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UNIPA: Non sfornerà lavoratori, ma di politici se ne intende. Micari e Lagalla in prima linea.

in blog/Palermo di

Non tutti hanno avuto la fortuna di entrarci o di conoscere Micari o Lagalla, ma sicuramente tutti conosciamo unipa e le sue gesta.
Meritocrazia lontana, parentopoli in cattedra e studenti spesso messi all’angolo da questi meccanismi. Proprio dopodomani saranno passati 7 anni dal suicidio di Norman Zarcone, il ragazzo che si lanciò dai locali della facoltà in viale delle Scienze, in segno di protesta contro tutte le cattive logiche che da sempre regolano unipa.

RETTORI IN POLITICA:

Da sempre in Italia c’è un binomio tra posti di potere e politica, gli uni sorreggono gli altri e viceversa, anche perchè spesso i posti di potere non derivano dal merito, ma dal sostegno o dall’assegnazione politica. Negli ambienti statali di lavoro(e non), un’idea politica, che ti piaccia o no, devi fartela e se quell’idea deriva dal rapporto che hai con qualcuno, qualcuno che di politica se te ne intende, bhe, il gioco è fatto. Si perchè se ho un amico alle poste,  potrà pagare le mie bollette evitandomi la fila o farmi sapere il modo più conveniente per inviare un pacco.
Ma se invece ho un amico Rettore? eh! che tu sia poliziotto, ingegnere, architetto, avvocato, o perchè no magari un magistrato(tipo la Saguto), probabilmente tuo figlio andrà all’università.
Insomma tutti vogliono un amico Rettore ed un Rettore ha dunque un sacco di amici.

Fai 2+2, il posto di lavoro somiglia tanto ad un ufficio Comunale, un sacco di amici li pronti a votarti, bhe, non resta che buttarsi in politica.
Infatti è così che han fatto il Rettore ed il suo predecessore. Micari attuale Rettore, sarà l’uomo di sinistra, sostenuto dal Pd Renziano, dagli Alfaniani, da Crocetta, dal riconfermato Sindaco Leoluca Orlando e dal suo ex avversario Ferrandelli.
L’ex rettore Lagalla invece non si candiderà più alla Presidenza,  ma avrà un posto di tutto rispetto(Assessore all’istruzione) in caso di vittoria da parte di Nello Musumeci, candidato unico della destra che ha risolto la spaccatura di cui avevamo parlato qui.
Questo non significa che i due candidati utilizzino le loro cariche per fini personali, anzi i due sembrano godere di un’ottima reputazione e storia personale, ma questo è sicuramente l’argomento del momento. Molti si chiedono quanto possano essere complementari le cariche istutuzionali e politiche in questione.

Purtroppo l’ultima classifica delle università italiane, del Il sole 24 ore, vede Unipa alla posizione n°55 su 61 atenei complessivi (qui la classifica), ma siamo certi che nella classifica delle università politicizzate, il primo posto, non glielo toglie nessuno.

 

 

 

In fame we trust

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Di come un sabato qualunque diventa, per miracolo, un momento very important

Oggi la celebrità è una specie di divinità on demand: basta invocarla perché si materializzi e il mondo sia improvvisamente diverso da quello che è di solito.

Lo so perché l’ho vista di recente; l’hanno richiamata sabato sera a Palermo, in via Alloro. Per l’occasione ha assunto le sembianze di un famoso attore romano. Che non era da solo, in effetti, c’erano altri attori con lui, e c’era una troupe – che non è celebrità in sé, ma funziona da moltiplicatore perché ci ha a che fare.

C’è voluto poco perché curiosi e accoliti nei dintorni accorressero per assistere a quella che, come tutte le esperienze mistiche, è un fenomeno autoevidente e non ha bisogno di argomentazioni per essere goduta.
Io ero con un gruppo di amici, è bastato un “sto andando là, mi hanno detto che c’è festino con vippaio” per farci smuovere.

Il luogo dell’apparizione era un bar squallido, di norma molto poco frequentato: fuori dal locale ci ha accolti la piccola folla, euforica e vagamente stordita, di quelli che avevano già preso parte al rito. Ancora non sapevamo chi, non sapevamo cosa: ci siamo fatti strada per vedere.

