio pittoresco, degno di produzioni tv come Narcos o Fargo, ha prevalso sull’esigenza di più ponderate verifiche.

“L’alias” utilizzato dal criminale è stato già giudicato non attendibile: non è sicuramente russo e non si tratta di un cognome di origine serba; al massimo poteva essere un cognome ceco o slovacco ma in quel caso sarebbe dovuto terminare con la k.
La Russia infatti respinse il rimpatrio nel 2010 con la motivazione che Igor non fosse russo; le persone a lui vicine sentite in questi giorni in effetti riferiscono – e così conferma anche Tullio Del Sette, comandante generale dei carabinieri – che si tratta di un serbo, pericoloso e pronto a tutto, ma non certo un ex militare.
Il suo vero nome dovrebbe essere Norbert Feher, ricercato anche nel suo paese. Questa l’ultima identità è venuta a galla dopo aver messo sotto torchio i suoi ex complici e dopo alcune verifiche nel paese d’origine.
Comunque l’incertezza finora è stata tale che a Bologna è indagato con il nome di Norbert mentre nella Procura di Ferrara risulta iscritto come Igor Vaclavic.
L’iniziale suggestione dell’addestramento estremo viene dalle modalità con cui il criminale ha portato a termine i delitti; nessun legame però con l’Armata Rossa: se i vertici militari russi leggessero di più i giornali italiani potrebbe forse scapparci qualche querela.

Prosegue quindi la caccia all’uomo svolta dalle forze speciali nel Bolognese e nel Ferrarese, ora estesa anche a zone limitrofe di Rovigo e Ravenna: se Norbert è capace di potabilizzare l’acqua, dicono gli esperti, allora potrebbe resistere anche oltre un mese.
Ma si sa, quando il gatto non c’è, i topi ballano. Così, mentre la polizia è distratta dalle ricerche, la delinquenza locale ha pensato bene di approfittarne. Da Budrio riferiscono di alcuni tentativi di furti nella zona industriale del paese: interessati un’azienda locale ed un bazar cinese.

Al momento l’identificazione del killer si basa soltanto su riconoscimenti fotografici dei testimoni che lo avevano visto aggirarsi in paese; tuttavia è stato già individuato un profilo facebook attribuito proprio a Norbert. Eziechiele il nome scelto per l’account, a detta di molti inquietante: subito è scattata l’associazione alla celebre scena del killer di Pulp Fiction, e contemporaneamente, una selvaggia tempesta di insulti (e burle) sulla bacheca del presunto killer.
Facilmente Facebook si trasforma in una piazza medievale: un luogo in cui il primo nome dato in pasto alle folle viene rapidamente messo alla pubblica gogna, a prescindere da ogni certezza.
Certo, in questo caso ci sono le conferme dell’appartenenza del profilo al criminale; non dimentichiamoci però una regola fondamentale del nostro stato di diritto: anche il più malvagio dei delinquenti ha diritto quantomeno ad una dignità minima che non dovrebbe essergli negata nè dai giornalisti, nè da nessun altro.

Ecco perché sui 1300 euro (purtroppo) Briatore ha ragione

in blog/cronaca/Roma di

Le parole di Flavio Briatore a Cartabianca della scorsa settimana hanno suscitato grande scalpore, come accade ogni qualvolta il fondatore del Billionnaire decide di esprimere la sua opinione in pubblico. Infatti, dopo aver dichiarato che “i poveri non creano lavoro” o che la Puglia non ha servizi che possano attirare i ricchi ma “solo” musei e natura, a finire nel mirino dei social è la frase “non so come si riesca a vivere con 1300-1500 euro”.

Certamente è facile prendersela con Briatore, il Trump italiano che conduceva The Apprentice, che ha costantemente a che fare con l’élite politica ed economica d’Italia e del Mondo, che ospita spesso personaggi discutibili nei suoi locali e che ha chiamato suo figlio (povera creatura) Nathan Falco. In questo caso, però, è più difficile del solito dargli contro.

