Scafista per caso, la storia di Mamadou

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La storia di Mamadou, infatti, comincia come quella di tutti coloro che hanno attraversato mezza Africa, viaggiando lungo il deserto per arrivare in Libia. E’ nato nel 1994, non sa il mese, ne il giorno. Dice di essere un pescatore. Ha sempre fatto questo, da quando aveva 9 anni e fino alla partenza dalla sua Gambia.


Della prima destinazione in Libia, a Tripoli, stando alle sue dichiarazioni, non ha visto un gran ché. Della permanenza nel Paese su cui tutto il mondo ha in questi giorni gli occhi puntati, dei terroristi, non sa raccontare nulla. Come i suoi compagni di viaggio è stato richiuso in un capannone fino al momento della partenza. Di quel periodo racconta solo delle condizioni di degrado in cui hanno vissuto, nutrendosi di poco pane e poca acqua. In quei capannoni, centri di raccolta dei migranti prima della partenza, diventati ormai atroci simboli nella geografia della tratta, il perpetrarsi di episodi di tortura fisica e psicologica raccontano il mutamento delle dinamiche dei viaggi della disperazione: se prima erano i migranti a negoziare con questi mediatori e a scegliere di partire, ora sono le organizzazioni criminali che li costringono, anche con violenza, cercando di estorcere più denaro possibile. 
Ma Mamadou non ha i soldi per la seconda parte del viaggio, quello attraverso il Mediterraneo. E’ lì che invece di morire ammazzato, viene arruolato come scafista. Gli organizzatori gli chiedono se sa portare la barca. Lui che è sempre stato pescatore, dice di si. Allora è deciso, non pagherà in cambio della conduzione dello scafo. Gli viene dato un telefono con l’ordine di chiamare la guardia costiera una volta fuori dalle acque libiche. L’imbarcazione con a bordo 191 migranti, tutti dell’Africa centrale, viene recuperata e portata in salvo a Pozzallo nel febbraio del 2015. Dagli elicotteri, le forze dell’ordine scattano le foto che inchioderanno Mamadou al timone della barca, che viene accusato di favoreggiamento del reato di immigrazione clandestina. 
“Quello che mi ha colpito – racconta l’avvocato Giovanni Cultrera – è che alla fine di un difficile interrogatorio, con la presenza di due traduttori, considerato che parla solo il dialetto della sua lingua, il ragazzo dopo aver ammesso subito le responsabilità, ha preso il sacco con i vestiti che aveva durante il viaggio, il pantalone della tuta e il maglione bucato, e si è alzato come per andarsene. Questi ragazzi, scafisti improvvisati, non solo non capiscono nulla della nostra lingua e non parlano inglese, ma spesso non hanno la minima idea riguardo a cosa vanno incontro”. 
Cherif Kote, 21 anni del Senegal. Sawane Suleeyman di 21 anni del Gambia.  Bojing Kebba, 25 anni del Gambia. M.A. senegalese di 17 anni. Sono solo alcuni dei ragazzi arrestati a Pozzallo. Nelle loro testimonianze sempre la stessa storia. Finiscono in carcere a Ragusa, il processo dura da 6 mesi, con il rito abbreviato, a 1 anno. La pena è da 1 a 2 anni, a meno ché non si verifichino morti dei migranti durante la traversata aggravando la loro posizione penale o non abbiano coinvolgimenti nelle organizzazioni di trafficanti.  Nel 2014 erano stati fermati 200 scafisti a fronte di più di 25.000 migranti sbarcati solo nella cittadina iblea.

In uno di tanti sbarchi (250 migranti) a Pozzallo uno scafista è arrivato ferito nelle coste siciliane. Lamin Jallow, ventisettenne del Gambia, individuato dal gruppo interforze di Ragusa come lo scafista che ha condotto il gommone fino alle coste iblee, presentava alla gamba evidenti segnali di arma da fuoco: contro di lui i trafficanti avrebbero esploso dei colpi per costringerlo a salire sul gommone. “Gli scafisti anche quando sono più consapevoli e dentro l’organizzazione di trafficanti, comunque non hanno ruolo decisionale nel territorio libico. Non decidono la partenza. Possono morire in mare o può morire qualche altro migrante aggravando la loro posizione davanti alla giustizia italiana. Ma se si oppongono alla conduzione dei migranti rischiano la vita”, spiega  Fulvio Vassallo Paleologo, docente ed esperto di questioni relative all’immigrazione, che nel corso degli anni ha raccolto nelle sue ricerche diversi tentativi di suicidio tra gli scafisti in carcere in Sicilia.

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Giornalista freelance. Che tradotto in italiano significa povero e precario. Trentenne di Palermo scrivo anche per L’ Espresso. Cerco di avvicinarmi all’ormai morente, giornalismo d’inchiesta. Mi piace la fotografica analogica, i quadri di Cy Twombly ed i tatuaggi. Nel tempo libero pratico la boxe tailandese. “Zero tituli” come diceva Morinho, ossia zero premi o roba prestigiosa da raccontarvi.

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