E una volta dentro, ho visto.

Ho visto un locale di 20 metri quadri scarsi (un bancone, uno scaffale con poche bottiglie, un neon viola ed uno rosso, uno specchio kitsch, il più banale dei cessi in-fondo-a-destra) trasformarsi in tempio dell’ebbrezza e dell’allegria. Ho visto l’attore di cui sopra, insieme ad altri due, cambiare pelle, farsi ora barman, ora deejay. Li ho visti tramutare cicchetti di alcol scadente in ambrosia, un cellulare con Spotify collegato ad una cassa in un coro di sirene. C’erano quaranta gradi, c’era puzza; nessuno sembrava sentirli. Mi sono vista ondeggiare riflessa nello specchio kitsch; insieme a me si dimenava un’orda di estranei sudati, molti di questi erano col cellulare in mano a documentare l’evento e a diffonderlo sui social come discepoli 2.0.

Da agnostica, non sono in grado di dare un giudizio su quello che è accaduto; ho avuto l’impressione che più che reale fosse realistico, come una storia su Instagram. So che mi sono divertita, per la circostanza insolita e per il senso di straniamento.

Rimarrò, com’è prevedibile e forse giusto che sia quando si entra nella sfera dell’irrazionale, con una serie di domande irrisolte.

Cosa passava per la testa delle persone? Erano davvero tutti gasati, emozionati, contenti come sembrava? Si sono sentiti importanti, coinvolti in qualcosa di grande?

Che differenza c’è, realmente, tra i tre dietro al bancone e noi che stavamo davanti? Cosa significa essere famosi?

Cosa distingue chi, in queste situazioni, riesce a immedesimarsi e a vedere tutto ricoperto da una mano smalto dorato, da chi non riesce a dimenticarsi del contesto?

Va bene che erano le tre di notte e c’era un casino, ma lanciare un petardo dall’ultimo piano della palazzina a mo’ di avvertimento non sarà stato un pelino eccessivo?

Pensava a questo, Warhol, quando diceva che tutti avremmo avuto 15 minuti di celebrità? Voleva dire che la popolarità sarebbe diventata una faccenda letteralmente popolare, dei cui effetti si può beneficiare per caso o per osmosi?

E a proposito della frase di Warhol: pare che non sia stata lui a pronunciarla per la prima volta. Però, visto che è diventato famoso per citazioni e contaminazioni, nessuno ci ha mai fatto caso e tutti preferiscono continuare a pensare che sia stata partorita dalla sua mente.

Forse è proprio questo, il punto di tutta la faccenda: la celebrità continua ad attrarci non tanto per quello che è, ma per ciò che vogliamo credere che sia.

Un padre che racconta il dolore più grande. La storia di “Giuseppe”

in blog/Cultura di

Quella che sto per raccontarvi è una storia fatta di coraggio, di amarezza, di amore e solidarietà. È una storia che nessuno vorrebbe mai leggere ma che insegna tanto, perché a volte anche le peggiori disgrazie lasciano spazio a qualcosa di bello e utile, come la voglia di aiutare il prossimo affinché non accada a nessun altro quello che è accaduto a te.

El Grinta è lo pseudonimo di un padre che racconta questa storia. La sua è la storia di cui nessun genitore vorrebbe essere mai protagonista perché- tutti lo sanno- un genitore sopporta tutto per un figlio, tranne che sopravvivere a lui.

E lui, senza volerlo,  ha scritto un libro che racconta il suo dolore più grande: la storia del figlio Giuseppe, che a soli 21 anni, tartassato da molti dubbi sulla propria identità di genere, nella notte tra il 24 e il 25 marzo 2014, ha deciso di togliersi la vita.

Ho scritto per non impazzire. Scrivere era come ritrovarlo. Io non sono un filantropo, è una cosa che è capitata. Scrivevo per calmare me stesso e l’effetto di questa narcosi è poter fare del bene

L’intento di questo padre coraggioso è lanciare un messaggio d’amore soprattutto a genitori, educatori, professori: “Bisogna amare i propri figli, sopratutto i più fragili. Bisogna aiutarli a superare quelle pericolose inquietudini interiori e fare di tutto, accettarli. Attenzione, questo non significa dire sempre sì, ma cercare di capirli e guadarli perché qualsiasi problema può diventare un calvario”, mi dice.