Ripercorrendo il suo intervento dalla Berlinguer, non per sentito dire ma ascoltandolo con attenzione, più di un suo pensiero (ovviamente non tutto) sembra essere condiviso anche dal duellante della trasmissione Marco Rondina, studente del politecnico di Torino e balzato agli onori di cronaca per il suo brillante intervento all’inaugurazione dell’anno academico.

D’altronde molte di quelle detto sono ovvietà. Si pensi ad esempio alla frase “i giovani laureati del sud si trasferiscono a Roma, a Milano o all’estero e, una volta aver avuto successo in questi posti, non vogliono tornare nel loro paese d’origine, perché non trovano le strutture adeguate alle loro competenze acquisite”. Non è infatti il primo, e non sarà l’ultimo, a esprimere questo concetto che viene spesso sintetizzato con l’espressione “cervelli in fuga”.

Ma arriviamo alle parole che hanno fatto indignare gli internauti sui vari social: “1300-1500 euro al mese non sono un traguardo, io non so come si possa vivere con uno stipendio del genere. All’estero facendo lo stesso lavoro si guadagna molto di più”. Effettivamente pensare che sia arduo con una somma del genere avere una famiglia, pagare un affitto o un mutuo, e magari concedersi qualche piccolo sfizio non sembrerebbe proprio una bestemmia.

Purtroppo in questi casi è il modo che offende (soprattutto se a parlare sono personaggi del genere), ma sarebbe forse più giusto prendersela con un sistema che fa sì che a 1300 € uno si senta una persona agiata. Quindi cerchiamo di non dare più ragione a Flavio Briatore e co. cambiando qualcosa e non con un mero “rosicamento” online.

Sinceri complimenti

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Un grande senso di appagamento e di soddisfazione è dilagato nella nostra città a seguito di un articolo dell’autorevole quotidiano britannico “The Guardian” che esalta meriti e virtù di Palermo sin dal travolgente titolo “the resurrection of Palermo” che vi invito a leggere qui. Apprezzamenti nei confronti di una città che ha attraversato, e tutt’ora attraversa, momenti difficili costituiscono una sana boccata d’ossigeno e immettono il lettore in un ottica di positività e speranza. Pensate però a quanto sarebbe sconfortante se tale gioia dovesse essere mitigata dall’impressione che tutto ciò costituisca solo un complimento esagerato e in certe parti inopportuno, che effettivamente non trova riscontro nella realtà. Purtroppo, per motivi a noi tutti noti, non accade spesso che qualcuno parli pubblicamente in maniera positiva della città di Palermo per aspetti diversi dalle bellezze architettoniche e naturalistiche, dunque, quando succede, ciò porta da un lato a grande compiacimento diffuso, e dall’altro a interrogarci, scettici come siamo, su quanto ci sia di vero e soprattutto genuino negli elogi che ci vengono fatti.

Mi sono dunque chiesto cosa avesse portato il giornale britannico a tanta improvvisa ammirazione per la nostra città e le prime risposte sono state: “ in effetti basta comparare Palermo tra com’è ora e com’era vent’anni fa per notare un cambiamento nella mentalità stessa dei cittadini; sarà anche merito di un cambio generazionale che, vivendo in quest’epoca, si è europeizzato e non concepisce più determinati comportamenti; del resto è vero che da essere considerata capitale della mafia è passata ad essere capitale della cultura e questo è un grande merito”.

E fin qui semplici applausi. La vera standing ovation arriva invece quando si parla del sindaco Orlando, principale fautore del cambiamento cittadino grazie ai suoi 17 anni di governo segnati da un magnifico percorso che ha portato il capoluogo siciliano ad essere nominato capitale italiana della cultura e ancor prima patrimonio dell’umanità. Con un’eventuale rielezione di Orlando il titolo di capitale galattica della bellezza sarebbe praticamente in tasca.

A proposito di elezioni, dobbiamo anche ricordare che, per un fortuito caso, ci troviamo in piena campagna elettorale, ma tanto “The Guardian” è un quotidiano inglese, figuriamoci se si interessa a queste dinamiche sicule. Magari neanche lo sanno che qui tra un po’ si elegge il sindaco o magari gliel’ha detto, per un fortuito caso, l’autore dell’articolo, anche lui di Palermo.

