L’ora legale di Ficarra e Picone. Nelle sale il sindaco di Pietrammare

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Non è semplice scrivere una recensione sull’ultimo film di Ficarra e Picone. Innanzitutto bisogna scindere l’idea di base dalla realizzazione dell’opera cinematografica. Quest’ultima è difficile da salvare, in particolare per quanto riguarda la recitazione,. Infatti la volontà di realizzare un film corale porta a mettere insieme una serie di macchiette che difficilmente si discostano dal tormentone che gli è stato assegnto per risultare un minimo credibili. Certo si dirà che il grottesco ha la sua funzione ma, proprio per questo, si deve capire il miglior modo in cui utilizzarlo senza esagerare.

Quindi, tralasciando le performance artistiche, passiamo all’idea. La storia si svolge in un paese inventato della Sicilia, Pietrammare, in cui il sindaco uscente, traffichino e travolto dagli scandali, perde le elezioni contro un candidato onesto e professore del liceo del paese. Non sta tanto qui l’originalità della storia, ma nel fatto che il nuovo sindaco vuole veramente attuare il programma elettorale. Quest’atteggiamento sconvolge gli equilibri di una popolazione abituata al fatto che le promesse elettorali non vengono mantenute e quindi ad invocare sempre il cambiamento e l’onestà, al punto di non rendersi conto dello sforzo che la realizzazione di questi impegni comporta.

Ovviamente tra la critica è cominciato il dibattito: è un film grillino? E’ un film anti-Renzi? Si parla di Virginia Raggi? O di Marino? D’altronde lo stesso duo comico sembra aver fomentato questo genere di interrogativi in un paese come il nostro che cerca sempre di mettere una casacca  addosso a tutti. Infatti, nelle interviste per la presentazione della pellicola, Ficarra e Picone hanno ceduto a qualche lusinga politica facendo intuire, in maniera neppure troppo velata, il loro orientamento sull’argomento con frasi del genere: “Non è che a volte gli onesti sembrano incapaci perché i disonesti remano contro?”.

Ma a parte le polemiche politiche, l’interrogativo che rimane è: qual è il messaggio di questa “commedia civile”? Per rispondere si possono utilizzare due battute dello stesso film. La prima è pronunciata dal parroco del paese interpretato da Leo Gullotta il quale, preoccupato per l’Imu da pagare sulle sue case di accoglienza (ovvero hotel gestiti dai religiosi), durante la messa chiede ai fedeli: “E se il popolo avesse fatto bene a scegliere Barabba?” (riferendosi al celebre episodio biblico). La seconda è di Alessandro Roja tornato per l’occasione a vestire i panni del Dandi della serie Romanzo Criminale, seppur in una chiave più “istituzionale”, che sostiene che: “In un periodo di crisi come questo, l’onestà è un lusso che non ci possiamo permettere”.

Possiamo allora dire che il messaggio del film è molto semplicemente che la classe politica non è altro che lo specchio del popolo il quale tra Gesù e Barabba finisce per scegliere sempre quest’ultimo. Forse è questa l’unica cosa originale da notare e salvare dal momento che in questo periodo in cui alcuni portano avanti il mito che il popolo è l’unico depositario di onestà e limpidezza, mentre l’intera classe politica è costituita da ladri che, una volta assunto il potere, si occupano solo dei loro affari.

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