E mentre parla del suo grande dolore, capisco perché ha scelto questo pseudonimo e mi sembra di toccare con mano quel vortice di emozioni, grinta, coraggio, forza e voglia di aiutare.

Qualsiasi problema può diventare un calvario. El Grinta è sceso in campo per stare vicino a questi ragazzi più fragili. Non ho la pretesa di salvare nessuno, ma possiamo portare un messaggio d’aiuto, di luce, apertura e positività

Poi, mi racconta della sua battaglia, che  continua nonostante le rimostranze delle persone che più ama, i suoi familiari, che spesso gli hanno rimproverato di svelare i dettagli più intimi della vita di Giuseppe. Ma lui va avanti. Lo fa anche perché vuole onorare la memoria del figlio, offrendo una importantissima testimonianza per chi si ritrova ad affrontare momenti  come quelli affrontati da Giuseppe:

Giuseppe aveva problemi di identità di genere. Io e mia moglie lo sapevamo dal 2008, ma lo abbiamo sempre accettato. Non conoscevamo il suo proposito di suicidio, non lo aveva mai fatto capire a nessuno. Giuseppe era un ragazzo un po’ introverso, ma a modo suo amava la vita

La nostra chiacchierata prosegue con i racconti di questo padre che va in giro per l’Italia, raccontando generosamente la storia di questo figlio che ha scelto di andarsene troppo presto. E infine, mi legge le ultime parole che Giuseppe ha lasciato alla propria famiglia: “Troverò la pace che non ho mai avuto. Non è colpa vostra. Non fa per me questa vita. Ho sempre odiato il  mio lato maschile(…). Mi piacerebbe molto che sulla lapide venisse messo il nome Noemi. Ora sarà dura, lo so, ma piano piano andrà meglio”.

La presentazione del libro, intitolato “Giuseppe”, è arrivata anche in Sicilia. Sabato 8 luglio il libro verrà presentato alle ore 17 all’Homi Country Retreat, in via Madre Teresa di Calcutta 75, a Partinico. E sempre sabato 8, alle ore 19, sarà possibile partecipare alla presentazione a  Terrasini, nello Spazio Eventi Agemina, in corso Vittorio Emanuele 254.

Il libro è stato pubblicato nel 2016 , ha già ricevuto in tutta Italia diciassette riconoscimenti, vincendo vari premi letterari. È stato anche finalista dell’edizione 2016 del famoso “Premio Piersanti Mattarella” .

 

 

Vasco, il Modena Park e gli insulti a Bonolis. Cosa c’è da sapere

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Vasco Rossi ritorna a Modena, festeggiando i 40 anni di carriera con il concerto evento Modena Park e oltre 220 mila biglietti venduti. Sui social piovono insulti sulla conduzione di Bonolis della diretta targata Rai1.

A distanza di due giorni, il bombardamento mediatico che vede al centro del mirino il presentatore romano Paolo Bonolis per la conduzione del concerto- event0 Modena Park targato Vasco Rossi, non si è ancora consumato. Numerorissimi i tweet ricchi di insulti e sarcasmo su una conduzione ritenuta eccessivamente logorroica. Che poi si sa, è nel suo stile. È l’xfactor che ha permesso a Bonolis di diventare Bonolis.

Ora però lasciatemi fare qualche precisazione. Vorrei spezzare una lancia a favore dell’amato conduttore (che sicuramente poco ha bisogno di questa lancia) e  dissociarmi da questo coro di conformisti-criticoni-frustrati che si divertono tanto a screditare nascosti dietro la facciata di uno schermo.

Prima precisazione. Che più che una precisazione è un dato di fatto. È stato lo stesso Vasco a richiedere fortemente la conduzione di Bonolis, che si sa, è sotto contratto con mediaset. Ma per il Komandante questo e altro. Inoltre, come possiamo leggere in un post del 9 giugno pubblicato dalla pagina ufficiale del rocker emiliano

…coming soon..!!

RAI 1 desidera fare partecipare il suo pubblico al grande evento di modena .. modena park !

lo farà realizzando un programma in diretta da modena …in prima serata !!