Aula vuota in Parlamento, ma quanta confusione su Dj Fabo e biotestamento

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Su 630 parlamentari, solo una ventina erano presenti lunedì alla discussione del disegno di legge sul biotestamento. Le parole dei relatori hanno riecheggiato tra i banchi vuoti di Montecitorio ed infine si è prodotto l’ennesimo rinvio: due questioni pregiudiziali (Calabrò, Pagano) e quattro questioni sospensive (Gigli, Fedriga, Pagano, e Rampelli), presentate alla Camera hanno determinato uno slittamento del voto in aula a data da destinarsi.

Cade dunque la maschera di ipocrisia indossata fin qui dalla maggior parte delle compagini politiche: sui social e sui media tradizionali siamo stati bombardati da dichiarazioni relative al “caso” di DjFabo. La copertura mediatica è stata totale: i politici non potevano tirarsi indietro da promesse e dichiarazioni d’intenti, o più malignamente, da maldestri tentativi di saltare sul “carro del consenso” cavalcando il tema centrale del dibattito nazionale. Tuttavia ieri la seduta è stata snobbata da la quasi totalità del parlamento: se a ciò aggiungiamo che il provvedimento che sta vedendo la luce non ha niente a che vedere (almeno finora, ma non ci sono previsioni in tal senso) con la vicenda di DjFabo, la spia della politica assente lampeggia sempre più forte.

Precisiamo infatti che Dj Fabo non era un malato terminale, e l’attuale disegno di legge non sarebbe stato comunque applicabile al suo caso, in cui era necessaria una “eutanasia attiva” – un suicidio assistito – non prevista dal biotestamento italiano. La maggior parte delle forze politiche, salvo pochi casi, ha supinamente seguito l’onda collettiva di umanità verso il povero Fabo, per poter creare una connessione col provvedimento che veniva invece atteso da anni, se non lustri; pensiamo al caso Englaro. Lì si che sarebbe stato applicabile l’attuale disegno di legge.

Questa contaminazione di concetti  non è colpa soltanto dei parlamentari: sappiamo benissimo che molti non conoscono neppure la Costituzione, figurarsi se arrivino anche ad essere esperti tecnico-scientifici. A fuorviare l’opinione pubblica in primis, e quindi anche la risposta della parte politica, sono stati i mass media, che hanno quasi sempre banalmente associato Dj Fabo con il disegno di legge sul biotestamento, facendo disinformazione.

E proprio disinformazione e fakenews sono state qualificate le parole di chi ha riportato con sorpresa – se non sdegno, come nel caso di Mentana – l’assenza di massa dei parlamentari per la discussione del disegno di legge. Così si sono espressi alcuni parlamentari e qualche quotidiano. Nel caso di discussione non vi sarebbe l’obbligo per i parlamentari di presenziare in aula, per di più il lunedì quasi mai il parlamento lavora a pieno regime, al massimo si svolge lavoro in commissione, o comunque, secondo la deputata Pd Giuditta Pini “il lunedì non si vota in aula, è una giornata che di solito il parlamentare usa per incontri sul territorio, giri nei ministeri e lavoro d’ufficio.”

Due sono quindi le conclusioni che traiamo dall’analisi di queste ultime vicende: la prima vale più per i giornalisti ed è quella per cui bisogna smettere di associare il caso Dj Fabo con l’attuale disegno di legge; la seconda è quella che i nostri deputati (“pagati!”, direbbe Sgarbi) considerano una legittima prassi quella di non andare a Montecitorio o Palazzo Madama il lunedì a prescindere da cosa stiano facendo.

Che la settimana del Parlamento fosse cortissima era fatto già abbastanza chiaro; è altrettanto chiaro adesso, che quello che ha fatto seguito ai buoni propositi dei giorni scorsi è stato l’ennesimo rinvio: l’ennesima inerzia di una lumaca, quella del potere legislativo: ci abitua alla lentezza salvo poi correre quando l’esecutivo glielo impone.