“Vasco, il suo pubblico, la festa epocale, i colori e le emozioni dei 220.000 formeranno il racconto di una giornata memorabile ”

non mancheranno inserimenti “ live del concerto “ !!

Il concerto INTEGRALE in diretta sarà visibile solo nei Cinema..

Esatto signori, avete capito bene. <<L’evento INTEGRALE (con tanto di maiuscolo per i non vedenti) in diretta sarà visibile solo nei Cinema>>. La Rai, dunque, per contratto non avrebbe potuto trasmettere la diretta integrale, riservata esclusivamente ai cinema. Il telespettatore X era dunque consapevole, al momento dell’accensione, di assistere non ad una diretta del concerto, ma piuttosto ad una narrazione dell’evento. Narrazione avvenuta in perfetto stile Bonolis.

Detto ciò, vorrei concentrarmi sulla seconda precisazione. Riassumo brevemente il pensiero di uno dei maggiori sociologi e studiosi della comunicazione, nonché da moltissimi ritenuto addirittura il precursore del World Wide Web. Stiamo parlando di Herbert Marshall McLuhan, deceduto a Toronto negli anni ’80. Secondo il sociologo canadese, la TV fa parte dei cosiddetti “media freddi“. Ossia di quei mezzi di comunicaizone di massa che necessitano di un ampio grado di partecipazione da parte del fruitore. In pillole, è il fruitore, il nostro caro telespettatore X, a decidere, consapevolmente, di premere il tasto “ON” e pigiare con il dito sul tasto 1. Ed è sempre lo stesso telespettatore X che, qualora non si senta soddisfatto e appagato del contenuto, in alternativa, può andare avanti e indietro con le apposite freccette e sintonizzarsi su un altro canale.

Siamo arrivati alla terza e ultima precisazione – non vorrei dilungarmi troppo. Oltre 220mila persone, provenienti da tutta Italia e anche dall’Estero, hanno pagato cifre che si agirano attorno ai 50-75 bigliettoni, in alcuni casi anche sfiorando i 100. Senza contare le spese di viaggio e pernottamento. Per non parlare dei tanti, tantissimi giovani e meno giovani che si sono appostati 20, 30 giorni prma, accampandosi, letteralmente sotto il palco ancestrale. Altrettante le persone che hanno acquistato i biglietti per godersi comodamente la diretta senza interruzione alcuna nei vari cinema associati all’evento. La Rai e Bonolis insomma ci hanno fatto solo un piacere (piacere che tra un insulto  e l’altro ha ottenuto oltre il 36% di share) a farci vivere GRATIS -canone a parte- piccoli sprazzi del concerto-evento a cui tutti avremmo voluto assistere. La prossima volta, prima di affilare le unghie sulla tastiera, proviamo affinare il cervello.

 

Amministrative Palermo, oggi Natale cià i cazzi suoi.

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Amministrative Palermo 2017, di seguito il post con cui Francesco Benigno (tra i candidati al Consiglio Comunale come avevamo scritto qui),  ha criticato lo scarso numero di voti ricevuto.
Francesco avrà confuso l’affetto delle persone dovuto ai suoi trascorsi da attore, con la preferenza di tipo politico. Il Candidato palermitano ipotizza addirittura un complotto nei suoi confronti.

IL POST

Il post di Francesco Benigno dopo le elezioni
Il post di Francesco Benigno dopo le elezioni

Non possiamo garantire sulle qualità politiche di Benigno, ma è sicuramente un ragazzo genuino, forse un pò ingenuo.
Non resta allora che ricordarlo come piace a noi, proprio nella scena di “Oggi Natale cià i cazzi suoi”.
Siamo certi un giorno la politica italiana possa tornare a brillare, anche senza Francesco Benigno.