Quel feroce orrore che ha scosso le coscienze di molti

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Sembrava essere un venerdì sera come un altro quello appena trascorso a Palermo: l’inizio del weekend, il divertimento e il riposo.

Ma, fatto giorno, una notizia sconvolge l’intera città. Nella notte di venerdì si è consumato un feroce orrore, che ha scosso le coscienze di molti. Marcello Cimino, clochard di 45 anni, è morto dopo essere stato bruciato da un uomo che, incappucciato, lo ha colto mentre dormiva cospargendolo di benzina per poi appiccare le fiamme.

La disumana esecuzione è stata ripresa, a insaputa dell’assassino, dalle videocamere di sorveglianza di una struttura di accoglienza gestita da frati.

Non sono passate 24 ore e l’assassino è costretto a costituirsi. “È vero. Sono stato io” avrebbe confessato.

Secondo alcune indiscrezioni avrebbe scatenato l’ira di Giuseppe Pecoraro, benzinaio 45enne, il sospetto di essere tradito dalla moglie a causa delle insidie di Cimino.

L’intolleranza è figlia dell’assenza di cultura e di valori

Purtroppo, episodi del genere si verificano con  frequenza sempre maggiore all’interno della nostra società, che subisce i duri colpi di una crisi di valori, che però essa stessa genera.

Discriminazione, razzismo e violenza sono all’ordine del giorno e l’intolleranza, che emargina i meno fortunati e che genera spesso episodi di disumana violenza, sta diventando una delle peggiori piaghe sociali. Ed è così, per un sospetto, che si uccide un uomo. Così, per gelosia, ci si arroga il diritto di distruggere una vita.

Cimino è vittima della crudeltà, dell’efferatezza di un vigliacco che lo ha colto nel sonno, senza concedergli alcuna possibilità di difesa e di salvezza. Il trionfo della disumanità in un istante fatale, che lascia l’amaro in bocca e che fa perdere ogni speranza. La speranza di vivere in una società in cui vigono il rispetto per la vita altrui, la tolleranza, il dialogo, la competenza di chi possiede il ruolo di educare le nuove generazioni. Forse sarebbero queste le strade giuste da seguire, ma in tanti sembrano ignorare l’esistenza di valori, in una società che da un lato promuove la solidarietà, dall’altro la fa a pezzi, quando il più forte calpesta il più debole, quando ci si dimentica di essere umani. Ma lo sappiamo bene ormai: progresso è regresso.

 

 

8 marzo, un giorno per ricordare o per festeggiare?

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Mazzetti di mimose colorano l’aria di giallo e quella che dovrebbe essere una ricorrenza volta a ricordare i traguardi raggiunti dalle donne diviene sempre più un’occasione per festeggiare.

È noto, “de gustibus non disputandum est”. Ma una cosa mi sembra evidente: questa festa sembra ridursi a una sera da trascorrere  fuori con le amiche, a slogan, a canzoni e a citazioni. Potrei essere una di quelle donne che decide di imbellettarsi e andare a festeggiare? Sì, decisamente. Tuttavia, penso che, nella stragrande maggioranza dei casi, la festa della donna sia un’occasione per togliere- anziché restituire- autenticità e autonomia al ruolo della donna.

Da giorni volantini e pubblicità online promettono menu speciali per l’8 marzo, drink a gogo e serate in locali cool.

Le bacheche di Facebook pullulano di messaggi rivolti alle donne ed è molto interessante notare quanto spesso questi siano offensivi. Ma c’è chi guarda e passa, oggi è un giorno di “festa”.

COSA SI RICORDA

In realtà l’8 marzo è un falso storico. La ricorrenza, infatti, non deriva dal rogo di una fabbrica nel 1908, in cui sarebbero morte centinaia di operaie, bensì dalle lotte delle suffragette in America.