Chi ha vinto davvero le elezioni di Palermo

in blog/politica di
Arrivano i risultati degli exit pool e comincia una lunga notte per Palermo, che aspetta di sapere chi sarà il suo nuovo sindaco.
Sono sei i candidati che si contendono la poltrona di palazzo delle aquile, alle spalle dei quali c’è una lunga campagna elettorale.
Urne chiuse e un dato positivo: il 52,6% degli aventi diritto si è recato alle urne.
Secondo gli exit pool Leoluca Orlando sarebbe in testa con una percentuale del 41-45%, superando il candidato Fabrizio Ferrandelli (30-34%). Ma sembrerebbe Ugo Forello, candidato del MS5, il vincitore morale della competizione elettorale.  Infatti, secondo gli exit pool avrebbe raggiunto il 20% con il supporto della sola lista MS5.
Grande tensione nei vari comitati elettorali. I Coraggiosi aspettano fiduciosi risvolti positivi durante la notte, mentre Orlando esulta sperando di poter festeggiare un nuovo mandato.
Se nessuno dei candidati raggiungerà il 40% si ritornerà alle urne. In questo caso il turno di ballottaggio è previsto per il prossimo 25 giugno.

TAP, trans-adriatic plot

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Tap sta per Trans-Adriatic Pipeline (chiamarlo gasdotto non sarebbe stato meglio?), e nelle ultime settimane questo acronimo così infelicemente onomatopeico è passato sulla stampa nazionale perché il Tap stava per saltare proprio dalle nostre parti, in Puglia, dove la popolazione s’è ribellata e si sono verificati scontri con le forze dell’ordine. Il tubo, che parte dall’Azerbaijian e attraversa Turchia, Grecia e un pezzo d’Italia, minaccia duemila ulivi in provincia di Lecce. Un’esagerazione – la protesta – secondo buona parte dei commentatori, alcuni inorriditi dai continui “no” del Paese a ogni processo di modernizzazione. Domenica scorsa l’Espresso ha pubblicato un’inchiesta, spiegando che dietro il tubo che attraversa terra e mare da un continente all’altro, c’è una ragnatela di società che coinvolge anche familiari dell’ormai sovrano assoluto della Turchia Teyyip Erdogan, fresco vincitore (più de jure che de facto) del referendum costituzionale del 16 aprile, quello che dalle prossime elezioni consentirà all’attuale capo dello Stato di esercitare anche il potere esecutivo.

L’inchiesta pubblicata da L’Espresso contiene più nomi di un romanzo di Balzac, una trama d’intrecci societari che chiama il causa il genero di Erdogan, il cognato, il ministro del governo guidato dal suo sodale Binali Yildirim; e ancora: il dittatore dell’Azerbaijian e uomini cresciuti all’ombra di Putin. Le questioni d’affari, politiche e geopolitiche sembrano inseparabili tra loro. Il primo tratto del tubo fu posato una dozzina d’anni fa nello giacimento di Shah Deniz in Azerbaijan; da lì ha attraversato la Turchia e prima di arrivare in Grecia, la società privata con sede in Svizzera che porta avanti il progetto, ha avuto riconosciuto un lauto finanziamento dall’Unione europea. Non c’è capitalismo – potrebbe essere la morale – senza aiutino pubblico, se aiutino si può considerare il finanziamento concesso a un consorzio che riunisce alcune multinazionali e che porta avanti un progetto di 45 miliardi di euro.

Un controverso filosofo dei nostri tempi ha spiegato che bisogna indagare con intelligenza nel luogo dove avviene l’incontro tra i desideri espressi dalla gente e quelli della classe dirigente. I desideri dei primi finiscono quasi sempre per essere compatibili con quelli dei secondi, a condizione che siano questi ultimi a definire i dettagli. Fin qui nulla di sconveniente, anzi, il percorso sembrerebbe il più armonico possibile. Il problema sorge quando i dettagli cambiano i connotati del desiderio e si comincia a sentire puzza (di gas).

Killer di Budrio, cronaca o racconto noir?

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Da giorni i fari della cronaca sono puntati su “Igor il russo” ed effettivamente la sua è una storia che sembra venir fuori da una delle serie di Netflix, la famosa piattaforma di streaming online.
Resta da capire però quanto della vicenda rappresenti un artificio giornalistico, presto sfociato in narrazione noir, e quanto invece appartenga ai fatti realmente accaduti.

“Ricercato l’omicida Vaclavic, ex soldato dell’Armata Rossa, attenzione: è armato e pericoloso” questo il tam tam mediatico degli ultimi giorni, salvo poi scoprire che il terribile Igor molto più verosimilmente non è russo, non è un ex militare, e non si chiama nemmeno Igor.
Fiumi di cronaca romanzesca sembrano vacillare di fronte a più attente analisi, ma il vezzo narrativo-giornalistico di poter plasmare un personaggio pittoresco, degno di produzioni tv come Narcos o Fargo, ha prevalso sull’esigenza di più ponderate verifiche.

“L’alias” utilizzato dal criminale è stato già giudicato non attendibile: non è sicuramente russo e non si tratta di un cognome di origine serba; al massimo poteva essere un cognome ceco o slovacco ma in quel caso sarebbe dovuto terminare con la k.
La Russia infatti respinse il rimpatrio nel 2010 con la motivazione che Igor non fosse russo; le persone a lui vicine sentite in questi giorni in effetti riferiscono – e così conferma anche Tullio Del Sette, comandante generale dei carabinieri – che si tratta di un serbo, pericoloso e pronto a tutto, ma non certo un ex militare.
Il suo vero nome dovrebbe essere Norbert Feher, ricercato anche nel suo paese. Questa l’ultima identità è venuta a galla dopo aver messo sotto torchio i suoi ex complici e dopo alcune verifiche nel paese d’origine.
Comunque l’incertezza finora è stata tale che a Bologna è indagato con il nome di Norbert mentre nella Procura di Ferrara risulta iscritto come Igor Vaclavic.
L’iniziale suggestione dell’addestramento estremo viene dalle modalità con cui il criminale ha portato a termine i delitti; nessun legame però con l’Armata Rossa: se i vertici militari russi leggessero di più i giornali italiani potrebbe forse scapparci qualche querela.

Prosegue quindi la caccia all’uomo svolta dalle forze speciali nel Bolognese e nel Ferrarese, ora estesa anche a zone limitrofe di Rovigo e Ravenna: se Norbert è capace di potabilizzare l’acqua, dicono gli esperti, allora potrebbe resistere anche oltre un mese.
Ma si sa, quando il gatto non c’è, i topi ballano. Così, mentre la polizia è distratta dalle ricerche, la delinquenza locale ha pensato bene di approfittarne. Da Budrio riferiscono di alcuni tentativi di furti nella zona industriale del paese: interessati un’azienda locale ed un bazar cinese.

Al momento l’identificazione del killer si basa soltanto su riconoscimenti fotografici dei testimoni che lo avevano visto aggirarsi in paese; tuttavia è stato già individuato un profilo facebook attribuito proprio a Norbert. Eziechiele il nome scelto per l’account, a detta di molti inquietante: subito è scattata l’associazione alla celebre scena del killer di Pulp Fiction, e contemporaneamente, una selvaggia tempesta di insulti (e burle) sulla bacheca del presunto killer.
Facilmente Facebook si trasforma in una piazza medievale: un luogo in cui il primo nome dato in pasto alle folle viene rapidamente messo alla pubblica gogna, a prescindere da ogni certezza.
Certo, in questo caso ci sono le conferme dell’appartenenza del profilo al criminale; non dimentichiamoci però una regola fondamentale del nostro stato di diritto: anche il più malvagio dei delinquenti ha diritto quantomeno ad una dignità minima che non dovrebbe essergli negata nè dai giornalisti, nè da nessun altro.

Ecco perché sui 1300 euro (purtroppo) Briatore ha ragione

in blog/cronaca/Roma di

Le parole di Flavio Briatore a Cartabianca della scorsa settimana hanno suscitato grande scalpore, come accade ogni qualvolta il fondatore del Billionnaire decide di esprimere la sua opinione in pubblico. Infatti, dopo aver dichiarato che “i poveri non creano lavoro” o che la Puglia non ha servizi che possano attirare i ricchi ma “solo” musei e natura, a finire nel mirino dei social è la frase “non so come si riesca a vivere con 1300-1500 euro”.

Certamente è facile prendersela con Briatore, il Trump italiano che conduceva The Apprentice, che ha costantemente a che fare con l’élite politica ed economica d’Italia e del Mondo, che ospita spesso personaggi discutibili nei suoi locali e che ha chiamato suo figlio (povera creatura) Nathan Falco. In questo caso, però, è più difficile del solito dargli contro.