Il “Woman’s Day“, nato a inizio Novecento, era una giornata dedicata al diritto del voto femminile. L’iniziativa prese a diffondersi anche in molti Paesi europei. Il 3 marzo del 1909 giunse in Russia, ma i festeggiamenti durarono poco a causa della guerra. Le donne però non si diedero per vinte e l’8 marzo 1917 marciarono a San Pietroburgo, reclamando la fine del conflitto. Pertanto, la data di oggi ricorda in tutto il mondo la forza delle donne nel difendere i propri diritti.

Ecco perché il giorno di oggi dovrebbe essere forse ripensato. E non come una festa, bensì come una ricorrenza. Una ricorrenza per commemorare le battaglie portate avanti dalle donne, senza dimenticare quanto apprendiamo giornalmente dalla cronaca, che racconta storie di donne uccise, perseguitate, sfregiate, violentate. Storie di violenze fisiche, ma anche  psicologiche. Frequentemente, infatti, la donna deve fare i conti con una società maschilista e con i cosiddetti luoghi comuni.

Probabilmente, c’è ancora tanto da fare per arginare le discriminazioni di genere. Forse servirebbero molta consapevolezza e una profonda riflessione da parte dei più e dalle generazioni nuove. Forse così si andrebbe alla ricerca del cambiamento, anche- e soprattutto- nel giorno dedicato alle donne.

 

 

Poesia e futurismo: problemi di definizione

in blog/Cultura di

Smetti di definirti. Concediti tutte le possibilità di essere.

(Alejandro Jodorowsky Prullansky)

 

L’esigenza di definire ogni aspetto della realtà, compresa l’arte, è presente sia in autori precedenti a Kant, come Batteaux e Burke, sia in autori e filoni di pensiero successivi, come Hegel e il neoidealismo, fino ad arrivare alla contemporaneità. Come sottolinea Emilio Garroni nel suo Estetica: uno sguardo attraverso, la condizione particolare della conoscenza umana avviene sempre come all’interno di un filtro, che influenza la percezione del mondo, ma allo stesso tempo non preclude l’accesso alle cose. In questo modo si evitano due derive insostenibili: quella dell’oggettivismo, che vuole la percezione come un doppio esatto della realtà, e quella del soggettivismo solipsistico, che rinchiude il soggetto in se stesso e gli preclude ogni tipo di conoscenza degli oggetti. Attraverso questo filtro si raggiunge una conoscenza condizionata del mondo. L’arte, e quindi anche la Poesia, non possono essere intese ed analizzate scientificamente, ma costituiscono occasioni di riflessione. Attraverso l’arte è possibile comprendere meglio la possibilità stessa dell’esperienza in genere. Bisogna concentrarsi sul senso dell’esperienza, che si manifesta attraverso quadri, sinfonie e poesie, e non nelle opere in sé. L’arte in senso estetico è un “qualcosa” non facilmente identificabile e definibile con precisione, ma ciò non significa che dell’arte non si possa parlare. Già chiedersi, come avviene spesso, che cosa sia l’arte è segno di un “non sapere”, ma interrogarsi su qualcosa non significa essere totalmente all’oscuro di ogni aspetto dell’argomento. Ogni quesito, infatti, presuppone una qualche forma di sapere, poiché, se utilizziamo la parola “arte”, vuol dire che abbiamo delle esperienze contingenti a cui facciamo riferimento. Chiedendoci che cosa sia l’arte, dunque, presupponiamo una qualche forma di sapere. La risposta a questa domanda non può derivare dalla ricostruzione di una tradizione, perché non esiste, esiste, invece, un intreccio di tradizioni, che prevedono somiglianze, evidenti identità, ma anche differenze forti che comportano contrasti ed incompatibilità. Dallo studio di queste relazioni non si può definire l’arte, né il suo oggetto di studio. Tra i più evidenti elementi in comune, vi è la grande attenzione data alla Poesia. Infatti la riflessione estetica moderna muove proprio dalla poetica e riconosce a lungo nella Poesia l’arte principale (è il caso di Batteux, Baumgarten, Kant, Hegel e del romanticismo in generale). Infatti Schelling e Croce usano il termine “Poesia” come sinonimo di arte in senso spirituale e non tecnico, non solo per ragioni etimologiche. Dunque la Poesia è un importante filo rosso.

Il problema della definizione dell’arte è segno di una difficoltà ancora più radicale, dato dal fatto che l’intreccio di somiglianze e differenze portano i concetti di “arte” ed “estetica”, ma anche di “opera d’arte” e “arte” ad implicarsi a vicenda, formando un circolo che ha l’aria di essere un circolo vizioso: i concetti nelle definizioni si richiamano tra loro, senza che però via sia una definizione chiara ed indipendente a cui poter fare riferimento. Forse, però, non si tratta di una vera difficoltà, almeno finché il circolo vizioso semplicemente funziona. Dato che il circolo, inteso come un continuo rinvio tra cose e parole, pragmaticamente funziona (anche se difficile da definire) non è un circolo vizioso, ma un circolo normale. Il circolo, in seguito, diventa virtuoso, nonostante le posizioni di Heidegger ed Hegel, che in modi diversi esprimono la necessità di una definizione dell’arte, nell’ottica di una presunta esigenza di storicizzazione della verità. Questo, però, non può portare l’arte a perdere la propria esemplarità, perché non si vedrebbe più in essa necessità, costringendola a ritirarsi nella contingenza. Bisogna tentare di comprendere il circolo estetico senza tematizzarlo, perché semplicemente funziona. Il problema nel definire l’arte è dato dal fatto che essa, pur non differenziandosi da qualsiasi altro oggetto o esperienza, che è sempre qualcosa di determinato, è qualcosa di ineffabile, perché è esibizione esemplare di ciò che è ineffabile in qualsiasi altra esperienza.

In virtù di quanto scritto, probabilmente è impossibile, oltre che inutile, definire le prerogative del poeta e della Poesia, considerando anche che l’ampio mosaico della letteratura mondiale ci offre numerosi esempi di indirizzi di pensiero, profondamente diversi tra loro. Un genere sicuramente interessante è il paroliberismo: la poesia futurista, in cui le parole che compongono il testo non hanno alcun legame sintattico-grammaticale. Inoltre, come si legge nel Manifesto tecnico della letteratura futurista, vengono aboliti la punteggiatura, gli accenti e gli apostrofi.

I futuristi, riuniti attorno alla rivista Poesia, fondata da Filippo Tommaso Marinetti volevano «esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno», dato che «la letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno». Tra i maggiori esponenti del genere si ricordano, oltre al fondatore Marinetti, Paolo Buzzi, Aldo Palazzeschi, Corrado Govoni, Ardengo Soffici e Luciano Folgore.

Interessante è il caso dell’Aeropoesia, un sottogenere della lirica, ideato da Marinetti e associato al secondo futurismo marinettiano, su cui si fonda la composizione dell’aeropoema Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana. L’opera è composta da nove parti, dette simultaneità, precedute da una prefazione, chiamata collaudo. L’autore abolisce l’uso della punteggiatura e, in parte, della sintassi, fa, inoltre, un uso esasperato di neologismi e analogie imprevedibili, aggiungendo alcuni brani di “parole in libertà”. In realtà, quindi, anche il poeta futurista segue delle regole precise e deve necessariamente essere in possesso di una solida cultura letteraria.

Ciò che risulta essere principalmente importante, dunque, è conoscere: apprendere attraverso lo studio, la lettura, l’interazione con le arti e con ogni aspetto della realtà circostante, consapevoli delle leggi e delle norme che la regolano, ma senza permettere mai loro di diventare un peso, un severo “manuale di istruzioni” a cui doversi attenere per approcciarsi alla vita.

Dopotutto, è proprio questa natura vaporosa, sfumata, talvolta priva di contorni e colori riconoscibili, che ci affascina tanto da spingerci quotidianamente a indagare questo mondo, a cui partecipiamo, alla ricerca di una forma nitida e limpida in cui un giorno, forse, poterci riconoscere.

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