Ripercorrendo il suo intervento dalla Berlinguer, non per sentito dire ma ascoltandolo con attenzione, più di un suo pensiero (ovviamente non tutto) sembra essere condiviso anche dal duellante della trasmissione Marco Rondina, studente del politecnico di Torino e balzato agli onori di cronaca per il suo brillante intervento all’inaugurazione dell’anno academico.

D’altronde molte di quelle detto sono ovvietà. Si pensi ad esempio alla frase “i giovani laureati del sud si trasferiscono a Roma, a Milano o all’estero e, una volta aver avuto successo in questi posti, non vogliono tornare nel loro paese d’origine, perché non trovano le strutture adeguate alle loro competenze acquisite”. Non è infatti il primo, e non sarà l’ultimo, a esprimere questo concetto che viene spesso sintetizzato con l’espressione “cervelli in fuga”.

Ma arriviamo alle parole che hanno fatto indignare gli internauti sui vari social: “1300-1500 euro al mese non sono un traguardo, io non so come si possa vivere con uno stipendio del genere. All’estero facendo lo stesso lavoro si guadagna molto di più”. Effettivamente pensare che sia arduo con una somma del genere avere una famiglia, pagare un affitto o un mutuo, e magari concedersi qualche piccolo sfizio non sembrerebbe proprio una bestemmia.

Purtroppo in questi casi è il modo che offende (soprattutto se a parlare sono personaggi del genere), ma sarebbe forse più giusto prendersela con un sistema che fa sì che a 1300 € uno si senta una persona agiata. Quindi cerchiamo di non dare più ragione a Flavio Briatore e co. cambiando qualcosa e non con un mero “rosicamento” online.

Sinceri complimenti

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Un grande senso di appagamento e di soddisfazione è dilagato nella nostra città a seguito di un articolo dell’autorevole quotidiano britannico “The Guardian” che esalta meriti e virtù di Palermo sin dal travolgente titolo “the resurrection of Palermo” che vi invito a leggere qui. Apprezzamenti nei confronti di una città che ha attraversato, e tutt’ora attraversa, momenti difficili costituiscono una sana boccata d’ossigeno e immettono il lettore in un ottica di positività e speranza. Pensate però a quanto sarebbe sconfortante se tale gioia dovesse essere mitigata dall’impressione che tutto ciò costituisca solo un complimento esagerato e in certe parti inopportuno, che effettivamente non trova riscontro nella realtà. Purtroppo, per motivi a noi tutti noti, non accade spesso che qualcuno parli pubblicamente in maniera positiva della città di Palermo per aspetti diversi dalle bellezze architettoniche e naturalistiche, dunque, quando succede, ciò porta da un lato a grande compiacimento diffuso, e dall’altro a interrogarci, scettici come siamo, su quanto ci sia di vero e soprattutto genuino negli elogi che ci vengono fatti.

Mi sono dunque chiesto cosa avesse portato il giornale britannico a tanta improvvisa ammirazione per la nostra città e le prime risposte sono state: “ in effetti basta comparare Palermo tra com’è ora e com’era vent’anni fa per notare un cambiamento nella mentalità stessa dei cittadini; sarà anche merito di un cambio generazionale che, vivendo in quest’epoca, si è europeizzato e non concepisce più determinati comportamenti; del resto è vero che da essere considerata capitale della mafia è passata ad essere capitale della cultura e questo è un grande merito”.

E fin qui semplici applausi. La vera standing ovation arriva invece quando si parla del sindaco Orlando, principale fautore del cambiamento cittadino grazie ai suoi 17 anni di governo segnati da un magnifico percorso che ha portato il capoluogo siciliano ad essere nominato capitale italiana della cultura e ancor prima patrimonio dell’umanità. Con un’eventuale rielezione di Orlando il titolo di capitale galattica della bellezza sarebbe praticamente in tasca.

A proposito di elezioni, dobbiamo anche ricordare che, per un fortuito caso, ci troviamo in piena campagna elettorale, ma tanto “The Guardian” è un quotidiano inglese, figuriamoci se si interessa a queste dinamiche sicule. Magari neanche lo sanno che qui tra un po’ si elegge il sindaco o magari gliel’ha detto, per un fortuito caso, l’autore dell’articolo, anche lui di Palermo.

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